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Mitch_Cavaliere

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About Mitch_Cavaliere

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    Saiyan liv 3
  • Birthday 08/09/1989

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  1. CAPITOLO 3 -Dove siamo?- chiese Michail con curiosità guardandosi attorno. -In nessun posto particolare.- si sentì rispondere da Auron. -Che significa “nessun posto in particolare”?- -Quello che ho detto. Cosa deve significare?- -Non mi sembra il posto per un allenamento.- -Perché, esistono luoghi particolari per un allenamento?- In effetti Auron aveva ragione. Non era peraltro per niente pratico di queste cose. Tuttavia sentiva un bisogno irrefrenabile di fare domande. -In cosa consiste il mio allenamento? Se sapessi almeno questo…- -In realtà non lo sappiamo neanche noi cosa andrai a fare.- rispose Auron con un sorrisetto. Michail si fermò. -Cosa?- -Non ti fidi per niente di noi eh?- Raggiunsero la riva di un piccolo stagno. Intorno cresceva una lussureggiante vegetazione. Si sentivano tutti i rumori della boscaglia, dagli animali al vento sibilante tra gli alberi. Michail continuava a guardarsi attorno. C’era troppa calma e tranquillità. Aveva immaginato per il suo addestramento un deserto, una caverna buia. Invece sembrava un luogo tranquillissimo, dove non doversi preoccupare di niente. Sedette sulla riva e fissò l’acqua. Auron ed Elayra sedettero a loro volta. -Iniziamo?- Auron aveva un tono di voce troppo dolce e diverso dal solito. Si comportava come se qualcosa lo stesse turbando. E anche Elayra aveva un’aria imbarazzata e gesticolava nervosamente. -Si può sapere che avete?- Si meravigliò della confidenza della domanda. Ma tacque in attesa della risposta. Tornò a guardare l’acqua in silenzio. Qualcuno sospirò. -Devo leggerti di nuovo nella mente.- disse improvvisamente Auron asciutto. Elayra guardò altrove. Michail si girò paziente, come se aspettasse il proseguo. Non disse nulla, non pensò nulla. -La tua mente conosce perfettamente tutti i tuoi poteri. L’unico problema è che non sei in grado di ricordare niente se non per gradi. Leggendoti io sarei in grado invece di prendere tutto. E di addestrarti, in quanto ho esperienza e saprei come guidarti al pieno controllo delle tue potenzialità senza rischi.- -Perché siete così imbarazzati?- chiese seccamente il ragazzo fissando Elayra che tuttavia continuava ad evitare il suo sguardo. -C’è una differenza rispetto l’ultima volta.- iniziò Auron. -Quale?- -Che sarò solo io ad andare.- -E allora?- -E che leggerò tutto, senza poter evitare nulla. Verrò a conoscenza di tutti i tuoi ricordi, dei tuoi sentimenti, dei tuoi pensieri. Anche quelli più profondi e intimi. E non è una cosa che amo fare. Ma purtroppo è necessaria.- -No, non voglio che tu entri nella mia testa!- -È necessario.- tagliò corto Auron tornando al solito tono aspro. -Ma io non voglio!- “Lo sapevo che avrebbe reagito così”. Pensò Auron. -No, non permetterò a nessuno di entrare nella mia testa!- -Michail, ragiona, ti sei impegnato ad allenarti. Ed è il solo modo per farlo.- tentò di conciliare Elayra. -Non ho mai detto che avrei permesso a nessuno di infilarsi nella mia testa! L’avete già fatto con Helen!- urlò Michail. -Non serve che urli ti sentiamo benissimo.- replicò secco Auron. Auron stava cercando di mantenere la calma. Un po’ si aspettava una reazione del genere, anche se, a pelle, non ve ne era poi motivo. Dopotutto la mente di Michail era già stata “penetrata”. Si nascondeva forse qualcos’altro? Qualche altro oscuro segreto che non doveva essere tirato fuori? Si rendeva conto che effettivamente era un’ingiustizia. Non aveva nessun diritto di scrutare in quel cervello. Ma i suoi sensi di colpa non dovevano offuscare la sua “missione”. Oltre al destino del mondo c’era qualcos’altro che poteva spingerlo ad agire, ad aggirare il divieto. Carpire i segreti dei poteri dell’Ombra. Un tipo di conoscenza unica. Ma valeva davvero la pena il conoscere quei poteri senza poterli effettivamente usare? Qui fece subentrare nel flusso dei suoi pensieri il destino del mondo. Un egoismo giustificato tutto sommato. Iniziò a sentire un lieve fastidio allo stomaco ma non si scompose. Nonostante fosse “morto” gli sembrò strano provare queste sensazioni. Era anche parecchio tempo che il destino non lo metteva davanti a scelte del genere. No. Non era quello il momento di esitare. Era il tempo di agire. -No, non voglio! Ci dev’essere un altro modo!- continuava a strillare Michail. Un altro modo c’era sicuro. Il problema era trovarlo. E non c’era tempo di farlo. Auron si avvicinò a Michail e con un forte pugno lo colpi allo stomaco. -Mi dispiace.