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[PSP] Unbound Saga

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[PSP] Unbound Saga

 

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Unbound Saga

 

UNA PRIGIONE DI CARTA

La trama dietro Unbound Saga sconfina facilmente dal semplice al banale, eppure una buona sceneggiatura (leggasi dei dialoghi al fulmicotone, pieni di umorismo) riesce a tenerla a galla sufficientemente a lungo per invogliare il giocatore a passare alla vignetta successiva per gustarsi una nuova battuta.

Sì, avete letto bene, vignetta: esattamente come Comix Zone, indimenticato titolo uscito nel 1995 sul Megadrive, il gioco è ambientato tra le pagine di un fumetto, dal quale, stufo delle solite routine, Rick Ajax, nerboruto protagonista, tenta di fuggire, ribellandosi al fumettista, la cui mano implacabile ci metterà sempre i bastoni tra le ruote, disegnando orde di nemici e un dedalo di tavole.

The Maker, termine con cui gli anglofoni appellano in genere Dio, è qui usato per il creatore del fumetto, e questo la dice lunga sul livello di humour a metà tra il nero e il demenziale che trasuda da ogni vignetta.

Poteva forse mancare una pollastrella tutta curve? Certo che no, e allora, quasi per caso, dopo pochi minuti di gioco faremo la conoscenza di Lori, determinata femme fatale che aggiunge, ai muscoli di Rick, il cervello necessario per fuggire dal fumetto e spezzare finalmente le redini in mano al disegnatore.

Dall’incontro con la coprotagonista femminile in poi, la trama sarà un susseguirsi di battute in slang americano, infarcite di turpiloquio e doppi sensi, che faranno sbellicare chi mastica l’americano.

D’altronde, la versione che abbiamo testato è quella americana, dato che la versione PAL, pur ufficialmente annunciata, potrebbe farsi attendere ancora per altri 3- 4 mesi.

Suddetto incontro porterà consistenti cambiamenti anche a livello di gioco, perché in qualsiasi momento potremo passare da un personaggio all’altro, optando, a seconda della situazione, per la forza bruta di Rick o per l’agilità e la capacità di rendersi temporaneamente invisibile ai nemici di Lori, rendendo un minimo più vario lo svolgimento delle nostre missioni.

Di diversi (purtroppo) appunti che si possono muovere all’ultima produzione di Vogster Entertainment, il primo è che non ci sono che due modalità di gioco tra cui scegliere, e nessuna delle due particolarmente duratura: ovviamente lo Story Mode farà la parte del leone, ma a parte il piatto principale, l’unico contorno è rappresentato dal Survival Mode, che ci porrà contro ondate di nemici infinite che si arresteranno solo alla nostra morte.

Come dire, poca carne e pure patate bruciate.

 

RETRO O INDIETRO?

Se le due sole modalità disponibili fossero esenti da difetti, allora parleremmo di un titolo ben congegnato ma povero nell’offerta ludica, ma qui la verità è ben altra: Unbound Saga sembra realizzato in fretta e furia, eccessivamente low cost e cade nella ripetitività ossessiva dopo poche sessioni di gioco.

Andiamo con ordine. Riproporre una formula che per anni ha svuotato le tasche dei videogiocatori da sala giochi e che è legata ad alcuni dei classici intramontabili della storia video ludica, da Double Dragon a Final Fight, sarebbe un’operazione in sé apprezzabile, soprattutto per chi, tra gli utenti, ha vissuto quell’era video ludica ormai passata.

Sarebbe però altrettanto apprezzabile, mantenendo quanto di buono quelle produzioni offrivano, lavorare al prodotto finale in modo che sia scevro da alcune delle piaghe che affliggevano questi titoli, e che oggi, nel 2009 inoltrato, risultano davvero inaccettabili.

In Unbound Saga, invece, nei quasi 260 MB di download, si scarica l’intero pacchetto, difetti strutturali inclusi: ripetitività di fondo, nemici dotati di un' intelligenza artificiale migliorabile, addirittura problemi consistenti nel sistema di collisione dei corpi, che spesso vi porterà a menare fendenti all’aria mentre il barbone di fronte a voi (o meglio che sembrava di fronte a voi) vi gonfia come una zampogna.

