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Mitch_Cavaliere

Scrittori per caso

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caro mith...sto studiando da un paio di anni...scrittura...perkè io sn negato a formulare periodi di senso compiuto...XD

 

però t devo dire una cosa bravi cm te ne ho conosciuti pochi

grande

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Scusate io non sono molto bravo e vorrei migliorare perciò fatevi avanti con le critiche

 

 

“Quando la smetteranno di seguirmi?”

Questa era un’ottima domanda anche se in cuor suo sapeva che il loro obbiettivo era uno solo e non si sarebbero fermati di fronte a niente.

Il luogo in cui si era fermato era in fondo ad una rupe, c’era una cascata che aveva formato un lago ed ora il fruscio dell’acqua che scendeva dall’alto verso il basso gli faceva compagnia:che parola strana era per lui, aveva avuto un solo amico ed egli era morto per farlo fuggire dai suoi inseguitori e da allora non aveva più avuto un amico, e poi chi avrebbe voluto essere amico suo?

Ace era un uomo,più che un uomo era un ragazzo, non molto alto, capelli ed occhi castani,la faccia abbastanza rotonda come il naso e molto muscoloso, anche se a prima vista non si direbbe, il viso però era totalmente e periodicamente coperto dal suo cappuccio, quest’ultimo era attaccato al mantello con una fibbia d’oro vicino al collo, aveva anche degli stivali neri con lacci color argento, una maglia e dei pantaloni neri anch’essi, aveva degli indumenti neri perché per il suo lavoro doveva mimetizzarsi con l’ambiente.

Un rumore stroncò i suoi pensieri riportandolo alla realtà, guardò in alto: sulla rupe c’erano i due suoi inseguitori, uno aveva in mano un arco, lo tese e lanciò una freccia verso di lui.

“Accidenti, adesso cosa faccio? Me ne sono accorto troppo tardi.”

Vide la freccia , più veloce dell’acqua che scendeva dalla cascata, arrivare vicino a lui e posarsi a pochi passi da lui.

“Un avvertimento, ma perché? Ferendomi mi avrebbero subito portato con loro.”

Poi non li vide più sopra alla rupe, ma li vidi scendere per la foresta, Ace che non voleva farsi prendere prese la sua roba ed iniziò a correre verso il bosco: i rami gli sfiorarono la faccia così da provocargli dei tagli su tutta la faccia, non si voltò per vedere i suoi inseguitori per non perdere tempo; ad un certo punto il bosco scomparì e lasciò il posto ad un sentiero di terra battuta, si voltò:nessuno.

Salì sull’albero vicino a lui e attese, i minuti in cui aspettava l’arrivo dei due gli sembrarono anni, ma il tempo passò e i due arrivarono e si guardarono in giro, Ace invece prese il suo arco e mirò verso quello a destra, non gli piaceva uccidere così esitò ed in quel momento i due si voltarono; fu obbligato a mirare al cuore, non voleva ma aveva esitato e aveva perso il fattore sorpresa.

La freccia attraversò i vari rami che la dividevano dal bersaglio in pochi attimi e si conficcò nel cuore, nel mentre che l’inseguitore si contorceva per il dolore Ace scese dall’albero, sguainò il coltello dal fodero e lo puntò al collo dell’ormai unico inseguitore.

-Perché mi seguite?-chiese.

-Lo sai benissimo. – rispose l’altro.

-Ma perché hanno mandato due novellini? – chiese nuovamente Ace.

-Perché il Maestro voleva testare le tue capacità e voleva vedere se eri disposto ad uccidere. –

- E voi avete accettato di farvi uccidere pur di testarlo? -

-Questo ed altro per il grande Yashin. –

Poi prese la mano con il coltello di Ace e la spinse verso di il suo collo, e, mentre il sangue usciva rosso come un papavero dal suo collo, disse:

-Hai visto…l’ hai fatto ancora…il tuo destino è questo… uccidere…non…non puoi scappare…per sempre…ti prenderemo.. e allora Yashin esulterà…e mi ripagherà. –

Poi morì.

“ Ho ancora ucciso ed ora sono sempre più vicino a me. Devo scappare, non posso farmi prendere altrimenti lo farò ancora di più e io non voglio.”

 

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Buon lavoro :)

Comunque, per me le vacanze di Natale sono un'ottima occasione per scrivere. Spero sia di vostro gradimento.

 

CAPITOLO 11

Sentiva l’oscurità avvolgerlo. Avvertiva il profondo senso di tristezza, di freddo, di dolore. Il buio non voleva mollare la presa. Lo aveva avvinghiato. Tentava di liberarsi. Invano. Si scuoteva come una vittima nella rete del cacciatore. Poi provava a scappare. Inutile. Il buio era troppo veloce. Sembrava quasi giocare con lui.

Rideva, il buio. Odiava quella enorme massa scura. Non riusciva a toccarla, nemmeno a sfiorarla nel tentativo di scacciarla via, lontano. Si dimenò. Poi smise. Non c’era alcuno scampo.

Una luce, piccolo chiarore in tanto buio. Tese le mani avanti. Doveva toccarla, doveva sfiorarla. La luce era la chiave.

Aprì gli occhi. Non riuscì a mettere rapidamente a fuoco, in quanto la pur esigua fiamma della torcia che, gli sembrava, essere poco distante dava fastidio. Distolse lo sguardo dalla luce. Era ancora vivo, almeno così credeva. Il terreno su cui posò le mani era freddo e umido. Con una mano fece per coprirsi l’addome, che gli doleva. C’era qualcosa di caldo. Era sangue? Non riusciva ancora a distinguerlo. Si sentiva davvero debolissimo. Gemette.

Finalmente recuperò più o meno la vista. Era sangue, e ce n’era davvero moltissimo sul pavimento. Si meravigliò che fosse ancora vivo. Ma dov’era?

Fredde pareti di pietra lo circondavano. Una piccola torcia fiammante illuminava. Era in una cella. Distinse nettamente le sbarre di lucido metallo arrugginito. Era da solo. L’unica via d’uscita sembrava essere una porta di metallo, che era parte integrante della parete di sbarre, chiusa da un lucchetto lucido e pesante. Poteva vedere all’esterno una stanza piuttosto grande e spoglia, fatta eccezione per un tavolino e qualche sedia. Sul tavolo c’era una brocca, forse d’acqua, e qualche pietanza che mandava buon odore di cucinato.

Sklaera! Dov’era? Le avevano fatto del male? Una fitta lo colse al cuore. Istintivamente posò la mano sul torace in sua corrispondenza. Respirava affannosamente. Doveva scoprire cosa era successo a Sklaera. Non si sarebbe mai perdonato se quei bruti l’avessero solo sfiorata o peggio. Con l’altra mano istintivamente cercò la spada. Non l’aveva addosso. Imprecò rabbiosamente.

-Andrev!- si udì una voce.

Il ragazzo si aggrappò con le mani alle sbarre, facendo correre gli occhi dappertutto. Da dove veniva la voce? Una sensazione d’ansia s’impossessò di lui mentre guardava affannosamente a destra e sinistra.

-Andrev! Andrev!-

Era Sklaera! Si sentì sollevato. Stava bene. Ma doveva vederla, assolutamente.

-Sklaera! Dove sei?- disse in un misto di angoscia, amore, sorpresa e dolore.

-Nella cella affianco! Andrev…è stato terribile!- e iniziò a singhiozzare.

Andrev rispose stringendo fino quasi a ferirsi le sbarre.

D’improvviso si sentì un altro gemito.

-Cos’è stato?-

I singhiozzi si fermarono.

-Probabilmente…è Lucretya…-

-Mio dio, cosa le hanno fatto?-

-Ha provato a resistere, ma è stata colpita ed è svenuta. L’hanno gettata in quella cella.-

-E gli altri?-

-Io…non lo so! Credo ci siano altre stanze come queste, ma non so dove siano…-

Andrev gemette. L’addome gli doleva davvero tanto. Ricadde seduto a terra in una smorfia di dolore.

-Andrev! Sei ferito?- piagnucolò Sklaera.

-Sto bene.- rispose, ma senza convinzione.

-Non credo che riuscirai mai ad andartene da qui ridotto in quel modo.- disse una voce fredda.

Andrev trasalì in un imput di sorpresa. Una misteriosa figura incappucciata era comparsa dal nulla di fronte a lui. Nonostante il mantello riuscì a distinguere il suo essere una ragazza. Morbidi capelli ricci le uscivano dal cappuccio. Il fisico magro e affusolato.

Una guardia entrò pigramente dalla porta e la richiuse, nudo come tutti gli altri che aveva visto, con una spada che sporgeva da una cintura in pelle marrone legata alla vita. Sembrava non aver notato niente di strano.

La misteriosa figura si girò in quella direzione e puntò il dito come per indicarlo.

L’uomo improvvisamente prese a gridare come in un forte attacco di panico. Con le mani stringeva forte il collo, e gemeva come se non riuscisse a respirare. E ad un certo punto le braccia gli caddero lungo il corpo, privo di vita. La figura tornò a guardare fisso Andrev negli occhi.

-Credo che tu abbia bisogno di me.- disse con lo stesso tono freddo.

Andrev strisciò dolorosamente al muro. Con uno sguardo terrorizzato chiese:

-Chi sei?-

Per tutta risposta la ragazza rise. Una risata da superiore, sprezzante, roca. Andrev notò con terrore che il cadavere era sparito. Sklaera non parlava, ma si sentivano dei leggeri singhiozzi terrorizzati. Anche lei vedeva.

-Di sicuro io sono fuori e tu no.- rispose ancora ridendo.

Una strana luce bianca l’avvolse. Poi si avvicinò alla cella. E poi colpì il lucchetto con precisione chirurgica. Questo cadde tagliato a metà a terra, producendo un rumore sordo. Poi rise ancora. Aprì la porta metallica ed entrò a passi pesanti, avvicinandosi ad Andrev. Mostrò chiaramente il palmo della mano sinistra, che brillava di una strana parvenza chiara. Andrev non reagì. Con quella mano toccò l’addome del ragazzo, che prese a formicolare violentemente. Sentì quella mano fredda sfiorargli la pelle.

Andrev gemette di dolore, che fortunatamente durò un breve istante, anche se molto intenso. E con sommo stupore notò che la ferita era sparita.

-Chi…- balbettò confusamente.

-Glorifica. Ma puoi chiamarmi Glory. Non credo che per ora ti serva sapere altro.-

-Ma…-

-Non c’è molto tempo per le domande.-

E sparì, per ricomparire poco oltre. La mano si illuminò ancora di quel chiarore bianco, e si sentì il rumore del ferro tagliato. E un istante dopo era dalla parte opposta, intenta nel fare altrettanto. Andrev trasalì. Aveva una brutta sensazione. Strana, come di pericolo. Quella ragazza aveva strani poteri, e la cosa non gli piaceva. Era forse un nuovo nemico da temere? E perché l’aveva curato? Queste domande gli turbinavano in testa. Era confuso. E non si accorse di Sklaera che, incurante del pericolo, si era precipitata nella sua cella, e che ora lo abbracciava con forza ma teneramente, singhiozzando.

-Bene, se avete finito con le romanticherie, credo sia ora, per voi, di andarvene da qui. Ah, credo che la vostra amica nell’altra cella abbia bisogno di una svegliata. Era messa male, ma ora, grazie a me, sta bene. Non ringraziatemi.- disse la ragazza con aria di sufficienza.

Andrev e Sklaera, per tutta risposta, si strinsero sempre di più al muro.

-Avete paura di me? Con questa faccina dolce? Fate bene. Potrei uccidervi col solo pensiero. Ma non sono qui per questo, semplicemente. Tieni, credo ti servirà. Di sicuro è più utile di quel ciarpame che avevi. Ah, sempre che tu la sappia usare…-

Dicendo questo aveva tirato fuori dal nulla una katana riposta in un fodero verde smeraldo e l’aveva tirata con noncuranza a pochi centimetri da Andrev.

-Bene, è tutto. D’altronde non posso certo fare tutto io. Mi raccomando, vedete di fare le cose per bene.-

E poi svanì nel nulla.

Per molti istanti si sentì solamente il rumore del respiro lento e regolato dei due ragazzi, ancora teneramente abbracciati e spiaccicati al muro.

-Cos…cos’era quella?- chiese timidamente Sklaera.

-Non lo so. Non sono nemmeno sicuro di volerlo sapere.-

La katana era ancora lì dov’era stata lanciata. Andrev timorosamente la raccolse da terra e la estrasse. Era davvero una bella lama argentea ed affilata. L’elsa era riccamente decorata con motivi dorati. Era un’arma ad una mano e mezza. Andrev provò a fendere l’aria. Sentiva l’arma leggerissima, gli sembrava di maneggiarla davvero bene. Rimaneva tuttavia un po’ dubbioso, in quanto era abituato a manovrare normali spade lunghe, leggermente più pesanti e spesse. E abituato, pensava, era anche una parola grossa. Non era un abile spadaccino, aveva ancora bisogno di molta pratica. E cambiare arma così, all’improvviso, era un evento inaspettato. Avrebbe voluto stringere la sua spada, un po’ arrugginita e sicuramente non affilata: quest’arma che gli era stata data era semplicemente magnifica, acconsentì, ma non era sua. Però doveva fare di necessità virtù, non aveva altre scelte.

Si alzò, sorreggendo Sklaera.

-Lucretya.- disse. E lei annuì. Poi corsero entrambi nella cella adiacente. Andrev allacciò la katana alla cintura, dove prima teneva la spada.

La ragazza era stesa a terra. Non sembrava ferita, anzi, era in buone condizioni. Sklaera le si avvicinò con circospezione, per poi cercare di svegliarla.

Lucretya si alzò lentamente, stiracchiandosi e massaggiandosi le tempie. Era visibilmente ancora piuttosto stordita.

-Dove…dove siamo? Sklaera? Sei tu? E Andrev? Andrev?-

Sklaera la accarezzò dolcemente, per poi baciarla sulla fronte.

-Stiamo tutti bene, questo è l’importante.-

-Ricordo di essere svenuta…perdevo sangue…-

-Stiamo tutti bene. Non so come sia successo ma è così…-

-Dobbiamo andarcene di qui, potrebbero venire altre…guardie…- le interruppe Andrev.

L’affermazione le riportò alla realtà. Si alzarono entrambe. I loro volti erano spaventati, ma i loro occhi rivelavano grande fiducia in Andrev.

Il ragazzo invece era pensieroso. Non sapeva niente del posto in cui si trovavano, aveva un’arma che non aveva mai usato, doveva difendere sua moglie e la sua migliore amica da chissà quali pericoli e ancora andava ripensando alla strana ragazza col mantello. Per un momento pensò che non ce l’avrebbe mai fatta. Pensò che fosse più giusto morire lì, senza affrontare il pericolo. Sapeva che sarebbe stato facilmente scoperto e…ucciso.

Guardò Sklaera negli occhi. Lei sorrise. E questo bastò a infondergli un po’ di coraggio. Senza un motivo preciso sguainò la spada. E poi, con passo un po’ indeciso, si avviò verso l’unica porta della stanza.

Si accostò ad essa e tese gli orecchi all’ascolto. Nessun rumore. Provò ad aprire lentamente la porta e a sporgersi in fuori, nel tentativo di rilevare presenze nel corridoio che si apriva fuori. Sembrava non esserci nessuno. Fuori si apriva un corridoio molto scuro. La loro sembrava essere la stanza in fondo. Improvvisamente si sentì un grido strozzato, che durò per un breve ma intensissimo istante, per poi spegnersi nel vuoto. Andrev rabbrividì.

Sklaera e Lucretya si posizionarono dietro Andrev.

-Vado a dare un’occhiata. State qui, nascondetevi se succede qualcosa.-

Andrev entrò nel corridoio, e avanzò di qualche passo. Il muro era freddo e di pietra, e sembrava anche bello spesso. La luce fioca dava a tutto un’aria pesantemente spettrale.

Pietra in legno. Andrev aveva trovato una porta. Una porta di legno appunto, con una piccola finestrella inferriata. Ma l’interno era completamente buio tanto che non riuscì a distinguere nulla. Fece allora qualche altro passo in avanti, sempre attaccato al muro e cercando di non far rumore, spada ovviamente sguainata. Il tutto sembrava un tunnel scavato nel terreno. I sostegni erano dei pali di legno, e sembravano parecchio malmessi e traballanti. Un po’ facevano paura.