- sussurrò appena col suo solito tono di voce apatico. Michail si contorse per il dolore, per poi accasciarsi privo di sensi al suolo. Prima di perdere totalmente conoscenza i suoi occhi fissarono Auron gravi. Non s’aspettava una mossa del genere. -Auron sei impazzito?- strillò quasi Elayra accorrendo al capezzale del ragazzo a terra. -Abbiamo poco tempo Elayra. Lasciami fare.- Pronunciò questa frase con un tono pesantemente solenne. Così grave che la dea, nonostante il suo rango si fermò e si allontanò senza proferir parola dal ragazzo. -Non approvo Auron, non c’era bisogno di essere così estremi.- -Lo conosco, non avrebbe mai acconsentito.- -Gli hai assestato un bel colpo.- -Mi sono controllato a dovere, tranquilla non è in pericolo.- -Ma non dovevi farlo e basta!- Auron iniziava ad irritarsi. Gli venne la tentazione di colpire anche Elayra con lo stesso colpo. Ma si fermò. In cuor suo sapeva benissimo che la dea aveva ragione. E poi, nonostante la natura docile di lei, decise di non rischiare di farla arrabbiare. -Vado.- tagliò. Elayra emise un profondo sospiro. L’uomo chiuse gli occhi e si concentrò. Lentamente i rumori iniziarono a sfumare sino a sparire del tutto. Anche il flusso dei pensieri si stava lentamente fermando. La mano destra di Auron prese a brillare. Senza aprire gli occhi si abbassò e la posò sulla fronte del giovane. Come posò il palmo sentì di essere all’interno dei pensieri del ragazzo. Avvertì una fortissima corrente d’odio, probabilmente verso di lui e il suo gesto azzardato. Il flusso si arrestò in poco tempo. Percepì molta confusione, tristezza, rassegnazione. Cercò di stabilizzare le sue sensazioni in modo da poter procedere esplorando. Non fu facile. Quella mente era un turbinio di emozioni confusissime in cui era quasi impossibile trovare una stabilità. Elayra osservava il corpo di Auron completamente immobile. Nonostante la profonda concentrazione tuttavia la sua fronte si andava coprendo di rughe come se stesse compiendo uno sforzo importante. Una gocciolina di sudore scese lentamente giù per la guancia dell’uomo senza che tuttavia costui muovesse un muscolo. Elayra si chiese per un secondo che cosa stesse “spiando” Auron. Da una parte era davvero curiosa di poter scrutare nella mente di Michail liberamente. Provò imbarazzo a rendersene conto. Era sbagliato voler sapere a tutti i costi i pensieri e i ricordi personali degli altri. A prescindere dal fatto che avrebbe potuto così capire un po’ di più quello strano ragazzo che a quanto pare aveva tutte le carte in regola per salvare il mondo. Uno strano eroe, pensò, rinunciatario, depresso, chiuso. E non ancora ufficialmente eroe. I suoi poteri non bastavano a dargli questo titolo. Potevano essere anche immensi, più grandi dei suoi. C’era qualcosa di strano. Cosa aveva da nascondere Michail? La sua reazione era stata anche troppo veemente, così tanto da costringere Auron a compiere un gesto sbagliato ed estremo. Si accorse che stava giustificando Auron, e accusando Michail di troppa veemenza. Era la sua curiosità ancora? Iniziò a dubitare, e avvertì un lieve senso di paura. Si rimproverò di nuovo, alla stessa maniera di sempre, insistendo sul suo essere una divinità, sul suo avere grandi poteri. Ma questa volta non riuscì ad impedire che il suo disagio se ne andasse. Entrare anche lei nella mente del ragazzo. Fu questo il pensiero che le balenò in mente. Sfiorare dolcemente il flusso dei pensieri di Michail, e capire. Capire per aiutare. Una buona scusa, considerò. Giustificava perfettamente le sue intenzioni. Auron cos’avrebbe pensato del suo insinuarsi? Non si pose il problema a lungo, dopotutto non lo avrebbe ascoltato, lasciandosi scivolare addosso tutte le critiche. Si sentì strana nel prendere questa decisione. Strana perché non si stava ponendo problemi, e l’aveva presa così, dal nulla, con sicurezza, contrariamente al solito. Fece un passo nella direzione di Auron. Non era difficile, bastava sincronizzare con loro la propria energia magica, e farsi trascinare così dal flusso. Quanti problemi si sarebbero chiariti? Fece ancora un altro passo, ormai poteva sfiorare quasi la spalla dell’uomo. Si fece coraggio, non era il momento di esitare. Posò la mano su quella spalla, si concentrò chiudendo gli occhi. -Ah, sei qui anche tu, ti aspettavo.- disse asciutto Michail. Auron era affianco a lui. Sedevano sospesi nel vuoto. -Siedi anche tu.- continuò il ragazzo. Elayra obbedì tacitamente, una volta fattasi un po’ più vicina. Ma non capiva. Erano nella mente di Michail? Se così era, che stava accadendo? Avrebbe dovuto leggere dei pensieri, non ritrovarsi insieme per un’allegra chiacchierata. -Ebbene?- mise le mani avanti. -Siamo tre.