Se, durante i gloriosi anni ’90 queste limitazioni erano giustificate dalla limitate potenzialità dell’hardware a disposizione, e dall’acerbità di certi generi che stavano nascendo, difficilmente gli utenti PlaystationPortable, che stringono tra le loro mani un processore di gran lunga superiore a tutte le schede da sala di quindici anni fa, e che si sono dilettati con prodotti freschi e innovativi come LocoRoco e Patapon, accetteranno delle limitazioni così anacronistiche.

Se all’inizio, spinto dall’effetto novità, dall’ambientazione fumettistica ben realizzata, e da un sistema di controllo essenziale e facile da padroneggiare, il giocatore si butterà nella mischia, distribuendo pugni e calci qua e là, ben presto i suddetti problemi ne mineranno l’esperienza di gioco, riducendola ad un semplice button mashing tra una cut-scene e l’altra.

Un’altra mancanza ereditata dai progenitori è quella relativa al salvataggio, impossibile se non tra una missione e l’altra: questo elemento, in assenza di checkpoint dai quali ripartire in caso di (frequente) dipartita, è un ulteriore attentato alla voglia di raggiungere i titoli di coda del gioco: questo perché il livello di difficoltà, umano nei primi 2-3 stage, si impenna letteralmente attorno al quarto, mantenendo per il resto dell’avventura un livello decisamente sopra la media, a cui solo i vecchi fan di Double Dragon erano abituati.

 

 

RIVERNICIATA APPREZZABILE

Ricapitolando:originalità zero, diversi e gravi problemi di gameplay, difficoltà mal calibrata.

Eppure Unbound Saga non è un fallimento completo, nella misura in cui riesce a divertire con i suoi dialoghi e con l’assoluto no brain richiesto, che, sotto l’ombrellone, può anche arrivare a puntino dopo un inverno stressante.

Tecnicamente, poi, siamo su livelli discreti, e rincuora un po’ (o stizzisce ancora di più, a seconda dei punti di vista) vedere come almeno il lato grafico e sonoro abbiano goduto di quella riverniciata necessaria a 15 anni di distanza: le uniche a non convincere appieno sono le animazioni, a volte legnose soprattutto nel personaggio di Rick, che spesso mostra la mobilità e la naturalezza di un armadio a 8 ante.

Per il resto, invece, ci troviamo di fronte ad un buon lavoro, con un motore grafico che non ha problemi a gestire anche 7-8 figure poligonali contemporaneamente sull’LCD del portatile Sony, e questo senza cali di framerate o rallentamenti di sorta; i nemici, che pure si ripetono con preoccupante frequenza, sono realizzati discretamente, e, tramite delle frasi nei loro balloon, contribuiscono all’atmosfera irreale e ironica che permea il gioco.

Grazie a delle ambientazioni azzeccate, poi, la sensazione di trovarsi davvero all’interno di un fumetto è palpabile, e a beneficiarne è la sensazione generale di coinvolgimento e la credibilità della storia tutta; bene anche il lato sonoro, non tanto nelle musiche che accompagnano il massacro su schermo, di puro sottofondo, ma nella realizzazione delle voci dei due protagonisti, credibili e spassosi nelle loro elucubrazioni (memorabile la sequenza in cui Lori rispiega a oltranza il concetto di mappa e di fuga ad un decerebrato Rick).

Il gioco tecnicamente si difende bene, e sebbene non sarà preso come termine di paragone per le produzioni future su PlaystationPortable, non presta il fianco a critiche che invece sono ampiamente giustificate per quanto riguarda gli altri aspetti del prodotto, dalla giocabilità ripetitiva e vecchio stile (nel senso spregiativo del termine), alla longevità davvero ridotta, che riduce il tutto a una decina di livelli completabili in un singolo pomeriggio.

 

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