Andrev raggiunse il fondo del tunnel, da dove partiva una rampa di scale verso l’alto. Una torcia illuminava un angolo verso destra. Tornò indietro e riferì quanto aveva visto. Poi provò a salire qualche gradino, verso l’angolo. Si sporse con circospezione. Un’altra piccola rampa di scale saliva, e finiva con una porta, identica a quelle delle celle. La raggiunse camminando in punta di piedi, sempre timoroso che qualcuno potesse scoprire che era fuggito. Si affacciò timidamente alla piccola grata. Non si riusciva a vedere granché. Anche la luce sembrava piuttosto bassa. Cercò di aprire la porta. Lo fece, cigolando parecchio. Si sporse ancora. Un altro tunnel scavato nella roccia, ma stavolta aveva più diramazioni e tutte fiocamente illuminate. Non sembrava esserci anima viva. Avvertiva solo il rumore del suo respiro.

Tornò indietro per la seconda volta.

-La via sembra libera. Avanziamo di un po’.-

-Dove si va?-

-Non lo so.-

-Non possiamo certo andare alla cieca!-

-Ma non possiamo nemmeno rimanere qui troppo a lungo.-

-Chissà dove siamo…-

-Da ciò che vedo all’interno della montagna.-

-Se siamo dentro, l’uscita è in alto, a rigor di logica.-

-Quindi dobbiamo cercare un qualcosa che sale, come una rampa di scale?-

-A quanto pare. È un punto di partenza.-

-Destra o sinistra?-

-Voi rimanete qui. Io provo a sinistra.-

Andrev prese quindi a muoversi con circospezione verso sinistra. Ma tornò presto indietro: oltre c’era un’altra cella probabilmente, dato che aveva visto un’altra rampa di scale verso il basso. Poi c’era la parete di roccia.

A destra invece il corridoio proseguiva per un po’. Un'altra cella, due, tre. In fondo una rampa di scale che saliva e dava su una porta completamente in metallo.

“Forse ci siamo” pensò Andrev.

Salì con cautela gradino gradino fino ad arrivare in cima. Questa porta non aveva alcuna grata da cui poter sbirciare. E sembrava ben chiusa. Sarebbe stato prudente cercare di aprirla? Qualcuno avrebbe potuto sentire, magari chiamare poi rinforzi, e vanificare tutto. Contemporaneamente non sarebbe servito nulla a niente comunque, se non avesse trovato il modo di passare da lì. E di modo ce n’era uno solo. Aprire.

La sua mano afferrò la maniglia, piuttosto arrugginita. La spinse in giù, e questa sembrò quasi gracchiare come un uccello. Spinse e tirò la porta, ma questa non si spostò di un millimetro. Era chiusa a chiave. E ora? Lasciò andare la maniglia rimanendo a fissare verso la porta bloccata. Era un bel problema. Dove prendere la chiave?

Per un secondo si rianimò: la guardia nella cella doveva averne una! Ma poi ricordò che aveva visto letteralmente scomparire il cadavere davanti ai suoi occhi, per gli strani poteri di quella ragazza. E anche questa possibilità era sfumata.

-Beh, ti ferma una porta chiusa di solito? Mamma mia…mi avevano detto che gli umani sono debolucci, però diamine!-

La ragazza gli era comparsa di fianco ancora misteriosamente velata dal mantello e dal cappuccio scuro.

-Se mi fossi data per vinta tutte le volte che ho trovato porte chiuse, beh, non credo mi sarei meritata nemmeno lontanamente l’appellativo di “dea”. Ma immagino che gli umani non siano divinità no? Eppure mi somigli abbastanza! Nell’aspetto cioè, io sono decisamente molto più bella e potente. Sono una dea! Ti serve una mano? Non ti basta che pregare in ginocchio.-

Una dea? Quella cosa era davvero una dea?

-Certo che sono una dea! Qualcun altro saprebbe fare ciò che so fare io, ossia tutto? Non credo. Per quanto la magia possa scorrere potente in un umano non potrà mai eguagliare i miei poteri. Mai, ficcatelo bene in testa, anche quando avrai appreso la magia.-

Legge anche nel pensiero?

-Ovviamente, io sono una dea…e mi stai anche stancando. Allora, la vuoi questa mano si o no? Non credo di aver molto tempo da perdere con te.-

Andrev era esterrefatto. Una divinità era accanto a lui. Aveva risolto tutti i suoi guai. Pregustava già la freschezza dell’aria pura riscaldata dai raggi del sole. Pregustava libertà per se, Sklaera e Lucretya. Sarebbero potuti fuggire lontano. Tuttavia…

-Ehm…non ho mai parlato faccia a faccia con una dea…Io…-

E tacque. Non trovava le parole adatte all’occasione. Quello bravo a parlare era sempre stato Michail.

-Su, stai perdendo tempo! Tanto qualunque cosa tu possa dire sarebbe inevitabilmente sconveniente con me. Perciò, parla e basta!-

-Beh…-

-Si, ho capito, fortuna che leggo nella mente. Ma chi li ha creati questi mortali? Maledizione che esseri…-

La ragazza protese le mani avanti. Queste si illuminarono di azzurro.

-Vuoi una fuga rocambolesca o preferisci non farti notare?-

-Io…-

-Non parli? Devi parlare! Bene, deciderò io. Ho voglia di divertirmi e di vederti combattere. Buona fortuna!-

Ci fu un lampo di luce. La porta si staccò dalla parete con un boato assordante e sparì.

-Ma che diamine…- urlò Andrev voltatosi verso la dea. Ma essa era sparita.

-Cos’è stato?-

-Un’esplosione!-

-Corriamo subito a vedere!-

Eh già, fuga rocambolesca. La dea si voleva divertire a vedere cosa? A vederlo soccombere? Sguainò la katana pronto a ricevere un eventuale assalto e avanzò sulla soglia. Ciò che vide lo lasciò senza fiato. Davanti a lui era un’immensa voragine. Vedeva centinaia di porte metalliche come quella che era appena volata via, tutte attorno al baratro.

-E come cavolo fanno ad andarsene da qui?-

Sklaera e Lucretya erano arrivate affannate.

-Abbiamo sentito un’esplosione, cos’è stato?-

-Vi racconterò dopo, dovete andarvene, stanno per piombarci addosso!-

Una strana piattaforma stava calando dall’alto. Si sentivano delle voci, ma le parole erano ancora indistinguibili per la distanza.

-Andate!- urlò Andrev.

-Voglio proprio vedere quanto sei bravo!- sghignazzò la dea apparsa sospesa nel vuoto.

La piattaforma raggiunse Andrev. Era una lastra di legno polverosa, priva di qualsiasi protezione dalla caduta, che veniva sollevata e abbassata con un ingegnoso sistema di funi. A bordo c’erano quattro uomini come la guardia che aveva visto prima. Al vederlo con la katana in mano tirarono fuori dei pugnali. Iniziarono a parlare in una lingua incomprensibile, urlando.

La dea rise. Non sembravano averla notata.

Andrev indietreggiò. Ogni passo che avvicinava quegli uomini a lui bastava a farlo cadere vittima dell’ansia. Iniziò a sudare freddo. Li sentiva vicini. Sentiva il freddo gelido delle lame. Vedeva i loro pugnali penetrargli la carne. Già si vedeva agonizzante a terra.

Poi vide il volto di Sklaera. Ne percepì la sofferenza se gli fosse accaduto qualcosa. Una lacrima sembrò raggiungerlo e risvegliarlo. Non aveva ancora iniziato il combattimento. Doveva provare!

Con un urlo rabbioso si gettò contro i suoi avversari roteando la sua arma, che per un secondo brillò del suo riflesso argenteo. Ecco il primo avversario, un po’ spaurito per la sua improvvisa aggressività. Tese la lama e cercò di piantargliela in pieno petto, con successo. Sentì il calore del sangue. La ricacciò indietro con violenza. Quello cadde privo di vita nel baratro. Via con il secondo, che gli ferì di striscio il braccio con un fendente del pugnale. Sentì ancora il calore del sangue. Il suo. Urlò di nuovo e attaccò con violenza. L’avversario riuscì a pararsi col pugnale, ma cadde all’indietro. Un’occasione imperdibile. Avanzò e con un calcio lo spinse fuori dalla piattaforma. Ma ora si trovava in svantaggio: era lui dalla parte del baratro, contrariamente agli altri due che invece erano al sicuro sulla terraferma. La piattaforma traballò pericolosamente, e per un secondo perse quasi l’equilibrio. E proprio in questo momento venne attaccato. Cadde all’indietro e per un secondo fu nel vuoto. Riuscì ad aggrapparsi al bordo della piattaforma, che si inclinò leggermente dalla parte dove era appeso. Stava perdendo la presa. E in quel momento rivide tutto. Michail. Sklaera. Lucretya. Gli Jraaks. La scuola. Flamm. Flamm in fiamme.

Non aveva la forza di issarsi. E così aveva termine anche la sua vita. Chissà cosa avrebbe provato da morto. Avrebbe raggiunto Michail dopo tutto. E avvertiva anche il fascino dello scoprire l’aldilà, che aveva affascinato il caro amico così tanto.

Per un momento ebbe un terrore assurdo. La vita lo bramava. Scalciò, cercò di farsi forza sulle braccia tentando disperatamente di issarsi e di salvare la propria vita.

Sentì un urlo. L’uomo che lo aveva attaccato era scivolato giù esattamente come lui. E come lui aveva tentato di aggrapparsi. Ma a differenza di lui, senza successo.

La vita allentò la presa. Si sentì in pace con se stesso. Non scalciò più.

Due grida, forti e terrorizzate. Due grida femminili.

Sklaera e Lucretya!

La vita e l’amore tornarono con un enorme impeto. Ricominciò a dimenarsi furiosamente urlando selvaggiamente. Doveva salvare Sklaera! Sklaera!

-Sklaera!- urlò con tutto il fiato che aveva in corpo.

Cercò con gli occhi la dea, nella speranza di un aiuto, ma non la trovò. Era solo. Con lui era solo l’ombra al di sotto. Un ombra cupa, di cui non si vedeva la fine. L’ombra lo chiamava, ma le urla di Sklaera erano più forti.

Doveva salvarla.

-Sklaera!- gridò ancora più forte di prima. Ci fu un bagliore bianco.

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Ecco la risposta :)

CAPITOLO 12

Un’improvvisa scarica di adrenalina gli aveva invaso tutto il corpo. Di colpo scomparvero sia la stanchezza che la paura. La vista tornò nitida come non mai, la mente lucida.

Sentiva le proprie membra scoppiare di forza ed energia. La paura della morte, presente fino a qualche istante prima, ora era totalmente sparita.

Era ancora sospeso nel vuoto. Ma non era più un problema. Si sentiva invincibile.

Riuscì ad issarsi sulla piattaforma, rimanendo in equilibrio, senza nemmeno sforzarsi.

Sklaera. Doveva salvare Sklaera.

Era solo. La porta metallica era aperta, e sentiva gridare dal fondo. Ricordò che una guardia era rimasta ancora viva. Con un piccolo salto raggiunse la terraferma e cercò la katana. Non l’aveva più. Probabilmente era precipitata nel baratro. Ma non importava. Chiunque avesse osato solo sfiorare Sklaera sarebbe morto, anche a calci, pugni e morsi. E corse come il vento.

Scese le scale si trovò nel tunnel scavato. Le grida aumentavano d’intensità. Corse orientandosi col suono.

La guardia aveva stretto Lucretya e Sklaera al muro. Appena videro Andrev in cima alle scale furono visibilmente sollevate, anche se nel loro sguardo c’era timore e curiosità.

-Fermo!- tuonò il ragazzo con voce forte e squillante.

La guardia si voltò. Aveva visto quel ragazzo non reggersi aggrappato alla piattaforma. Si stupì di vederlo ora in piedi, e soprattutto, di sentirlo intimidire a quel modo. Tuttavia si accorse che ora era a mani nude. Aveva perso la sua arma, e questo costituiva un vantaggio. Aveva il pugnale, non eccezionale certo, ma lo aveva. E lo estrasse, stringendolo forte con la mano destra, dopo averlo messo bene in mostra.

Il pugnale. Il pugnale contro calci, pugni e morsi. A questo Andrev non aveva pensato. Era in svantaggio. Ma alla fine non gli importava. Aveva osato minacciare Sklaera. Sarebbe morto.

Si avvicinò con passo deciso. La guardia lo attendeva puntandogli contro la sua arma, con sguardo fiero ed aggressivo. Urlò qualcosa in un linguaggio incomprensibile, quasi digrignando i denti. Poi fece un passo avanti, ma non attaccò, rimanendo in posizione di guardia.

Andrev si avvicinò ancora. E il suo avversario fu costretto ad attaccare. Il ragazzo cercò di bloccargli il braccio con cui brandiva l’arma, ma lo mancò. Purtroppo venne ferito invece ad un fianco, abbastanza superficialmente. Uscì un rivolo di sangue, e la ferita doleva parecchio. Andrev portò istintivamente una mano al fianco. Di colpo tutta la sua sicurezza era sparita di nuovo. E ora vedeva nel volto del suo avversario un ghigno di superiorità. Il suo avversario aveva vinto, glielo vedeva negli occhi. Provò a staccare il braccio dalla ferita e mettersi in guardia, coi pugni chiusi e i gomiti piegati. Il dolore un po’ si placò, forse riusciva a combinare qualcosa di buono. Era visibilmente agitato. Aveva paura di venire sconfitto e di venir rinchiuso di nuovo, o peggio, ucciso. Osservò, con la coda nell’occhio, che un po’ gli tremavano le mani. Strinse i denti e provò a farsi forza. Per ristabilire la parità doveva bloccare assolutamente il pugnale stretto con tanto vigore del suo avversario. Il fianco doleva ancora meno, pur bruciando un po’. Si slanciò in avanti violentemente, cercando di ignorare il dolore. Riuscì ad afferrare con un po’ di fortuna il braccio destro del suo avversario, immobilizzandolo. Poi, facendo forza, provò a strappargli dalle mani il pugnale. L’uomo, sorpreso dalla mossa di Andrev non riusciva a concentrare tutte le sue energie sul braccio per liberarsi dalla presa. Si rese conto di non riuscire nemmeno a ragionare lucidamente.

La fortuna assisteva Andrev. Riuscì a strappare il pugnale dalla mano della guardia, anche se ora un rivolo di sangue bagnava anche la sua mano destra, per aver stretto la lama con troppa forza. Ma non ci badò più di tanto. Impugnò l’arma dall’elsa, e poi la puntò contro l’uomo terrorizzato ormai che gli era davanti. Il fianco tornò a dolere per lo sforzo, e fu costretto a cambiare mano. E in quel momento la guardia gli si gettò contro nel tentativo di riprendersi l’arma. Ci fu un momento di lotta davvero concitata. Entrambi scaricarono l’ansia gridando. Significava vivere o morire. Nessuno sapeva chi l’avrebbe spuntata, ma nessuno avrebbe egualmente mollato. Lottarono con tutte le loro forze, chi più ferito chi meno.

Il corpo della guardia cadde all’indietro pesantemente, privo di vita. Lo sguardo perso nel vuoto, la bocca contratta in un ghigno di dolore. Il sangue scorreva copioso dal petto, dove, all’altezza del cuore, aveva il pugnale conficcato. Solo un rantolo lo traghettò all’altro mondo. Andrev lo guardava, ansimante e sudato. Aveva vinto. Sorrise vittoriosamente, prima di cadere in ginocchio. Sentì una fitta al fianco, e sentiva il sangue scorrergli dalle mani. Si distese sul pavimento supino, e respirò profondamente. Per qualche istante nessuno parlò. Sia Lucretya che Sklaera erano terrorizzate alla vista del sangue che continuava ad uscire dal cadavere, ormai privo di vita, della guardia. E ci volle qualche istante per farle rendere conto che anche Andrev era ferito. Non lo era gravemente certo, ma sanguinava abbastanza da meritarsi una fasciatura. Eppure per qualche minuto nessuna delle due si mosse, o parlò o fece alcunché.

Si trovavano di nuovo dove erano partiti, nella prigione. Era finalmente tornato il silenzio, scandito dai respiri forti di Andrev, che continuava a starsene disteso lì, senza muoversi.

Finalmente Sklaera riuscì ad avvicinarsi ad Andrev camminando gattoni.

-Sei…sei ferito?-

E rimase talmente impressionata davanti ai colpi subiti da Andrev, che scoppiò a piangere. Le era sembrato di rivedere le ferite di Michail. Le era tornato alla memoria quel brutto giorno. E sentiva svanire la felicità e la serenità che aveva duramente costruito in quell’anno. Non voleva vedere suo marito soffrire come aveva visto soffrire Michail. Era maturata da allora, era in grado di curare ferite, di applicare fasciature e di medicare. Non avrebbe permesso un’altra sciagura. Tuttavia piangeva. Le lacrime calde rigarono le guance, e il silenzio venne interrotto dai singhiozzi. Per qualche secondo persistette quest’atmosfera quasi surreale. Andrev non reagiva, così come Lucretya, che era rimasta in ginocchio a guardare, senza commentare o riuscire a fare alcunché. Veniva da piangere anche a lei, ma stava cercando di resistere. Lo spavento era stato davvero forte, aveva bisogno di calma per riprendersi. Temeva che il peggio dovesse ancora venire. Era assurdo che quel posto fosse sorvegliato da sole quattro guardie. Ce ne sarebbero state almeno un centinaio, pensava. Quante altre battaglie doveva ancora vedere? Quanto sangue scorrere?

Poi, come risvegliatasi da un sonno profondo, si ricordò del villaggio, dei bambini, di tutta quella gente che stava cercando di mettersi in salvo dagli Jraaks. Chissà se stavano bene. Probabilmente, come loro, erano stati rinchiusi da qualche parte. O peggio. Ma non voleva pensarci. Con uno sforzo immenso si avvicinò a Sklaera e la abbracciò teneramente, senza riuscire a farla smettere di piangere. D’altronde non riusciva a dirle niente di efficace. Quindi continuò a stringerla forte, guardando ora lei ora Andrev.

Sklaera riuscì a smettere, e si ricordò che suo marito sanguinava. In maniera apprensiva strappò con decisione due lembi della sua veste, lasciando scoperta quasi per metà la gamba sinistra. Ne fece due, uno più piccolo e l’altro, ovviamente, più grande. Indossava una veste molto leggera, rosso scuro, che aveva cucito da sola. Aveva ricamato decorazione per decorazione, aggiungendo motivi dorati sui bordi e le maniche, con molta fatica, visto che aveva dovuto imparare a cucire quasi da sola. Teneva molto a quel vestito, il suo primo vestito, ma teneva molto di più ad Andrev. Tuttavia non riuscì a trattenere un pizzico di delusione per aver rovinato quella veste. Un lembo che aveva strappato conteneva quella decorazione dorata che aveva penato tanto a mettere. Si fece forza pensando che serviva ad Andrev. Sorrise. Si, sarebbe servita per Andrev.

-Non ho niente per medicare…dovrai resistere e arrangiarti…- disse pensosa, con la voce ancora un po’ rotta. Poi gli si avvicinò. Col lembo più piccolo gli fasciò la mano, e strinse in modo da contenere la fuoriuscita di sangue. Con l’altro, più grande, fasciò la vita come una cintura, cercando di tappare il graffio sul fianco. La seconda fasciatura riuscì un po’ male, ma tuttavia fu sufficiente a fermare il sangue.

Andrev però rimaneva immobile a fissare il soffitto, respirando affannosamente.

I suoi occhi castani erano inespressivi. Sembrava come dormire con gli occhi aperti.

-Andrev?- disse scuotendolo un po’.

Il ragazzo sembrò rinvenire. Lentamente girò la testa verso Sklaera. La guardò per un lungo e intenso istante.

-Siamo vivi?-

Per un po’ Sklaera non rispose. Lucretya guardava Andrev.

-Siamo vivi. Grazie a te, un po’. Anzi, solo grazie a te.- disse Sklaera con un tono di voce molto dolce, accompagnandolo con lo sguardo.

-Figurati. Stavo per farmi ammazzare, o peggio.- rispose debolmente, cercando di alzarsi seduto.

-Ti ho visto sospeso lì…poi è arrivata quella guardia…ho avuto paura…-

-Non so come, ma sono vivo.-

-Come ti hanno scoperto?-

-È stata quella…-

Improvvisamente i tre avvertirono una profonda risata.

-Si, è stata colpa mia! Però mi sono divertita, sei quasi morto! Umani, bah!-

-Tu…perché?- disse Andrev con rabbia. –Potevi farmi uccidere! Pensavo che fossi qui per aiutarmi!-

-Io sono una dea, faccio ciò che ritengo meglio per ME, non per TE.-

-Avevi detto che eri qui per aiutarmi!-

-L’ho detto? Pensa…mi dispiace!- e scoppiò di nuovo a ridere.

Andrev non rispose, e distolse lo sguardo. Sklaera era accanto a lui, arrabbiata. Lucretya era invece sconvolta.

-Su, non farai mica l’offeso? Con me non attacca, sono io quella che ti farà uscire da qui! Con le tue sole forze fai solo macelli! Anche se…quel lampo…quando stavi appeso…beh, non importa. Senza di me non vai da nessuna parte. Non hai molta scelta. Devi stare al gioco.-

-Chi sei, dea?- disse Andrev sprezzante.

-Ah, anche l’arrogante ora? Non ti distruggo solo perché ho promesso di non farlo. Ah, ma le dee secondo te mantengono le promesse?-

-No.-

-Appunto. Allora, ti addolcisci o devo porre fine alla tua misera esistenza? Guarda, la seconda opzione potrebbe essere davvero divertente. Per me, s’intende.- E sorrise.

Andrev non rispose, fino a borbottare, dopo un po’ di tempo:

-Mi dispiace.-

-Bene, credo sia sincero. Anzi, lo è per forza, io so tutto! Dunque…vuoi davvero sapere chi sono? Beh, io sono Glorifica, la dea della Morte.-

A questo annuncio tutti rimasero sbigottiti e iniziarono ad avere paura.

-Io sono quella che strappa le vostre anime dalla carne e le porta nell’aldilà. Sono la dea del terrore, la dea che pregate affinché non venga. Ho anche preso quel vostro amico…non mi torna il nome…Michail? Si, era lui. Michail!-

Nel dire questo si inchinò. Si tolse anche il cappuccio, rivelando un viso affusolato dai lineamenti dolci, e i capelli castani dai morbidi ricci, che esaltavano gli occhi azzurro cielo.

I tre ragazzi s’incupirono quando Glory ricordò loro che Michail era morto. Andrev cercò di farsi forza e di non far notare questo loro stato.

-Perché una dea è qui?-

-Diciamo che sono qui per impegni ufficiali. Mi hanno fatto promettere di tirarvi fuori da qui sani e salvi. Ma non abbiamo molto tempo, e io sto perdendo la pazienza. E non è una cosa positiva! Dunque, ho visto che forse non devo fare tutto io. Non sapevo sapessi usare la magia.-

-La cosa?- chiese Andrev. –Ho sentito bene?-

Glory si accigliò.

-Mi stai forse dicendo che tu non sai usare la magia?-

-Io non so usare cosa?- farfugliò in maniera confusa e sconnessa.

-Sei una delusione totale! Mi stai dicendo che poco fa hai appena usato la magia senza nemmeno rendertene conto? E chi credi che t’abbia tirato fuori da quella piattaforma? Io? Al massimo ti avrei fatto precipitare! Un’altra bella animuccia per me! Sai che soddisfazione!-

-Ho usato la magia?-

Lucretya prese la parola.

-Ti abbiamo visto entrare circondato da una strana aura bianca…-

-Si, quella è magia! Avete imparato una cosa nuova! Ora se non vi dispiace, vi sollecito a muovervi. Ce la fai oppure devo chiamare qualcuno che ti porti in spalla ragazzo? Basta che schiocco un dito! Ah, no. Se faccio così muoiono!- e rise.

-Hai detto di aver promesso di tirarci fuori da qui. A chi? E che ne è stato del villaggio?- disse Andrev mettendosi faticosamente in piedi.

-Il chi non vi interessa. Ah si, i tanti sfigati che viaggiavano con voi. Eh, purtroppo, per voi, sono già all’altro mondo. Li hanno massacrati, se volete posso raccontarvi anche come. A molti hanno tagliato la testa. Alcuni li hanno dissanguati, altri invece torturati fino a farli morire. Non ho visto spesso così tanto sangue. Dal vero s’intende. Comunque ho fatto un bel pienone oggi. E voi eravate i prossimi. Dovreste ringraziarmi, e avete quasi osato fare i cattivi con me!- e nel dire questo simulò false lacrime, per poi tornare a sorridere come prima.

Andrev sospirò e si appoggiò a Sklaera. Anche Lucretya si affiancò a loro.

-Diamine, se aspetto che cammini ci vorrà una vita. Fammi fare va’.-

Morte si avvicinò ad Andrev e lo curò, esattamente come aveva fatto prima.

-Non ti ci abituare. Non posso permettere che ci rallenti.-

E, guardando Sklaera che aveva rovinato il suo vestito per nulla:

-Tanto quel vestito era orribile. Ah, l’avevi anche fatto da sola? Vuoi che magari gli dia fuoco, così indossi qualcosa di decente?-

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Uno vecchiarel che ci saluta,

non ancor nato, l’altro, ben promette

e fa sperar ben d’evitar saette

per recuperar occasion perduta.

Tempo incombe sempre e mai aiuta

(ben il sa chi altrimenti credette);

Allor limiamo chiose elette

per superar ogni vetta acuta.

Superate, versi, l’angusto loco,

volate legger legger come foglie,

danzando come le falene del foco

ove qualsiasi freddo si scioglie,

entrate pianino, sanza far danno

ed augurate a tutti:buon anno!

 

 

Versione SMS :cannabis: :cannabis: :cannabis: :

Versi, volate legger come foglie,

entrate pianino, sanza far danno

ed augurate a tutti:buon anno!

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Mi è stato segnalato infatti che manca xD Sarà indietro sicuramente, perché al capitolo 6 scritto ho ripreso la struttura dei capitolo 3 e 4, ripartendo poi dal 7. Comunque per comodità ve lo posto qui.

 

CAPITOLO 6

“Possiamo sconfiggere la Morte?”

Si svegliò, frastornato. Prima di guardarsi attorno si accorse di essere completamente nudo. Ma non era questo il problema. Si mise immediatamente le mani davanti alla bocca, voleva urlare, non ci riusciva.

Era sott’acqua. Poteva vedere sotto di lui il fondale sabbioso. Ma non poteva vedere il cielo sopra di lui. L’acqua sembrava non finire mai. Non riusciva a respirare. Stava per morire. Di nuovo.

Improvvisamente sgranò gli occhi. Tolse lentamente le mani dalla faccia. Le fissò. Poi si fissò addosso, e poi si guardò attorno. Respirava. Normalmente, o almeno così credeva.

Pensò.

Riusciva a galleggiare perfettamente senza muovere alcun arto. Rimaneva lì, immobile.

Ed era nudo.

Ed era anche…vivo?

Ricordava la ferita dell’Jraak sanguinare, ricordava di aver perso i sensi.

Il suo corpo però era totalmente a posto. Non aveva ferite, né cicatrici, né tracce di sangue.

Chinò il capo pensoso.

Un pensiero terribile si impossessò di lui. Era vivo, si. Purtroppo.

Mentre stava morendo si era sentito per una volta bene. Avrebbe risolto il mistero della morte, non avrebbe più avuto alcuna noia dalla vita. E invece ora era lì, in un posto sconosciuto, che rischiava di tornare in quel mondo che aveva più volte desiderato di lasciare.

Sbuffò, poi si guardò attorno.

Intorno a lui non c’era nessun essere vivente. L’acqua era limpidissima, e permetteva una visione eccellente. E non dava nemmeno fastidio agli occhi.

A pochi metri da lui sembrava aprirsi una caverna sottomarina.

Sarebbe stato prudente andare? Il posto gli era completamente sconosciuto. Poteva incontrare grandi pericoli che non sarebbe stato in grado di affrontare. Ma dall’altra parte, non poteva certo rimanere lì. Per un attimo pensò di non muoversi e di aspettare di nuovo la morte. Ma il suo sistema nervoso glielo impedì, imponendosi con forza.

Si decise dunque ad entrare. Ma come poteva spostarsi? Doveva nuotare normalmente?

Provò. Si, doveva nuotare. Ma andava molto molto lentamente. Non era mai stato un grande nuotatore. Non era mai stato grande in niente.

A fatica raggiunse l’entrata di quella che gli era sembrata una caverna sottomarina. E lì davanti si fermò, ansimante, qualche minuto.

Ripresosi, decise di toccare il fondo, per vedere se magari riusciva a camminicchiare. La cosa in realtà gli sembrava abbastanza assurda. Fisicamente era impossibile camminare normalmente su un fondale marino. Però tutto era così strano e possibile, in quel momento, che gli parve la cosa migliore da fare. Anche perché aveva sperimentato che di nuotare non era assolutamente capace.

Toccò il fondo. Incredibilmente riusciva a stare in piedi. Provò ad alzare una delle due gambe per camminare. Ci riusciva, senza nemmeno troppa fatica.

Rimaneva un ultimo problema. Era nudo. Ma era anche solo e sperduto in quello che sembrava un oceano infinito.

Ora che era più vicino all’entrata, poteva sbirciare abbastanza nitidamente all’interno. La grotta proseguiva come un lungo tunnel, o almeno così pareva. Le pareti, rocciose e sporgenti, erano illuminate da strane pietre azzurre. Queste emettevano una luce fioca, che però permetteva una visione discreta. Nella caverna il fondale marino proseguiva sabbioso.

Entrò.

Dietro di lui scomparve qualsiasi cosa. Al posto dell’oceano c’era ora una nuda parete rocciosa. Tutta l’acqua era sparita. Per il resto il tunnel era identico.

Michail tastò bene la parete. Si, nessun dubbio. Dura e nuda roccia.

E ora? Cosa stava accadendo? Già gli era difficile accettare il fatto di non essere ancora morto. Doveva proseguire? Di certo non poteva rimanere lì fermo.

Iniziò a camminare lungo la galleria, che gli dava anche un senso claustrofobico, essendo il soffitto piuttosto basso.

Camminava già da un po’. Il tunnel proseguiva sempre diritto. E sempre uguale a se stesso. E non c’era ancora alcuna forma di vita, nemmeno vegetale. C’era solo la roccia, grigiastra, a fargli compagnia.

Si fermò ad esaminare più da vicino una di quelle pietre azzurre che gli permettevano di non camminare al buio. All’interno sembravano muoversi tante piccole particelle azzurre luminose. La loro luce veniva riflessa dalla struttura cristallina di quello strano minerale.

Improvvisamente cambiò d’umore. Era stanco. Era tornato in vita da pochi minuti, ed era già stufo. Voleva tornare morto, maledisse chi l’aveva strappato dal dolce riposo eterno.

Sedette sulla sabbia soffice. Poi si stese supino. Poteva rimanere lì, nessuno l’avrebbe trovato. Sarebbe morto di stenti, si. Sarebbe stato doloroso, ma non importava, doveva essere così e basta.

Era immerso nei suoi pensieri quando la sabbia sotto di lui scomparve. E lentamente si dissolse anche la caverna. E rimase solo il buio, l’oscurità più totale.

Cominciava ora ad avere un po’ di paura. Quella paura che ti attacca morbosamente alla vita. Percepì che non gli toccava morire. Capì che c’era ancora qualcosa a tenerlo attaccato a questa realtà. Il vuoto attorno a lui aveva risvegliato un po’ la sua voglia di vivere, che gli anni avevano lentamente assopito.

Che fosse giunto il momento di lottare contro questa sua sensazione di apatia e di distacco? Che fosse arrivata l’ora di risvegliarsi, di emergere?

Aveva ricevuto una seconda possibilità dopotutto. Non poteva gettarla via, così.

Per un attimo però ricordò il dolore, la sofferenza, e tutti quegli avvenimenti che lo avevano lentamente ucciso nell’anima fino a desiderare la morte. Dei fantasmi potenti e terribili, che avevano il predominio assoluto della sua mente.

Non si era mai sentito amato, da nessuno. Aveva provato ad amare, spesso, fallendo. Si sentiva diverso da tutti, e ne soffriva.

Questo significava tornare in vita?

Il desiderio di non tornare. Si, non poteva tornare a soffrire così.

Perché era tornato? Aveva una seconda occasione. Perché?

Riapparve la soffice sabbia marina. Riapparve la caverna, stretta e rocciosa com’era, con la sua luce azzurra.

Una grossa scalinata si apriva davanti a lui. Poteva vederne a malapena il termine, abbastanza in alto. I gradini erano candidi come la neve, e sembravano brillare della luce del sole.

Michail si sentiva attirato da quelle scale, senza un motivo. Si alzò e cominciò a salire, nervosamente, fino in cima.

Arrivò in un piccolo spiazzo. Il pavimento luccicava come i gradini della scalinata, ed era così lucido che Michail vi poteva vedere la propria immagine riflessa. Dava su una parete rocciosa, più scura rispetto al resto della caverna, che ospitava un enorme portone.

Era davvero grande, di legno massiccio e decorato in oro. Non c’erano serrature o maniglie. Sopra campeggiava a lettere di fuoco un’incisione.

“Io sono la Vita-in-Morte”.

Vita in Morte? Cosa significava?

Michail provò a riflettere. Vita e Morte erano due opposti, due contraddizioni. Era impensabile accostarli in un unico concetto. Due realtà troppo distanti e diverse tra loro.

Si avvicinò e tastò quel portone.

E si illuminò.

Vita in Morte. Era come aveva sempre vissuto. Vivo e morto allo stesso tempo.

Quel portone, quella contraddizione che riteneva assurda…

Era lui.

Poteva toccare quella contraddizione che esprimeva perfettamente la sua essenza più profonda. E come appoggiò la sua mano agitata sul portone, questo prese a brillare in maniera molto intensa. La luce lo avvolse completamente, fino a coprire tutto. Ora era nella luce. La contraddizione l’aveva avvolto completamente.

Era vivo nella morte.

La luce scomparve in pochi istanti. L’enorme portone era sparito, la caverna proseguiva con un’altra rampa di scale che salivano verso l’alto.

“Io sono la Vita-in-Morte”.

Riprese a salire, spaesato e confuso. Voleva andarsene, tornare a casa, rivedere tutti. Poi voleva morire, di nuovo, e non rivedere nessuno. Stare da solo. In quel momento poteva solo camminare in avanti. Una marcia forzata dettata dalla curiosità.

Davanti a lui si apriva uno spazio abbastanza largo, ancora luccicante come il resto. Di fronte a lui c’erano tre diverse porte, tutte uguali, decorate in oro.

“Io sono la Vita”.

“Io sono la Morte”

“Io sono la Vita-in-Morte”.

Sopra ogni porta c’era un incisione.

Ogni via sembrava uguale a se stessa. Eppure ogni strada era così diversa dalle altre.

Michail si avvicinò alla porta della Vita, poi squadrò quella della Morte, e infine quella della Vita-in-Morte. Quando i suoi occhi si posarono su questa, la contraddizione lo riagguantò. Sentì che era quella, la porta. Quella, la via. E posò la sua mano, un po’ tremante, su quella porta, che risplendette di luce folgorante, che l’avvolse fino a renderlo cieco del tutto.

Riacquistò la vista in una piccola stanza quadrata. Nessun segno di luci, o di caverne naturali. Aveva di fronte una ragazza seduta su un trono. Affianco il trono c’era un uomo avvolto in una mantella che impediva quasi di vederlo.

Lei era bellissima. Aveva dei capelli castani chiari, piuttosto lunghi. Michail venne affascinato dai suoi occhi, castani e profondissimi. E ricordò, l’aveva vista tornando da Flamm, sotto la pioggia. La sua mente ricordò la paura, l’agitazione, il panico. Tutte sensazioni che ora gli erano del tutto estranee. Si sentiva calmo, rilassato. Non era nemmeno in imbarazzo del fatto che era nudo. Tutto era così, naturale. Nemmeno l’uomo incappucciato gli incuteva timore.

-Ti aspettavo, Michail. Sei giunto infine.- disse la ragazza.

La sua voce era così dolce e sensuale. Le parole sembrarono rapirlo, portarlo via, lontano.

-Avevo un po’ di timore.- continuò la voce.

Si alzò. Indossava una bellissima veste bianca, leggera come l’aria. Michail ebbe un sussulto.

-Io sono la Vita-in-Morte.-

Era lei, la contraddizione. E si erigeva in tutto il suo splendore. L’altra figura non parlava.

Michail ora si sentiva un po’ confuso.

-Io percepisco tutto, sono una dea. Tante, troppe domande affollano la tua mente, giovane Michail. E poche di loro avranno risposta. Lungo e tortuoso il cammino.-

Michail indietreggiò di qualche passo. Una dea?

-Tu hai scelto, Michail, di venire da me. Così speravo fosse destino. Io sarò la tua guida, d’ora in avanti. Lungo è il cammino.-

Michail si fece coraggio, e parlò.

-Cammino?- chiese con voce debole.

-Avverto il tuo timore. Poni la tua domanda.-

Sembrava che gli avesse letto nel pensiero. Si fece di nuovo coraggio.

-Io sono morto?-

Passò qualche lungo, interminabile secondo. Nessun movimento, nessun respiro. Solo l’attesa.

-Si.- disse la dea, infine.

Michail si sentì un po’ sollevato. Abbozzò un sorriso, che però scomparve subito.

-Tu sei vivo e morto.- continuò la dea.

Contraddizione.

-Vivo e morto?- provò a chiedere Michail.

-Qualcosa ti ha impedito di raggiungere l’aldilà, qualcosa ti tiene ancora legato al tuo vecchio mondo.-

-Dove sono?-

-Sei nella mia stanza, io ti ho voluto qui.-

Michail ci capiva sempre meno.

-Il Fato ti ha voluto qui.- continuò la dea.

Il Fato?

-Signore di dei. Affronterai la prova.-

-La prova?-

-Ti permetterà di tornare in vita.-

-Ma io non voglio tornare.-

-Molti di noi ricevono doni che non desiderano.-

-Io voglio morire.-

-Ciò dice il tuo cuore.-

-Ho sofferto tanto, troppo, nella mia vita.-

- Non c’è fine al dolore. Nemmeno la Morte uccide il dolore.-

-La Morte è invincibile.-

-Se lo fosse non saresti qui, e non avresti la possibilità di tornare. Tu vuoi tornare?-

-No.-

-È una tua scelta.-

-Allora è deciso.-

-Una scelta può cambiare tante cose Michail.-

-L’amore ha ucciso la mia anima.-

-Per l’amore si muore. Lo sai.-

-Io voglio morire del tutto.-

-Il destino del mondo dipende da te.-

-Da me? Si, sono un eroe…- disse in tono sarcastico.

-Da te. Il più piccolo eppure il più grande.-

-Il mondo non ha niente a che fare con me.-

-Ma le persone che ami si.-

-Cosa c’entrano loro?-

-Solo tu puoi salvarle, Michail.-

-Come ho salvato me stesso?-

-Come hai salvato quella ragazza, dando la tua vita.-

-Non so cosa mi fosse preso.-

-La amavi. L’hai salvata.-

-Non lo so.-

-È così.-

-Cosa devo fare?-

-Affrontare la prova.-

-Che prova?-

-Capirai.-

-Tutto è così strano, misterioso, inquietante.-

-Io fallirò, mia dea.-

-Tu vincerai, per me, per lei, e per tutti. Io non scelgo a caso, Michail. Mai.-

-Io ho paura.-

-La paura sarà la fonte della tua forza.-

Michail chinò il capo. Non rispose più.

La dea indicò la strana figura incappucciata.

-Lui sarà il tuo maestro. È giunto il momento di combattere. Grandi imprese chiamano. L’alba del nuovo giorno è vicina. Non preoccuparti, Michail. Io verrò con te.-

L’uomo incappucciato si voltò verso la dea.

-Sei impazzita? Una dea con un mortale!-

-È il mio destino.-

-Sei una dea!-

-Una dea non vale nulla senza i suoi fedeli.-

L’uomo chinò il capo, e smise di parlare.

Vita-in-Morte splendette di bianco. Diventava sempre più accecante.

-È questo ciò che vuoi Michail? Sosterrai dunque la prova?-

Michail era immobile. Prova. Una parola che incuteva timore ed angoscia.

Tentare?

-Sosterrò la prova.- annunciò.

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No, non manca se è questo. solo che qui è segnato come il capitolo 5 mentre il 7 sarebbe "Erano ancora vivi. Ogni mattina, vedendo il sole radioso... ". Rivedendo tutto il lavoro mi chiedevo se mi mancava qualcosa sul file, poi rileggendo i post sul forum ho notato che ripetevano questa discrepanza e se dopo la revisione dei capitoli, c'era qualcosa che mi mancava oppure se era semplicemente un errore nella numerazione degli stessi. :)

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Uno vecchiarel che ci saluta,

non ancor nato, l’altro, ben promette

e fa sperar ben d’evitar saette

per recuperar occasion perduta.

Tempo incombe sempre e mai aiuta

(ben il sa chi altrimenti credette);

Allor limiamo chiose elette

per superar ogni vetta acuta.

Superate, versi, l’angusto loco,

volate legger legger come foglie,

danzando come le falene del foco

ove qualsiasi freddo si scioglie,

entrate pianino, sanza far danno

ed augurate a tutti:buon anno!

Bel sonetto!! :ok:

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No, non manca se è questo. solo che qui è segnato come il capitolo 5 mentre il 7 sarebbe "Erano ancora vivi. Ogni mattina, vedendo il sole radioso... ". Rivedendo tutto il lavoro mi chiedevo se mi mancava qualcosa sul file, poi rileggendo i post sul forum ho notato che ripetevano questa discrepanza e se dopo la revisione dei capitoli, c'era qualcosa che mi mancava oppure se era semplicemente un errore nella numerazione degli stessi. :)

Perdono :) è che ho spezzato il capitolo 3 in due capitoli distinti, per questo il capitolo precedentemente 5 è ora il 6. Chiedo scusa, colpa mia :) Ah, e tanti complimenti per il tuo sonetto!

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CAPITOLO 13

C’era solo un forte silenzio, interrotto di tanto in tanto dal soffio leggero del vento. Nessuno parlava. Elayra era in piedi, pensierosa, a fissare la sabbia sollevata dalla brezza. Il deserto si stendeva per chilometri e chilometri. Era chiamato “il Deserto del Destino. Si trovava in una dimensione a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti, ed era stato da sempre un luogo di riflessione e meditazione. Grandi figure leggendarie avevano attraversato quel deserto in un periodo di forte crisi, ed erano sempre tornate con le risposte giuste.

Un colpo di vento più forte degli altri sollevò una piccola quantità di sabbia dorata e finissima, quasi bianca al riflesso della forte luce che dominava il deserto.

La dea si girò verso Michail, a carponi tra la sabbia, che ancora respirava affannosamente. Le immagini tornarono alla mente della dea come fulmini in una notte tempestosa. Ebbe compassione per quel povero mortale. Gli si avvicinò e gli posò timidamente la mano sulla spalla destra, fissandolo. Ma non sembrò reagire.

L’idea di portarlo nel Deserto del Destino era stata di Auron. Aveva fortemente insistito sostenendo che era l’unico posto che potesse guarirlo dal dolore che gli permeava l’essenza stessa del suo essere. Aveva bisogno di risposte, aveva detto. Il Deserto era l’unica cura.

Elayra aveva sollevato dei dubbi, in quanto temeva che questa soluzione avrebbe peggiorato solo le cose. E inizialmente opposta, si era poi lasciata convincere. Per tutto il tempo della loro discussione Michail non aveva dato segni di vita diversi dal suo respiro affannoso. Sembrava essere stato bloccato alle funzioni vitali minime. In fondo, non era completamente morto. Non aveva bisogno di mangiare o bere, ma continuava a respirare e ad avvertire dolore regolarmente. Una delle più grandi contraddizioni di questo stadio.

-Auron, non sembra nemmeno vivo!-

-Deve riprendersi per forza. Ho giurato di addestrarlo, ma non posso addestrare un vegetale!-

-Non so se sia il caso…-

-Ne abbiamo già parlato Elayra. Io sono convinto che sia l’unico modo. Sei tu la dea! Dovresti sapere tu cosa è giusto o no!-

-Io…io mi sento terribilmente confusa…-

-Per una dea del tuo calibro non è normale. Sei onnipotente, no? Perché non lo fai rinvenire tu?-

-Io non ho potere sulla psicologia umana, lo sai.-

-Non hai potere su quasi niente allora!-

Elayra non rispose e si girò dalla parte opposta, dando le spalle ad Auron.

-Io…-

-Non fa nulla. Sei fortunato che io non sia Morte. Glorifica probabilmente ti avrebbe cancellato dall’universo. E potrei farlo anche io, ricordalo sempre.-

-Lo so.-

-Speriamo sia la cosa giusta da fare.-

-Per prima cosa deve riprendersi. Qualche idea?-

-Purtroppo non so cosa fare.-

Passò qualche istante di silenzio. Si sentiva ancora spirare il vento, che sollevava la sabbia sempre più dorata.

-Quando gli hai scrutato la mente, sei riuscito a capire quali poteri magici è in grado di usare?-

-Si. La magia dell’Ombra. E non ho mai visto con più precisione.-

Elayra si girò a guardare Michail.

-Già, gli si addice perfettamente.- disse sconsolata. –C’erano pochi dubbi…-

-Non siamo noi a decidere. Il problema sarà renderlo in grado di usarla.-

-Siamo ancora senza idee.-

-Io ne ho una. Potrebbe anche funzionare.-

Auron si avvicinò a Michail con passo deciso.

-Credo di non avere molte alternative.- disse.

-Che hai intenzione di fare?-

Auron sferrò un violento calcio che colpì il povero ragazzo nella zona dell’addome. Michail si contorse lamentandosi vistosamente per il dolore. Si stese su un fianco e rotolò in quella direzione. Portò entrambe le mani all’addome, come per proteggersi.

-Auron!-

-L’ho detto, non avevo molte alternative.-

Michail rantolò per qualche altro istante, poi, faticosamente, riuscì a sedersi, pur tenendo entrambe le mani sul fianco.

-Elayra, intanto vestilo. È ancora nudo.-

E la dea lo vestì di una camicia bianca di seta e di un paio di pantaloni marroni.

-Michail?- disse lei timidamente.

Il ragazzo la guardò. Aveva gli occhi spenti, notò Elayra. Era diventato pallidissimo e ancora respirava male. Tuttavia sembrava cosciente.

-Sto…sto…sto bene.- riuscì a dire con molto sforzo e con voce molto molto bassa.

Elayra fu sollevata nel sentirlo parlare. Tuttavia era visibilmente ancora sotto shock.

-È un bene che tu abbia ripreso coscienza.- disse Auron asciutto.

-Dove…dove siamo?- balbettò Michail.

Auron si girò come per mostrargli il luogo.

-Questo è il Deserto del Destino.-

-Cosa ci faccio qui?-

-Lo attraverserai. Da solo. È per il tuo bene.-

Michail non rispose.

-Racconta la leggenda che grandi eroi del passato arrivarono qui nel momento più acuto dei loro periodi di crisi. Questo deserto, a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, è capace di dare delle risposte. Purtroppo non possiamo dirti né come, né quali.- continuò Elayra.

-Non c’è risposta che possa essere data nel mio caso.-

-Noi ti aspetteremo qui. Buona fortuna.- disse Auron.

Poi prese per mano Elayra e sparirono come nel nulla.

Michail era stato lasciato solo. Era ancora seduto, come se non si fosse accorto di nulla, con espressione neutra e pensierosa. L’addome gli doleva sempre meno man mano che passavano i minuti. In poco tempo riuscì a rimettersi in piedi e si guardò attorno.

Era circondato da un’infinita distesa di sabbia.

Non voleva alzarsi né fare niente. Ora era preda di una terribile apatia. Fissò la distesa tutto intorno a lui, uniforme, dorata. Non c’erano rocce né oasi, perlomeno finché poteva vedere. E soprattutto non sembrava esserci alcuna forma di vita oltre lui. Alla fine poteva rimanere lì fermo per sempre. Auron ed Elayra se n’erano andati dopotutto, lasciandolo lì solo. Non aveva la minima idea di cosa fare per tornare indietro. Ma, rifletté, dove tornare? Tornare in vita? Doveva superare una prova, imparare ad usare la magia. Ma doveva farlo davvero? Voleva farlo? Rifletté. Molti ricordi gli affollarono la mente già confusa. Rivide quelle terribili immagini, per un attimo riprovò tutto il dolore che l’aveva lasciato da poco. Si, Helen. No, non voleva tornare. Doveva pagare per tutto il male che le aveva fatto. Si, avrebbe vagato in questo deserto per l’eternità. Non voleva più farsi trovare, desiderava trascorrere il resto del suo tempo in totale solitudine, lontano dal mondo, nel tentativo di dimenticare.

 

Come dimenticare…

Helen. Ogni istante che passa ti comprendo sempre di meno. Non posso dimenticare né perdonare. Ogni secondo trascorso mi convince sempre di più del terribile male che ti ho fatto. Eri così bella, Helen. Ancora ricordo il morbide tocco dei tuoi capelli, la freschezza del tuo viso, il tuo sorriso così dolce.

Non credo d’aver passato mai periodo più felice nella mia vita. Solo vederti da lontano era una gioia infinita, lo è stato sin dal primo istante.

Si, lo so Helen, so cosa mi stai dicendo. Sto diventando patetico, melodrammatico. Forse è per questo che quella magia che ci teneva legati si è spezzata per sempre.

Non posso negare che avevi un carattere particolare, tutto tuo. Ricordo che non ci voleva niente per farti arrabbiare, ricordo anche che ogni volta era un’impresa trovare battute che ti facessero almeno sorridere.

 

Si alzò, lentamente, con lo sguardo perso nel vuoto. Fece qualche passo in avanti. La sabbia era così soffice sotto i suoi piedi nudi, quasi un piacere calpestarla. Guardò ancora verso l’orizzonte. Poi in alto, cercando la fonte di tanta luce. Non c’era alcun sole, come se la sabbia fosse dotata di luce propria. C’era solo uno splendido cielo azzurro intenso. Spirò una brezza leggera che gli accarezzò la pelle del viso. Era così calda e dolce, come la mano della sua Helen. Chiuse gli occhi.

 

Ricordo però che stavamo così bene insieme, seduti vicini a guardare il tramonto. In totale silenzio, cullati dal vento e dalle voci della natura. Ricordi quel piccolo riccio? Si, ci avevo messo maldestramente la mano sopra. Lì si che sono riuscito a farti ridere, e di gusto. E la mia mano non è ancora completamente a posto. Beh, ora sono morto, sembra tornata come nuova. A dire il vero io posso ancora provare dolore. Non sono morto del tutto. Non ho bisogno di mangiare, o di bere, ma posso ancora soffrire. E molto. Sembra quasi di vivere in uno di quei racconti che scrivevo. Forse avevo iniziato quello buono, quello che avrei concluso e fatto leggere. Ora temo che non scriverò più niente. Sto già vivendo un’avventura che nessun libro, forse oserebbe raccontare. Non sono né vivo né morto.

 

Diede un calcio ad un ciottolo.

 

È iniziata così. Si, nel mio rifugio. Le placide acque del fiume baciate dalla luce del sole. Chissà ora quanto sarà alta l’erba, quanti fiori saranno sbocciati. Chissà quanto tempo è passato. Andrev, Sklaera…state bene? Gli Jraaks non vi hanno ucciso vero? Non riuscirei a perdonarmelo. Mai. Da quel giorno sono cambiate parecchie cose. Mi mancate davvero tanto.

 

Continuava a camminare senza far caso alla direzione da prendere. Senza accorgersene era arrivato in cima ad una modesta duna di sabbia. Si guardò intorno. Il vento aveva già cancellato persino le sue orme. Si sentì solo.

La duna scendeva dolcemente. Ne vide un’altra, un’altra e un’altra ancora. Il deserto non era più così pianeggiante come aveva visto prima. Tuttavia continuava a mancare qualsiasi forma di vita.

 

Andrev, Sklaera ed Helen. Qui ho perso tutti e tutto. Quei maledetti Jraaks. Dovrei essere contento di essere morto. Dopotutto era ciò che desideravo. Eppure non mi sento felice come dovrei. Forse perché non sono morto del tutto. O forse perché la mia carne grida disperata alla vita. Chissà perché è così facile convincere la mente della bellezza della morte, contrariamente a quanto è difficile convincere il proprio corpo ad infliggersela.

 

-Preparati per conseguenze inattese.- disse una voce.

Michail continuò a camminare, come se non avesse sentito nulla.

-Preparati per conseguenze inattese.- ripeté la voce.

Il ragazzo si fermò. Per un istante rimase immobile, non pensando a niente. Si guardò poi lentamente attorno. E riscontrò che doveva aver sognato, in quanto era solo come fin dall’inizio della sua permanenza nel deserto.

 

Sto iniziando anche a delirare, ora.

 

Sedette. Una mano gli si posò sulla spalla destra.

Trasalì per la sorpresa. Era sicurissimo di non avere nessuno attorno. E così era infatti. Si alzò di scatto, scrutando con attenzione tutto intorno a lui. Il vento gli rispose aumentando di intensità. Risedette sbuffando pensieroso. Iniziò a tremare un po’. Si rese conto di avere paura.

-Non hai molto di cui aver paura.- disse la voce di prima.

Una strana figura gli era apparsa davanti dal nulla. Sembrava un uomo, ma non lo era del tutto. Era alto almeno la metà della sua altezza, e indossava una piccola tunica verde, parecchio sbiadita, strappata e sporca di terra e sabbia. Sul capo aveva un cappello di paglia. Il volto era piccolo ed estremamente rugoso, la pelle quasi violastra, il ché faceva risaltare barba e baffi bianchi.

-Dopotutto sono alto, come hai notato, la metà di te. Cosa potrei farti? Ucciderti? Sei già morto! Anzi, mezzo morto! - e scoppiò a ridere da solo.

Michail si allontanò di qualche metro gattonando all’indietro, spaventatissimo.

-Ehi, dove vai? Vuoi giocare? Vuoi giocare davvero? Guarda che io sono molto veloce!-

Detto questo sparì, per ricomparire esattamente alle spalle di Michai.

-Ho vinto io!-

Michail si ritrasse ancora.

-Ah, ma tu hai paura di me? Ti ho già spiegato che non devi! Sono innocuo e disarmato! Guarda!- disse mostrando il palmo delle mani vuote.

Michail non si mosse stavolta. Tuttavia rimase allerta come se fosse in pericolo.

-Sono stato ragazzo anche io, molti molti secoli fa.-

-Chi sei?- trovò la forza di chiedere.

-Io sono Havioth il saggio.- si presentò con un inchino. –E suppongo tu sia Michail, giusto?-

-Come sai chi sono?-

-Non credo mi chiamino “il saggio” senza motivo.- sorrise.

-Come sei arrivato qui?-

-Io vivo qui.-

-Come si può vivere per sempre qui?-

-Non avevi intenzione di farlo anche tu fino a qualche secondo fa?-

La domanda colse Michail impreparato. Non rispose.

-Ti dirò, una volta abituatisi alla solitudine non è così male. E dopotutto non sono solo così tanto spesso. Ogni tanto capita qualcuno, proprio come te. Almeno uno a secolo, più o meno.-

-Perché?-

-È una domanda che ben si addice a tante altre che affollano la tua mente. Ma io non posso darti tutte le risposte. Sono onnisciente, ma non del tutto. Purtroppo non prevedo il futuro, pur conoscendo passato e presente.-

-Nemmeno gli dei…-

-Gli dei? Sei qui per volere di chi? Ah, giusto, sei qui perché quell’Auron ti ci ha portato. E non avrei mai creduto che lui ed Elayra potessero andare d’accordo. Si vede che sto invecchiando. Anche se non è possibile, sono morto!- e rise di nuovo da solo.

Smise improvvisamente riacquistando la serietà. Il suo sguardo era ora profondo e serio.

-Gli dei sono chiamati dei solo perché sono potenti. Ma non porre loro domande, non sapranno mai risponderti. La conoscenza non è innata, ma, come ogni cosa, dipende dal singolo. Bisogna studiare secoli e secoli come ho fatto io. Purtroppo però, la conoscenza è sempre stata secondaria alla forza. Per questo nessuno sa chi sono, o chi sia mai stato. Conoscenza, è questa la chiave. Anche a te servirebbe conoscere meglio te stesso e la tua storia. Io e te siamo uguali. Tu hai delle domande e cerchi delle risposte. L’unica differenza è che ti è stata data la possibilità di riportarle nel mondo dei vivi.-

-La mia storia?-

-Si. Una non perfetta valutazione degli eventi porta sempre a scelte e considerazioni sbagliate. Sia chiaro, nessuno può prevedere il futuro. Ma non ci si può sempre attribuire la colpa di tutto. E sai a cosa mi sto riferendo. Preparati a conseguenze inaspettate…-

Mentre parlava aveva iniziato a svanire.

-Aspetta, non te ne andare!-

-Conseguenze inaspettate…- ripeté, con la voce che andava sfumando. Poi sparì del tutto, lasciando di nuovo la solitudine e il vento attorno a Michail.

Il ragazzo ruggì di rabbia e urlò. Ogni volta che trovava qualcuno in grado di dargli delle risposte, non riusciva mai ad ottenerle. Batté forte i pugni sulla sabbia, e pianse per il nervoso.

Quando riuscì a calmarsi si alzò in piedi. Non era cambiato assolutamente nulla. Davanti aveva solo dune di sabbia. Iniziò a camminare prendendo una direzione a caso.

Camminò per diversi minuti. E si sentiva come se il paesaggio non mutasse. Ogni volta aveva la sensazione di esser già passato per quella duna, di aver attraversato quello stretto tra le montagne di sabbia. Ma non c’erano impronte a dimostrarlo.

La stanchezza ebbe la meglio. Si distese supino sulla sabbia, guardando il cielo sempre più azzurro. Chiuse per un attimo gli occhi, come per dormire.

-Michail…-

Riconobbe all’istante quella voce. Il cuore iniziò a battergli all’impazzata. Sgranò gli occhi, alzandosi di scatto, come in preda al delirio.

Era ancora solo.

-Sono qui, Michail.- ripeté ancora quella voce familiare.

Gli sembrava di impazzire. Non era possibile. Tutti i fantasmi del suo passato stavano tornando con il doppio della forza. Si mise la testa tra le mani, gemendo. Quella voce doveva andarsene. Se la stava sognando, ne era sicuro. Chiuse gli occhi cercando di isolare ogni pensiero. Doveva riprendere il controllo. Doveva o sarebbe impazzito.

-Michail, apri gli occhi. Sono qui.-

L’impulso dell’ordine fu più forte. E rimase di stucco.

C’era una ragazza davanti a lui. I capelli mossi le ricadevano sulle spalle, il viso candido come la neve dai lineamenti un po’ aspri, ma dolci. Quegli occhi profondi e scuri, che tante volte aveva ammirato. Era avvolta da una luce fiocamente azzurra, indossava pantaloni marroni lunghi un po’ sotto il ginocchio e una maglia bianca, decorata di rosso.

-Helen…- balbettò.

Lei sorrise dolcemente. Sembrava sospesa in aria. I suoi piedi non sfioravano il suolo.

-Io…- disse, cercando di toccarla. Non ci riuscì. La mano attraversò l’immagine come fosse aria.

-È passato molto tempo…Sono felice di rivederti- disse continuando a sorridere.

-Come è possibile? Tu sei…-

-Non dirlo. Lo sono e non lo sono. Almeno in questo momento. Non ho passato molto tempo nel mondo dei morti, ma è sufficiente per capire molte cose.-

-Helen…-

-Non è ancora arrivato il tuo turno. Non sono cambiata per niente, scoprirai. Quindi sai bene che quando ho la parola, io parlo e basta. Intesi?-

Michail assentì accennando con la testa.

-In realtà però ora mi sono dimenticata cosa avevo da dire…tu sai perché sono qui?-

Il ragazzo fece cenno di no ancora col capo, senza proferire parola. Si sentiva stupito, era felice e nello stesso tempo voleva scappare via urlando. Non si era mai preparato ad un momento del genere. Sarebbe stato impossibile dire e fare le cose giuste. E nello stesso modo, non si sarebbe forse mai ripresentata un’occasione come quella. Aveva desiderato rivederla moltissime volte. Ora era lì, davanti a lui.

-Sono qui perché c’è uno stupido che non vuole vivere.- continuò a dire col suo sorriso dolce.

-Io devo chiederti scusa.-

L’espressione di Helen si fece dubbiosa. Poi capì, sbuffò e scosse la testa.

-Michail…non sei cambiato affatto. Nemmeno la morte è riuscita in questo?-

-Cosa vuoi dire?-

-Che non è colpa tua. Non lo è mai stata. Io so cosa hai fatto dopo, quando ormai avevo perso coscienza per sempre. Nessun altro l’avrebbe fatto.-

-Io non ho fatto niente, se non farmi prendere a schiaffi e pugni.-

Ci fu una pausa di silenzio.

-Per me è valso ugualmente moltissimo.-

-Dici davvero?-

-Si.-

Michail rifletté un istante. La domanda che voleva fare era davvero importante. Fece uno sforzo.

-Perché, Helen?-

-Mi aspettavo questa domanda, sai? Credo di conoscerti bene ormai.-

-Non voglio obbligarti a rispondere.-

-Non l’hai mai fatto…sei sempre stato così comprensivo con me. E io, che sono qui proprio per rispondere a questa tua domanda, non so proprio cosa dire. Ci ho pensato e ripensato, ma non è facile, e lo sai, trovare un bandolo in questa mia matassa di pensieri. Io ci ho rinunciato da tempo, volevo smettere di pensare. Ed eccomi qui. Michail…la sfera dei sentimenti è qualcosa che nessuno può prevedere. Non esiste un giusto e uno sbagliato. Esiste un percorso che nessuno conosce, soprattutto quando si è in due. Ti posso solo giurare che ho voluto essere sincera con te, perché ti ho voluto e ti voglio ancora davvero bene.-

Pronunciò queste parole con tono ed espressione seria.

-Ho capito.- rispose Michail freddo ed asciutto.

Helen abbassò il capo, tristemente.

-Sono io quella che deve chiedere scusa.-

-No, Helen. Non è vero. Non posso negarti d’aver sofferto tanto. Sarebbe mentire spudoratamente. Eppure non ti ho mai, mai, mai dato la colpa di nulla, Helen. Ora come ora, posso solo dire che è stato comunque l’evento più bello che mi sia mai capitato.-

Helen rialzò la testa e tornò a sorridere.

-Michail…-

-Si?-

Helen s’avvicinò e lo baciò teneramente sulla guancia. Un bacio vero, l’aveva chiaramente avvertito. Eppure non era riuscito a toccarla. Riprese coraggio e la strinse forte tra le braccia. Posò il capo sulla sua spalla. La ragazza gli massaggiava teneramente i capelli.

-Ma tu non eri…-

-Ora non più, Michail. Ricorda sempre che io non sono morta. Io non morirò mai, perché io vivo in te. Per sempre. Nel tuo cuore. Ti è stato affidato un compito, Michail. Portalo a termine, per me.-

Helen si stava dissolvendo lentamente. Scomparvero prima i piedi, poi toccò alle gambe. Michail sentì svanire il contatto col corpo di lei.

-Cerca dentro il tuo cuore. Io sono sempre con te. Preparati a conseguenze inattese.- disse con un dolce sorriso, prima che sparisse davvero del tutto.

Il ragazzo, di nuovo solo, ricadde sulla sabbia.

 

Conseguenze inattese. Cosa vuol dire? Ha proprio ragione Havioth. Io mi pongo delle domande. Ma non so cercarne le risposte. Io ho un compito e non so nemmeno quale. Forse è davvero tempo di dipanare tanti dubbi che mi assillano la mente. E non posso farlo da morto. Ora capisco, forse l’istinto della carne non è solo quello di sopravvivere. Si sopravvive per un motivo, così come si muore anche per un motivo. No, non credo di poter morire finché non troverò una risposta a tutto ciò che mi chiedo.

 

-Saggia decisione, piccolo Michail.-

Havioth era di nuovo seduto affianco a lui. Ora in mano aveva una specie di pipa, che stava fumando. Emetteva uno strano vapore rossastro, ma aveva una fragranza piacevole e rilassante.

-Ovviamente nessuno ti dirà che è un compito facile trovare delle risposte. Io per primo. Né che non ci vorrà tempo e fatica. Ma in fondo sei un ragazzo in gamba. Ti aspetta comunque un duro addestramento. E noi ci rivedremo solo alla fine di esso, caro ragazzo. Ma sono sicuro che, nonostante tutto, ci arriverai molto presto.-

-Arrivare dove?- chiese Michail stupito.

Ma Havioth se n’era già andato esattamente come era comparso. Dopo una piccola pausa di qualche istante, Michail balzò in piedi. Doveva ritrovare Auron ed Elayra. Voleva e doveva iniziare il suo addestramento.

-Auron! Elayra!- si mise a gridare.

Solo il deserto però udì la sua voce. Il vento smise di soffiare.

-Auron! Elayra!- ripeté con più forza e decisione.

-Sei pronto allora ad iniziare il tuo addestramento?- chiese una voce dolce e familiare.

Elayra ed Auron erano comparsi dietro di lui e lo guardavano.

-È stato allora utile il deserto?-

Il ragazzo portò entrambe le mani al cuore, abbassò il capo, e sorrise dolcemente.

-Allora?-

Rialzando la testa rispose:

-Forse si.-

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Perdono :) è che ho spezzato il capitolo 3 in due capitoli distinti, per questo il capitolo precedentemente 5 è ora il 6. Chiedo scusa, colpa mia :) Ah, e tanti complimenti per il tuo sonetto!

Bel sonetto!! :ok:

Thank You!

Sto rifinendo una canzone adesso, sarà un pò particolare perchè diciamo che fino ad ora non ho postato niente con questo tema anche se è il più classico. :asd: :asd: :asd:

 

Mitch, ho già un personaggio preferito nel tuo libro! :rotfl: :rotfl:

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Aspettiamo con ansia la canzone e di sapere chi xD Anche se penso di intuire. Comunque :)

 

 

CAPITOLO 14

 

“L’ho promesso ad Helen, devo farlo” pensava Michail.

Erano ancora nel deserto. Elayra ed Auron erano davanti a lui, con aria solenne. Il vento leggero che aveva caratterizzato il deserto ora spirava con un po’ più forza, sollevando di conseguenza più sabbia. Lo spettacolo comunque era davvero bello, con la sabbia sollevata dal vento sullo sfondo dello stupendo azzurro del cielo. Michail fissava quello spettacolo come ipnotizzato. Fu Auron, bruscamente, che lo riportò alla realtà. La realtà. Credere alla realtà sembrava più assurdo che credere nelle tante storie che gli venivano raccontate da piccolo. Ma riuscì a farsi forza, ripensando ancora allo splendido sorriso di Helen. Avvertì come una sensazione di calore attraversargli tutto il corpo fino alla punta più estrema. Si rese conto di essere ancora innamorato, di non aver mai smesso di esserlo. Helen, com’era bella e dolce. Portò le mani al petto.

-Michail.- disse Auron con tono fortemente severo.

Si girò. Non aveva mai visto forse un’espressione più solenne. E l’effetto era amplificato dalla fronte corrucciata e dagli occhiali neri ad altezza del naso di Auron. Anche la cicatrice sull’occhio destro, squarcio profondo ed orribile, assunse le sembianze di un occhio indagatore.

-Credi allora nella magia?-

Come non crederci? Era morto, eppure non lo era. Aveva visto i suoi ricordi, interagiva con divinità e personaggi misteriosi. E soprattutto aveva rivisto Helen. Chissà quali altre sorprese lo attendevano ancora. Si…credeva nella magia. Ma non sapeva se sarebbe stato in grado di usarla. Aveva sempre fantasticato di piccoli individui divenuti grandi guerrieri nei suoi racconti. E non era mai stato in grado di terminarne uno. Sarebbe finita così anche per lui? Un guerriero mancato, alimentato da grandi speranze ed aspettative, finito poi nell’oblio. La magia…

-Si.- disse infine, asciutto, cercando di nascondere i suoi pensieri.

Auron fece solo un cenno con la testa. Elayra prese la parola e cominciò a dire camminando:

-Tutti gli individui sono in grado di usare la magia, sai Michail?-

-Cosa?-

-Hai sentito bene. La magia è vita, ricordi? La magia scaturisce direttamente dalla forza vitale di una persona. Ricordi il motivo per cui ti abbiamo “costretto”- e sottolineò con grande enfasi la parola -a vedere i tuoi ricordi? La tua mente era ottenebrata dal desiderio di morire, per cui non saresti mai riuscito a sfruttare il grande potere che è in te.-

-E come mai non ho mai visto un mago prima d’ora?-

-Non so in che modo tu immagini la magia, Michail. Se ti aspetti stregoni, strane parole ed un potere illimitato, beh, sei sulla strada sbagliata. È molto facile immaginare un potere praticamente assoluto, ma impossibile da mettere in pratica. Ricorda sempre che la magia ha un costo, e molto molto caro.-

-Costo? Io non ci sto capendo nulla.

-Partiamo dal principio. Come ti ho appena detto, non esiste un potere illimitato. Nemmeno noi dei lo abbiamo. Ci chiamano “dei” solo perché svolgiamo tutti una particolare funzione, altrimenti non abbiamo molto più potere di un comune essere umano ben addestrato nell’uso della magia. Certo, ho dalla mia una giovinezza praticamente infinita. Io esisto da sempre, Michail. Immagina per un secondo tutta l’esperienza che posso aver accumulato dall’inizio dei tempi nell’uso dei miei poteri. Ti sarà facile capire perché io sia una dea.-

Michail ripensò alle parole di Havioth il saggio. Ricordò che gli dei avevano cercato da sempre il potere fisico, e non avevano mai sviluppato abbastanza il sapere, il conoscere. In quel momento lo assalì una forte sensazione d’incompletezza.

E improvvisamente accadde qualcosa di singolare. Il vento si alzò improvvisamente ancora di più. Una piccola quantità di sabbia iniziò a volare a spirale, e a poco a poco comparve dal nulla la figura di Havioth.

-Niente di più di ciò che ho detto, caro ragazzo. Hai una mente sveglia, sono contento! È normale che tu senta questo “vuoto”. Pensa all’universo, pensa all’infinito! Per quanti uomini o dei possano cercare di carpirne i segreti, nessuno riuscirà mai ad accumulare la conoscenza ultima, quella perfetta, oltre la quale non esiste più nulla. Esattamente nella stessa maniera per cui non esiste un potere assoluto. Né uomini, Inail, Jraaks o dei hanno creato l’universo Michail. Ci è stato semplicemente “affidato”, come se si fosse creato da se. Nessuno di noi, ad esempio, può sapere perché siano in questa condizione piuttosto che in un’altra. Per quante risposte tu possa trovare, nuove domande ti affolleranno sempre la mente.-

Auron ed Elayra rimasero sbalorditi.

-Guardali Michail. Una dea può provare stupore, può mostrare indecisione, provare dei sentimenti?-

-Havioth…- disse Auron.

-Il saggio…- completò Elayra.

-Può.- completò Havioth -eppure, stando a noi uomini ciò non sarebbe possibile. Elayra, cara, ti ho interrotto. Continua pure ciò che stavi dicendo prima della mia improvvisa comparsa.-

-Certo…certo…dunque…stavo dicendo? Ah…si…- .

La dea mostrava un grande impaccio e imbarazzo. Havioth sorrise dolcemente.

-Dunque, la magia non da un potere infinito ed universale. Esistono ufficialmente tre “scuole” differenti. Ma la suddivisione è stata eseguita da studiosi umani nei tempi remoti. Ed è stata tramandata così. Esiste la magia elementale, che concede il controllo delle forze della natura, come il fulmine, il fuoco, l’acqua, il vento e la terra. Esiste poi la magia sacra, che concede all’incantatore, per esempio, di aumentare la propria forza fisica, di proteggersi con scudi magici, o di curare delle ferite o delle malattie. Per esempio, il vostro re Morvan è un incantatore sacrale.-

Michail si sentì per un attimo spaesato sapendo che il suo re era un potente incantatore sacrale. E provò sempre più curiosità: voleva scoprire cosa sarebbe stato teoricamente in grado di fare.

-Infine, esiste la magia dell’ombra. Questa è la più rara e particolare. È la scuola che si è sempre vista di meno nella storia del mondo. In realtà posso dirne ben poco. Si sa che concede un’agilità sovrumana, che permette di nascondersi e di mimetizzarsi con l’ambiente. Ma anche di queste informazioni, non si sa nulla. Solo l’incantatore è consapevole del proprio potere, e finora nessuno ha potuto mai spiegarne le possibilità.-

-Perché? Dopotutto, anche se hai detto che sono stati in pochi, potevano tramandare.-

-Come mai tutta questa curiosità verso la magia dell’ombra?-

-Vi ho sentiti. Quando mi avete portato nel deserto, che respiravo appena. Tuttavia, anche se poco, ero cosciente. Ho sentito che dicevate che io sarei stato in grado di usare i poteri dell’ombra. Voglio saperne di più.-

-Sono tutti morti.- disse Auron con un tono di voce particolarmente lugubre.

Michail si gelò.

-Tutti morti prima che potessero far sapere di cosa erano capaci. Nessuna leggenda parla delle loro gesta. Nessuno di loro forse è stato mai veramente in grado di controllare il proprio potere. È molto facile oltrepassare il limite in questo campo. Ricordati che la magia è alimentata dalla forza vitale. Se l’incantatore consuma più energia di quanto sia in grado di fare, la vita diminuisce, se si è fortunati. Se lo sforzo è particolarmente intenso, si perde la vita.-

Non era esattamente ciò che voleva sentirsi dire. Perdere la vita, di nuovo. In fondo era già morto una volta. Sapeva come ci si sentiva. Riavvertì per un istante la fitta di terribile dolore che aveva provato quando era stato trafitto dall’Jraak. Un breve, ma interminabile istante. E il dolore che lo pungeva come una lama, con un dolore terribile. Un solo istante. Ma non valeva assolutamente la pena di rivivere quell’istante. No. Non lo augurava a nessuno.

-La magia non perdona- continuò Auron -mai.-

Elayra guardò il possente guerriero in modo torvo, con evidente severità. Nessuno meglio di Michail poteva sapere cosa si provasse nella morte e nel dolore. Non le sembrava opportuno rivolgersi al ragazzo in quel modo. Auron sembrò comprendere, e tornò in disparte.

-Per capire l’attitudine magica di un individuo, si deve per forza scrutare la sua mente. La magia che è in grado di utilizzare dipende dai suoi ricordi, da ciò che ha vissuto. L’energia in lui è innata, ma non ha una “specializzazione”. Questa si viene formando a poco a poco. Finché non capita un evento che segna la propria esistenza per sempre. E lì la magia sceglie il suo padrone. Capisci vero?-

-Si. Ho capito.- rispose con un velo di tristezza, abbassando il capo.

-Non c’è un criterio preciso in realtà. Ogni evento può portare a qualsiasi scuola. Come ha detto bene Havioth, non si hanno mai le risposte per tutto purtroppo.-

-Ma come farò? Come si usa?-

-Anche questo non è facilmente spiegabile. Si usa e basta. Non posso farti capire a parole, farai molto prima ad impararlo praticamente. Nessuno di noi conosce la magia dell’ombra, se non molto superficialmente, però possiamo trovare un modo di darti l‘input ad usare il tuo potere. “Costringerti”. O almeno a muovere i primi passi. Il resto, purtroppo, dovrai farlo da solo.- E sorrise, un sorriso dolce e sincero.

Michail restò un istante meravigliato. Un sorriso davvero splendido, pensò. Tutti i lineamenti del viso le si erano addolciti, i capelli fluttuavano al vento e risplendevano alla forte luce del deserto. Per la prima volta il ragazzo si accorse di quanto poteva essere bella una dea. Una dea! Quanti individui avevano potuto ammirarne una? Difficile dirlo. Ma molto pochi, immaginò.

Per la prima volta riuscì ad ammirare Elayra in tutta la sua splendente bellezza. E lei si lasciò guardare, accortasi del rapimento momentaneo di Michail. E il suo sorriso si allargò ancora di più. Per la prima volta, sentiva un piccolo legame tra lui e lei. Chissà cosa sarebbe potuto diventare questo legame. Un po’ le piaceva l’aria cupa e triste di Michail, ormai non riusciva più a negarlo. Però era una dea. Maledisse per un secondo il suo potere, per poi ricredersi. Una dea non prova sentimenti, continuò a ripetere a se stessa.

-Cosa devo fare allora?-

-Siete sicuri che sia in grado di usare proprio la magia dell’ombra?- chiese Havioth sedendosi incrociando le gambe.

-Ho sondato la sua mente personalmente.-

-Non dubito della tua capacità, Auron. Però dobbiamo ammettere che è un problema, mi spiego. Come si usa il potere dell’ombra? Cos’è il potere dell’ombra? È impossibile che renda solamente più agili…- abbassò il capo -e non dobbiamo dimenticare che, nonostante non se ne sappia quasi nulla, è comunque considerato molto potente. Ma dimmi, Michail - disse rialzando la testa e fissando con lo sguardo nella direzione del giovane -ti senti “diverso fisicamente” dagli altri? Hai notato qualche tua particolare capacità? Qualsiasi cosa.-

-Beh…ho solo notato che nell’ultimo mese, durante le esercitazioni fisiche a scuola, non facevo per nulla fatica. Sembravo anche saltare più a lungo o più in alto di prima. Io non sono mai stato bravissimo nell’attività fisica. E ho notato miglioramenti costanti nel tempo e rilevanti. Ma nulla di più. Ma non voglio credere che sia dovuto solo alla magia. Pensavo di essere migliorato io.-

-Un inizio. Non partiamo totalmente dal zero. I tuoi riflessi? Che mi dici di loro?-

-Come posso accorgermi se i miei riflessi sono migliorati? Non credo di averci mai fatto caso. E poi, scusate, se avessi avuto riflessi fuori dalla norma, o magici, o cose del genere, non sarei stato in grado di evitare il colpo dell’Jraak? Non sarei dovuto scappare più velocemente?-

-Non è detto. Credo che la tua morte, anzi, la tua “non morte”, fosse stata scritta. Non poteva andare che così. Non avresti mai potuto essere addestrato nel mondo dei vivi. Non avresti probabilmente nemmeno mai scoperto di essere stato in grado di utilizzare la magia.- ragionò Auron.

-Il ragionamento sembra filare.- affermò Michail.

-Qui almeno avendo una dea e un incantatore, hai una possibilità.-

-Ma siamo comunque al punto di partenza. Da dove cominciare?-

-Beh, se comunque l’ombra aumenta l’agilità, perché non proviamo a inventarci percorsi atletici assurdi?- propose Elayra.

-Un tentativo come un altro.- replicò Havioth.

-Qualche altra proposta?-

-Sapendo noi che aumenta solo l’agilità non abbiamo molto campo per muoverci…- fu costretto ad ammetter Havioth dopo qualche secondo di meditazione durante i quali nessuno aveva osato fiatare -Ma cosa fare? Cioè, ci inventeremo da zero un percorso ad ostacoli? O che altro?- disse con palese ironia.

-Non possiamo nemmeno fare esperimenti troppo rischiosi. Nessuno te lo ha ancora detto Michail, ma tu puoi morire di nuovo. E in maniera definitiva.-

La battuta di Auron lasciò un grande gelo nel gruppo. Michail poteva morire di nuovo. Il ragazzo prima squadrò tutti i volti. Tutti sapevano, e avevano assunto un’espressione triste e malinconica.

-Cosa?- urlò infine irritato.

-Considera come se tu stessi vivendo una “seconda vita”. Non hai bisogno di mangiare, bere, o respirare certo, non sanguini se vieni ferito, ma non sei onnipotente. Ti è stato già spiegato che tu puoi ancora provare dolore. Se superi una certa soglia di dolore, muori. Esattamente come nella vita normale. E finirai al regno dei morti vero e proprio. Perderai il tuo corpo, come sarebbe dovuto essere. E non avresti nessuna possibilità di tornare indietro. Da lì nessuno sarebbe in grado di farlo. Nemmeno Elayra, una dea, potrebbe, nonostante i suoi immensi poteri.-

Michail sedette sulla sabbia a gambe incrociate, sospirando.

-Nessuno, quando mi è stata proposta la prova, aveva pensato a come “attivare” i miei poteri magici? Grandi guerrieri, saggi e persino una dea, frenati da una cosa così banale.- sussurrò quasi con disprezzo. Auron, tu sai usare la magia sacra vero? Come hai imparato ad usarla?-

Auron si rabbuiò e non rispose. Diede le spalle a Michail, senza proferire alcuna parola.

Elayra gli si avvicinò.

-So cosa provi, e che odi la domanda che Michail ti ha fatto. Io conosco la tua triste storia, Auron. Tuttavia può essere d’aiuto. Sei uno dei più grandi guerrieri viventi. Supera il tuo passato.- sussurrò.

Senza voltarsi Auron disse con tono di voce molto basso.

-Usare il mio potere fu l’unico modo di salvare un mio caro amico. Di provarci, almeno. Una volta sbloccata la magia nel sistema nervoso di una persona, di colpo il cervello sa come usarla. Almeno gli incantesimi più semplici. Dalla combinazione di questi scaturiscono incantesimi più potenti, che possono essere a loro volta combinati in altri più potenti. Questa è la nozione base. Più vai avanti, più consumi energia. Ma non pensare che la magia sia un enorme insieme di paroloni in chissà quale lingua. Tutta l’operazione avviene a livello mentale.-

“Ha sviato il discorso” pensò Elayra “Non ha detto niente di più di quanto ha dovuto. Non pensavo che potesse soffrirci ancora così”.

 

Quel Michail. Si vede proprio che…beh. Maledizione, un guerriero del mio calibro. Non riesco a cancellare il passato. Nemmeno il mio potere può. E pensare che tutto il mio potere è scaturito dalla mia sofferenza, (Auron guardò verso Michail) e non gli auguro di provare la stessa cosa. Mi sorprende quanto sia simile e diverso da me. (Poi verso Elayra) Sembra che sia quasi attratta da lui. Una dea, possibile? (Verso Havioth) Chissà cosa vuole da Michail. Non mi sarei mai aspettato la sua presenza qui. Sembra avere l’intenzione di aiutarci. Sembra.

Devo cercare di pensare ad altro. Rifletti, Auron. Ci dev’essere un modo di fargli usare i suoi poteri senza mettere in pericolo la sua “vita”. (Guardò verso il basso, socchiudendo gli occhi. Per un secondo la sua mente vagò libera. Una rupe, un mago. Un grido. Disperazione, dolore, pianto, urla. Rinvenne.) Dannazione, dannazione! C’ero quasi riuscito. Quelle immagini! Reyn! Maledizione quanto mi sono costati i miei poteri. Devo calmarmi, devo assolutamente sgombrare la mente e pensare. Michail, concentrati su Michail. Come fargli usare i suoi poteri? Come?

 

Elayra notò l’agitazione di Auron. Ma non disse nulla. Havioth stava ragionando ad alta voce su possibili soluzioni al problema che nessuno era ancora riuscito a risolvere.

 

Non c’è altro modo.

 

-Non c’è altro modo.- uscì dal nulla improvvisamente Auron.

Tutti fecero silenzio. Michail non parlava già da qualche minuto, limitandosi ad ascoltare la conversazione. Elayra si girò preoccupata a guardare Auron. Il tono che aveva usato non le piaceva. Cominciò a sentirsi un po’ in agitazione, ma allo stesso tempo provava curiosità per la proposta che Auron stava per fare. Dal tono aveva capito che la vita di Michail sarebbe stata in pericolo. E che forse era davvero l’unico modo di riuscire. Non gli piaceva l’idea di mettere in pericolo Michail. La infastidiva. Doveva esserci un’altra soluzione. Tuttavia più si sforzava di pensare, più la sua mente era vuota.

-Deve rischiare la vita. Non conosco altro modo, non c’è proprio altro modo.-

-Bene, abbiamo concluso che per usare i suoi poteri deve trovarsi, di nuovo, in pericolo di vita. Qualcuno sa perché ho detto, di nuovo? Perché c’è già stato in pericolo di vita, ed è morto anche. E non ha mostrato al mondo nessun potere. Niente. Certo, ora, con l’esperienza accumulata nel deserto, le cose potrebbero essere diverse, visto che forse la sua mente non si opporrà più all’uso della magia. Certo è che è assai rischioso. Se non funzionasse? Morirebbe. E tutto finirebbe così.- esclamò Havioth un po’ accigliato.

-Niente è nemmeno cominciato.- osservò asciutto ma irritato Auron.

-Io non sono molto sicura che sia una buona idea.- osservò decisa Elayra, incrociando le braccia e assumendo l’espressione più decisa e autoritaria che potesse fare.

-Ma dovrei decidere io, no? Dopotutto riguarda me.- uscì Michail.

Questa battuta gelò la conversazione. Tutti si voltarono verso il ragazzo, che ora si stava alzando lentamente e con scarsa agilità in piedi. Scosse la sabbia dai vestiti, si piantò in piedi di fronte a tutti scrutandoli negli occhi. Portò una mano al petto.

“Helen, cosa devo fare?” pensò socchiudendo gli occhi per un brevissimo istante.

-Cosa proponi, Auron?- disse deciso -Cosa dovrei fare?- incalzò con aria decisa.

Auron ci pensò su un istante.

-Voglio che tu sia consapevole che è davvero molto pericoloso.- disse.

-Voglio ascoltare ciò che hai da dire.-

-Utilizzerai la magia dell’ombra. Hai bisogno anche di una spada e di un’armatura di un guerriero dell’ombra.-

-Continua.- replicò Michail.

-Conosci la storia di Elvyn?- s’intromise Havioth, facendo cenno ad Auron d’aver inteso cosa volesse proporre.

-Non credo.-

-Elvyn era un ragazzo, proprio come te. Si addestrò nell’uso delle armi e imparò ad utilizzare i poteri dell’ombra. Fu un grande periodo per l’umanità. Elvyn aveva messo le sue forze al servizio dell’ordine e della giustizia, e per questo un consiglio di potenti maghi decise di premiarlo creando per lui una potentissima armatura e forgiando una spada. Il suo potere crebbe a dismisura, ma il suo cuore fu catturato dal male. Il suo potere non gli era sufficiente. Per aumentarlo vendette l’anima a Caos, che lo rese quasi simile ad un dio. Questo avvenne prima della guerra Ancestrale, la grande guerra che oppose Fato a Caos. Quando Caos venne imprigionato nel sonno eterno, Elvyn cadde con lui. Perse gran parte dei suoi poteri, e arrivò in questa dimensione. L’armatura e la spada persero tutte le capacità magiche che i maghi avevano dirottato in loro. Narra la leggenda che solo il guerriero che metterà fine all’agonia di Elvyn sarà in grado di riportare alla luce il suo equipaggiamento.-

Michail aveva ascoltato con grande interesse e curiosità il racconto di Havioth. Sembrava un altro racconto che avrebbe potuto inventare per i suoi romanzi. E invece poteva essere vero. Assaporò per un istante la sua immagine in trionfo, vestita di un’armatura magica, di colore nero. Immaginò gli urli della folla che inneggiavano il suo nome, si figurò di estrarre la spada e…

-Non è niente di ciò che pensi.-

Fu Auron a risvegliarlo dal suo mondo onirico.

-Non sappiamo se la leggenda sia vera. Ma di sicuro Elvyn è ancora libero, e va fermato.-

-Auron- s’intromise Elayra -sei impazzito? Non potrà mai vincere! È un avversario troppo potente per lui!-

-Me ne rendo ben conto. A noi interessa che usi i suoi poteri. Poi ci penserò io a fermarlo.-

-Troppo, troppo rischioso.- disse Havioth -Non possiamo mandarlo allo sbaraglio contro un avversario che forse nemmeno noi siamo in grado di fronteggiare.-

-Con te ed Elayra al mio fianco non credo che avrò problemi. Elayra è comunque una dea, e molto potente.-

-E se non riuscissimo ad intervenire in tempo? E poi la leggenda? Dev’essere Michail a sconfiggere Elvyn, oppure l’armatura e la spada non risorgeranno mai.- protestò ancora Elayra -Dobbiamo trovare qualcos’altro!-

-Io credo che a decidere debba essere lui.-

Auron aveva giocato tutte le sue carte. Si era convinto della sua idea e niente l’avrebbe fatto arretrare dalla sua posizione. Ora stava a Michail. Aveva notato la curiosità del ragazzo nell’ascoltare il racconto di Havioth. Aveva scommesso tutto.

-Non ci sono idee migliori in questo momento, mi pare d’aver capito.- esordì Michail.

Il vento si alzò ancora leggermente, dopo che era sembrato placarsi per un istante. Sabbia dorata venne sollevata dal vento. Havioth si protesse con le mani per evitare di essere investito sul viso da una folata di sabbia. Il deserto sembrò brillare come un diamante per un attimo. Tutti ne ammirarono la bellezza dorata. Quando poi il vento tornò a calmarsi, la magia si spezzò e tutti tornarono alla realtà.

-Devo fare qualcosa. Per Helen. Non credo che possa tornare indietro ora come ora. Se devo morire di nuovo, lo farò.-

-Ti rendi conto che questa folata di coraggio è come il vento che ha appena sollevato questa sabbia? Sei consapevole di cosa andrai ad affrontare?- replicò Havioth.

-Ne sei davvero sicuro?- chiese Elayra con tono davvero apprensivo.

-Si, sono consapevole che questo coraggio non durerà e no, non so assolutamente nulla di cosa andrò ad affrontare. E ora che ci rifletto meglio, ho paura. Non posso negarlo. Io posso ancora avere paura della morte, perché so di non essere morto del tutto. Tuttavia…-

-Il coraggio di un uomo si può dimostrare solo se si sconfigge la propria paura.- sentenziò Havioth.

Michail annuì facendo capire che voleva dire qualcosa di molto simile.

-Non sei costretto a farlo, ci saranno sicuramente altri modi…- cercò di convincerlo Elayra.

-Per adesso c’è solo questo. Non voglio cambiare idea, devo essere deciso e determinato. Deve iniziare un nuovo periodo, una nuova fase della mia vita. Non so se questa mia testardaggine sia il modo giusto di pormi di fronte al cambiamento. Ma non posso saperlo senza provarci.-

-Dovrai comunque addestrarti al combattimento e alla scherma. E saranno allenamenti molto duri. Elvyn è potente. Più dovremo studiare un piano, cercando di non mandarti allo sbaraglio. Un bel problema.-

-I problemi sono fatti per essere risolti.- sentenziò ancora Havioth.

Michail guardò verso il deserto. Era così infinito, prima non l’aveva notato. Si rese conto di essere piccolo come un granello di sabbia di fronte a tutto.

-Una goccia che cade nell’oceano, per quanto piccola, provoca sempre le increspature. Magari non coinvolgono l’intero mare, ma, nel loro piccolo, causano sempre qualcosa.- disse Havioth quasi con un sussurro, avvicinatosi a Michail e postagli una mano sulla spalla.

-Io allora sarò quella goccia.- decise il ragazzo.

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Ma qua non commenta più nessuno? Fatemi sapere come va! Comunque...

 

 

 

CAPITOLO 15

-Come usciamo di qui? Allora?-

Andrev era in piedi, con le braccia incrociate, davanti alla piattaforma. Sklaera e Lucretya gli erano affianco. Non si sentiva alcun rumore, tranne il soffio leggero della corrente che imperversava nella caverna. Ed era aria fredda, tanto che Andrev iniziava a soffrire un po’ il freddo. Poi si accorse di avere anche fame. E, guardando Sklaera e Lucretya, suppose che dovevano essere affamate anche loro. Quante ore era rimasto svenuto? Non riusciva a capirlo.

Glory salì imperiosamente sulla piattaforma. Con aria stizzita guardò verso i tre ragazzi.

-Non lo so, arrangiatevi! Io sono potente, non sono onnisciente! Oh, poveri, non sapete azionare questo coso? Mi dispiace, io volo! Per me il problema non si pone!- e rise con un po’ di cattiveria staccando i propri piedi da terra, e iniziando a svolazzare attorno ad Andrev. Poi salì verso l’alto, e sparì. Si poteva sentire ancora soffusa, la sua risata cattiva.

-Maledetti dei! E noi che…- disse Andrev senza continuare la frase.

Sklaera con grande spirito di iniziativa ispezionò bene la piattaforma. Guardò le corde poi verso il baratro, poi nei dintorni, cercando una leva o una manovella. Sembrava non esserci nulla di meccanico ad azionare la piattaforma che li avrebbe portati in alto. Sklaera osservò anche che le corde sembravano tese al massimo, come se si trovassero nel piano più basso raggiungibile con quel coso.

-Se non si trova un modo di salire, temo che dovremo usare la corda e issarci tramite quella. Magari il meccanismo si trova in alto…-

-Sembra assurdo e totalmente scomodo…- criticò Lucretya.

-Forse Andrev ha ragione. Non vedo altre soluzioni, ed è l’unico ad avere le forze di arrampicarsi fin lassù…-

-Potrei arrivare in cima e poi issarvi se possibile. Altrimenti tornerò da voi e cercheremo un’altra soluzione.-

-Ma sei davvero capace e in grado di issarti con quella corda?-

-A scuola facevamo esercizi del genere, certo, con corde molto più corte. È un anno che non ci provo più, ma a scuola riuscivo. E dopotutto non abbiamo molta scelta. Devo tentare.-

-Non approvo. E se ci sono altre guardie? Sei disarmato, e con le altre hai avuto fortuna! Non è detto che ne avresti altrettanta…- azzardò Sklaera.

E aveva ragione. Andrev non aveva pensato minimamente a questa eventualità. Ma si convinse fermamente che non aveva assolutamente altra scelta. Non potevano di certo rimanere lì per sempre. Dovevano fare un tentativo e sperare assolutamente in bene. Si, era deciso.

-Non abbiamo altra scelta…-.

Sklaera e Lucretya non poterono che ammettere che non avevano altre soluzioni al momento.

Andrev afferrò la corda con entrambe le mani e tirò. Sembrava solida.

-Sii prudente.- disse con apprensione Sklaera, rossa in viso e sul punto di scoppiare in lacrime.

Lucretya non disse nulla. Si limitò ad un fugace cenno di assenso col capo, e salutò il ragazzo in maniera asciutta, incrociando, di nascosto, le dita dietro la schiena.

Andrev distolse lo sguardo dalle ragazze e strinse con forza la corda. Gettò un’ultima occhiata, senza dire nulla, e poi iniziò ad issarsi.

Sentì i muscoli contrarsi per lo sforzo. Issò anche le gambe, e iniziò a fare forza per salire. La corda oscillava pericolosamente, ma il ragazzo cercò di non badarci, concentrandosi solamente sulla salita e sulle proprie forze. Le mani stringevano la fune sempre più forte.

Lentamente era salito di un buon paio di metri. Cedette alla tentazione e guardò verso il basso.

La piattaforma era una fragile difesa contro un enorme baratro nero. Per un attimo fu preso dalle vertigini, e stava quasi per mollare la presa. Sklaera aveva le mani in volto ed ebbe un sussulto quando vide l’incertezza di Andrev. Tuttavia riuscì a mantenere la presa abbastanza forte da sorreggersi. Andrev guardò ancora in alto e tornò a proseguire. Salito di un altro metro iniziava a provare un po’ di fatica. Tuttavia vide un nuovo livello della roccia ad un piccolo sforzo da dove si trovava. Si fece forza di nuovo e salì fino ad arrivare ad altezza del nuovo piano. Purtroppo non aveva pensato a come raggiungerlo, in quanto senza piattaforma avrebbe dovuto saltare. Guardò ancora in alto e vide che la corda continuava ancora per due livelli, che tuttavia, ad occhio nudo, si stagliavano molto più in alto. Sicuramente non sarebbe riuscito a proseguire fino in cima senza riposare. La stanchezza aveva iniziato già a farsi sentire sui muscoli delle braccia. Doveva trovare una soluzione per riposarsi al nuovo livello, esplorarlo, e magari trovare una rampa di scale, decisamente più comoda.

-Pensa Andrev, pensa…- si disse sussurrando.

Poi ebbe un’idea, forse l’unica che poteva funzionare. Ma sarebbe stato davvero pericoloso.

Iniziò a far oscillare la corda avanti e indietro. Purtroppo l’ampiezza dell’oscillazione aumentava davvero lentamente, probabilmente a causa del peso della piattaforma di legno più in basso.

Sklaera e Lucretya videro la corda agitarsi. Capirono subito il problema e si sporsero cercando di guardare in alto. Sklaera trattenne il respiro e chiuse gli occhi, troppo fragile per vedere.

Quando l’ampiezza fu sufficiente, Andrev si slanciò verso la terraferma. Atterrò rotolando pesantemente, ma sufficientemente al sicuro dalla caduta. Rimase fermo due secondi disteso a terra, riprese fiato e distese i muscoli delle braccia.

-Andrev!- gridò Sklaera.

-Sto bene.- rispose con la voce rotta dalla fatica. Poi si mise seduto e, lentamente, si alzò in piedi. Si guardò attorno. C’era un’entrata buia che sembrava proseguire.

-Esploro questo piano! Ma mi occorre una torcia…- disse con voce abbastanza alta da farsi sentire.

-Guardati attorno, magari ne trovi una!- risposero dal basso.

Infatti Andrev trovò una torcia appesa sulla parete di roccia. Non l’aveva notata appena atterrato. Si avvicinò e la rimosse, tenendola nella mano destra. Illuminò verso la misteriosa entrata, che proseguiva in un tunnel.

-Entro.- riferì.

Lucretya e Sklaera videro una fioca luce spegnersi lentamente. Sklaera cercò timidamente la mano di Lucretya e la strinse forte, singhiozzando.

Il tunnel sembrava scavato nella roccia. Dopo pochi passi girava un angolo, e poi sembrava salire. Non c’era assolutamente nessuna fonte di luce tranne la torcia che Andrev reggeva in mano. La pendenza del terreno, una volta girato l’angolo, era cambiata. Era in leggera salita.

Fece qualche passo in avanti. Il tunnel era buio e silenzioso, fatta eccezione per la torcia e per il rumore dei suoi passi. Normalmente non avrebbe avuto problemi, ma la recente esperienza teneva allertati tutti i suoi sensi, in modo che anche il semplice suono dei suoi passi gli ispirava paura ed ansia.

Proseguì ancora. Il tunnel sembrava restringersi in dimensioni. Provò una sensazione di claustrofobia, ma continuò ancora. Era assolutamente necessario andarsene di lì. E in contemporanea sperò di non combattere contro altre guardie. Era disarmato, inesperto ed impaurito. Si era salvato da morte certa ormai per ben due volte, e in entrambi i casi non sapeva esattamente come. Non sarebbe stato a lungo così fortunato. E non poteva lasciare Sklaera da sola.

Il tunnel più avanti girava ancora un angolo, sempre in salita. Continuò.

Improvvisamente udì delle urla disumane di dolore riecheggiare nel tunnel. Avvertì i chiari segni di una battaglia, con schianti, rumori di spade e lance, botti sordi. Si fermò col batticuore. Lo avevano scoperto? Stavano venendo a prenderlo? Iniziò a tremolare. Poi si impose di andare avanti, magari cercando di far meno rumore possibile. E così fece. Quando uscì dal tunnel, dopo esser salito per un altro paio di minuti, si trovò di nuovo sullo strapiombo. Riconobbe la corda. Si sporse sotto e si accorse di essere arrivato piuttosto in alto. Ma ora non c’erano altre strade e avrebbe dovuto proseguire arrampicandosi.

Con un rumore sordo vide qualcosa precipitare da sopra. In qualche istante si sentì uno schianto, il rumore di ossa spezzate e delle urla dal basso.

 

-Andrev starà bene?- chiese Sklaera a Lucretya senza lasciarle la mano.

Avevano appena visto la fioca luce svanire. Andrev probabilmente stava entrando nel tunnel. La ragazza chiuse gli occhi, unì le mani, e pregò che andasse tutto bene. Era stanca di quel posto orribile dove si trovava. Non ne poteva più di respirare quell’aria consumata che odorava fortemente di muffa. Voleva trovare Andrev e scappare lontano da tutto. Voleva costruire una casa, farsi una famiglia felice in un qualche posto isolato, senza preoccuparsi di Jraaks o di folli che volevano ucciderli o peggio.

Passò un altro minuto silenzioso. La luce non ricompariva. Non si sentivano rumori.

-Starà bene?- domandò Sklaera.

-Sicuramente.- la rassicurò Lucretya.

Improvvisamente tutta la caverna riecheggiò di urla disumane, esplosioni e incrocio di quelle che sembravano lame. Le due ragazze impallidirono e vennero paralizzate dal terrore. Passò un minuto.

-Cos’è successo?- tremolò Sklaera ormai in lacrime. Si strinse ancora più energicamente a Sklaera.

-Io…io non lo so…- rispose Lucretya tremolante.

Passò ancora qualche altro istante. Improvvisamente un enorme oggetto precipitò con terribile fracasso sulla piattaforma di legno. Le due ragazze urlarono. L’oggetto si schiantò facendo risuonare un terribile rumore come di assi di legno rotte.

Sklaera e Lucretya stavano ansimando pesantemente. Sklaera svenne per lo shock, ricadendo all’indietro. Lucretya sulle prime non se ne accorse, ritornando in sé al rumore della ragazza caduta. Immediatamente si chinò su di lei cercando di farla rinvenire ma senza risultato. Sbuffò e poi si avvicinò alla piattaforma per capire cosa fosse successo. E con sommo orrore e disgusto si accorse che sulla piattaforma c’era un cadavere, ancora grondante di sangue e con tutte le ossa rotte. Ebbe un conato di vomito e si ritirò in fretta, tornando da Sklaera.

-Tutte a me.- scoppiò improvvisamente a piangere, inginocchiata al capezzale della ragazza sua amica.

 

Andrev si chiese cosa fosse stato a precipitare. Ma smise di curarsene dopo pochi istanti, tornando a concentrarsi. Doveva tornare a salire. E avrebbe dovuto anche saltare per prendere al volo la corda, o sarebbe precipitato anch’egli. Lasciò cadere la torcia a terra. Controllò l’illuminazione e risolse che era sufficiente. Prese la rincorsa focalizzando bene la corda. Qualcosa gli stava gocciolando da sopra, ma non se ne curò. Iniziò a correre. Accelerò l’andatura il secondo prima di spiccare il salto. Si chiese da dove stesse prendendo tanto coraggio, ma ormai era già in aria. Afferrò la corda. Le mani gli tremarono. Perse per un attimo la presa con una mano e scivolò in basso. Riuscì a fermarsi con l’altra e si stabilizzò. Buttò fuori tutta l’aria, essendosi accorto che aveva eseguito il tutto in apnea. Gli dolevano le mani, bruciate dalla frenata, ma si fece forza e con uno sforzo prese a salire ancora. Sentì di nuovo la contrazione delle braccia e delle gambe. Era ancora affaticato, ma ormai non aveva altro da fare se non salire. Avrebbe dovuto riposarsi ancora, ma tutti i rumori non lo avevano lasciato tranquillo. Salì ancora e ancora, fino a raggiungere un’altezza sufficiente. Poi oscillò la corda come in precedenza e si lasciò cadere. Ma non aveva calcolato sufficientemente bene la spinta. Riuscì miracolosamente ad aggrapparsi con le mani al bordo della roccia. Ma i muscoli delle braccia erano davvero provati. Come cercò di issarsi, le braccia cedettero. Sentì il vuoto e l’oscurità avvolgerlo, mentre prendeva velocità verso il basso.

Era finita. Sarebbe precipitato. Immaginò una caduta infinita verso il basso. Immaginò il dolore di Sklaera. E poi immaginò l’oscurità più profonda.

Durò un istante. Qualcosa aveva bloccato la caduta e lo teneva sospeso a mezz’aria.

-Sei patetico.-

Glory l’aveva afferrato all’ultimo secondo.

Andrev tornò in se ed urlò come mai in vita sua spaventato.

-Zitto, ora ti tiro su! Non pensavo fossi ancora così piagnone!-

Con uno strattone la dea lo pose al sicuro sulla parete di roccia. Andrev rotolò per terra, rannicchiato e tremolante su qualcosa di umido.

-Patetico, davvero patetico! Ti alzi o devo portarti in braccio fino all’uscita? No, perché non ho alcuna intenzione di farlo. Mi devi la vita, più di una vita anzi. Devo iniziare a segnarmi questi debitucci da qualche parte? Uffa, lo sapevo che dovevo costringere qualcuno a venire con me e tenere a mente tutte le mie cose! Sono solo una povera dea! Patetici umani! Volevi fare l‘eroe? Ma devo ammettere che è stato divertente vederti precipitare per un secondo.-

-Perché…mi hai salvato?- ansimò Andrev giratosi verso la dea, ancora steso a terra.

-Anche io ho un cuore! Io sono buona!- e scoppiò a ridere.

Andrev non replicò.

-Ovviamente sto scherzando.- e si fece seria. Continuò:

-Ho promesso di tirare fuori da qui tutte le persone possibili. Purtroppo sono giunta troppo tardi e ho trovato solo voi, quindi devo portarvi interi almeno. Io mantengo sempre le mie promesse, sono proprio una brava dea!- e fece una faccia fiera.

-Sklaera…-

-Si, adesso le tiro su io. O vuoi pensarci tu? Guarda, non mi far fare tutto. Alzati e gira quella manovella lì sulla parete di roccia. Ah, aspetta, fammi urlare per avvertirle…- e Glory si avvicinò al baratro.

-Ehi voi! Salite sulla piattaforma se volete uscire di qui!-

-Non gridare così!- la ammonì Andrev -Potresti richiamare qualcuno!-

-Chi?- replicò facendo una faccia furba.

-Ma cosa…-

Andrev era immerso in uno strano liquido viscoso. Era sangue. Si guardò attorno. C’erano almeno una decina di cadaveri straziati che ancora sanguinavano.

-Dovevo pur fare qualcosa mentre facevi l’eroe…- si giustificò Glory.

Lo spettacolo era davvero agghiacciante.

Glory si sporse di nuovo.

-Ehi! Veloci! Ma maledizione! Quella è pure svenuta! Che essere inutile. E ha anche un vestito orribile!- gridò Glory.

-Chi è svenuta!?- gridò allarmato Andrev.

-Quell’inutilità di tua moglie.-

Andrev corse verso il bordo.

-Lucretya!- chiamò con tutta la voce che poteva usare.

-Siamo qui sotto! Stiamo bene, adesso saliamo sulla piattaforma, svelti, voglio uscire di qui! Sklaera è svenuta, ma sta bene, adesso la trascino sopra!- riprese piagnucolando la ragazza.

Andrev si alzò e con un balzo raggiunse la manovella. Aspettò qualche istante per assicurarsi che le ragazze fossero salite. Poi iniziò a girare.

Gli ci vollero tutte le energie rimastegli per tirare su la piattaforma, che arrivò cigolando.

-Come si blocca questo aggeggio? Precipiteranno di nuovo! Non ce la faccio!- piagnucolò Andrev rivolto a Glory.

La dea sbuffò. Guardò per un secondo il meccanismo.

-Non sembra esserci niente per bloccarla.-

Lucretya con spirito di iniziativa spinse sulla roccia Sklaera e poi balzò dalla piattaforma. Con grande sollievo Andrev lasciò la manovella, e la piattaforma precipitò a gran velocità. Per la forza si spezzò la corda, che rimase appesa mentre il legno si schiantò sul fondo della caverna con un botto fragorosissimo. Andrev si lasciò cadere a terra, sudato e stremato. Poi strisciò nervosamente verso Sklaera.

-Patetico.- disse Glory scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

Dopo un po’ Sklaera rinvenne. Aprì lentamente gli occhi, e sorrise dolcemente quando mise a fuoco il volto di Andrev.

-Stai bene?- disse lui con dolcezza.

-Ah, è rinvenuta la signora? No perché abbiamo una certa fretta! Il sangue mi ha macchiato tutto il vestito! Ah, qualcuno pagherà per questo!- urlò collerica Glory.

Si girò verso i ragazzi.

-Vogliamo andare?-

Il gruppetto annuì senza troppe riserve. Andrev aiutò Sklaera ad alzarsi. La dea, sospesa a mezz’aria, prese l’ingresso di un tunnel che andava in salita.

Andrev Sklaera e Lucretya la seguirono cercando di passare incolumi tra i cadaveri orribilmente mutilati a terra.

Camminarono un paio di minuti prima di sbucare in un grande vano circolare anch’esso scavato nella roccia. In molti punti crescevano muffe e funghi, e l’ambiente era illuminato da torce in circolo. Notarono subito che la loro non era l’unica galleria, ma che ce n’erano altre in tutte le direzioni. Una in particolare attirò la loro attenzione. Glory si avviò proprio per quella galleria. E finalmente uscirono alla luce del sole.

Era il tramonto. Chissà quanto tempo era passato dall’ultima volta che ne avevano visto uno. Il sole tramontava dietro le montagne, di cui si vedevano le cime innevate. L’aria era piuttosto fredda, il terreno arido e spoglio. Si trovavano su una spianata rocciosa circondata dalle montagne. L’unica via era un sentiero roccioso che sembrava scendere. Respiravano a fatica, dovevano trovarsi abbastanza in alto. Fecero qualche passo in avanti per poi voltarsi. Era l’antro di una caverna quello da cui venivano. E non sembrava nemmeno naturale, ma la roccia era visibilmente stata scavata da uomini. L’ingresso era un enorme buco su una parete rocciosa verticale.

-Siamo fuori!- gridò Lucretya felicemente slanciando le braccia nella direzione del sole.

Sklaera abbracciò Andrev.

-Bla bla bla, si, siete fuori. Ora, se non vi dispiace, possiamo muoverci? Perché lì dentro, ovviamente non lo sapete, ce ne sono almeno un altro centinaio! E se ci vedono, io non ho alcuna intenzione di macchiarmi il vestito!-

Andrev notò che il lungo abito nero ricamato d’oro della dea era macchiato di sangue. E finalmente s’accorse che anche loro non erano messi bene. Erano sporchi di sangue, sudore e polvere. Ma non importava. Erano liberi!

La dea iniziò a volare in direzione del sentiero. I ragazzi non si fecero pregare nel seguirla.

La stradina rocciosa correva lungo la montagna. Non era un sentiero costruito, ma naturale, segnato dal passaggio degli animali. Attorno cresceva erba rada, di quelle adatte al pascolo, di un verde molto sbiadito. Ad un certo punto divenne montagna vera e propria. Glory continuò a girare attorno alla montagna, senza scendere in maniera rilevante in altezza. Poi, dopo cinque o dieci minuti, prese a salire. L’erba scomparve, lasciando spazio alla roccia vera e propria. Si trovavano di fronte ad un nuovo spiazzale roccioso. Ma notarono che vi era un piccolo sentiero scavato nella roccia che saliva zigzagando per la parete rocciosa, fino ad un altezza di una decina di metri più in alto. Glory si avvicinò alla stradina.

-Dove stiamo andando?- trovò il coraggio di chiedere Andrev.

-Non credo di doverti rispondere. Seguimi e basta.- replicò acidamente Glory iniziando a salire e aumentando il passo.

Man mano che salivano poterono godere dello splendido tramonto e del paesaggio. Di fronte a loro, molti metri più in basso, si apriva una grande pianura, da dove venivano. Scorsero un fiume che non avevano notato camminando, piccolo e tranquillo. Una leggera foschia oscurava la visuale, ma non ci fecero caso. Rallentarono per vedere meglio, chiacchierando amabilmente. Glory era l’unica che quasi correva nel salire, incurante del tramonto, del paesaggio e del fatto che i ragazzi avevano visibilmente rallentato.

Ma alla fine riuscirono a salire. Tutto sommato il sentiero era ben scavato e comodo.

Come raggiunsero la sommità, trovarono Glory ferma. Un gruppo di nove individui incappucciati aveva sguainato la spada contro di lei.

Uno di loro, distaccatosi dal gruppo, gridò:

-Chi sei? Fatti riconoscere!-

-Vaosk! Non farmi perdere altro tempo! Sei così fiscale, fai la stessa cosa ogni volta!-

I ragazzi arrivarono in quel momento.

-E loro chi sono?- rispose Vaosk.

-I superstiti. Credo che Morvan li voglia vedere. È per questo che sono qui no?-

Andrev rimase stupefatto. Morvan! Davvero il re Morvan?

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