- fece per rispondere Michail. Auron perseverava nel silenzio. Era seduto a gambe incrociate, a testa bassa. -Siete voi che siete venuti qui, no? Non cercavate qualcosa?- punzecchiò Michail. Elayra si sentì in dovere di rispondere. -Si…cercavamo il modo di progredire coi tuoi poteri.- Si rese perfettamente conto di non aver usato un tono affatto convincente. Quella pausa dopo il “si” l’aveva incastrata. E Michail lo aveva capito. Replicò con un laconico: -Già.- D’improvviso s’udì la voce di Auron, ferma e risoluta, che passava all’attacco. -Notevole aver materializzato qui il nostro tentativo d’intrusione. Quando hai imparato a farlo? O la tua mente è così complessa e bloccata che il processo l’hai fatto senza volerlo?- Michail non rispose. -Bene, sono convinto che la cosa sia involontaria. Che hai da nascondere Michail?- passò all’attacco. Elayra preferì non parlare, convinta che avrebbe peggiorato la situazione. Ma il ragazzo continuò a non rispondere. -La verità è che sei solo un vigliacco- incalzò Auron -Un vigliacco che non vuole affrontare le proprie responsabilità.- Indurì il tono di voce. -C’è un intero mondo di esseri viventi che sta per cadere nella distruzione, e qui stiamo discutendo? Ma perché non impari a crescere una buona volta? Non sei stanco di dover sempre fuggire?- -Voi non avete alcun diritto di dirmi cosa devo fare!- esclamò. -No, infatti. Continua a scappare, continua a vivere nella tua tristezza, nel tuo grigiore!- gridò Auron. Il volto di Michail si fece rosso. Elayra provò a scrutarlo, dato che ignorava i pensieri che affollavano in quel momento la mente del giovane. Il vuoto che avevano attorno improvvisamente divenne sempre più scuro, talmente in penombra che la vista ne usciva lievemente disturbata, e faticava a mettere a fuoco le figure. Con un fragore improvviso un fulmine cadde dal nulla. E in pochi istanti si udì il noto fragore. Elayra guardò in alto. Si meravigliò del fatto che tutto sembrava presagire come un temporale. I fulmini iniziarono a precipitare con sempre maggiore intensità e fragore. Elayra cercò con lo sguardo Auron, che, notò, era rimasto impassibile. Evidentemente quel repentino cambiamento non lo turbava minimamente. C’era un collegamento tra il volto scuro che il ragazzo aveva assunto alle provocazioni, e tutto il trambusto? Dopotutto si trovavano nella mente di Michail, e aspettarsi una reazione era più che naturale. Indi si sforzò di mantenere la calma. Un fulmine trapassò Auron. Non si scompose, non si spostò, né deviò lo sguardo da Michail. I fulmini divennero sempre meno frequenti, fino a non comparire più del tutto. E in quel momento iniziò una torrenziale pioggia. Elayra notò che Michail aveva abbassato lo sguardo. Non si sentiva bagnata ma strana, come irreale. -Non potete capire cosa significhi vedere il sole ogni mattino e desiderare di volerlo spegnere.- esordì il ragazzo con voce calma e soffusa, il tono triste. Nessuno s’azzardò a replicare. -Osservare i sorrisi, le risa, e rendersi conto che sono aspetti lontani e indistinti. In verità non so cosa voglio dire. Non sono abbastanza triste per comunicare quello che provo. Come potete capire? Come potete presumere di sapere cosa è meglio e cosa non lo è? Perché gli stessi dubbi e le stesse domande che ho io non affollano la vostra mente? La felicità scappa sempre lontana da me. Non sono mai riuscito se non a sfiorarla. E l’averlo fatto ha aperto un’enorme voragine insanabile di dolore e sfortuna. Cambi prospettiva, ogni situazione, ogni fatto diventa il male. I dubbi che ti attanagliano la mente trovano risposte sempre più negative, e senti che la vita ti scivola via dalle dita, dicendoti addio. E non vuoi fare nulla per farla tornare da te, la vedi allontanarsi col volto triste, in una fredda giornata di pioggia invernale. E nonostante lei si volti indietro, abbassi lo sguardo, la pioggia che gocciola dalle guance, e chiudi gli occhi. Tutto perde significato, tutto lascia una fredda scia d’indifferenza, provi dolore che progressivamente scompare, e la tua mente s’avvinghia ad un fragile cinismo che sembra inizialmente spiegarti la verità sul mondo, finché non t’accorgi che è tutto falso. E te ne vuoi andare anche tu. Partire lontano da tutto e tutti. La vita e la morte smettono di avere importanza, abbracci una nera oscurità che ti culla dolcemente. Non molli la presa. E in realtà sei morto da un pezzo.- Pronunciò questo discorso in maniera pacata, rassegnata, con un tono di voce malinconico. Sentenziò ancora: -Fate ciò che dovete.- E la figura esile del giovane iniziò a sparire lentamente, dissolvendosi nello stesso spazio della sua mente. -Ma cos’ha detto?- chiese Elayra dubbiosa. -Probabilmente è diventato abbastanza triste da comunicare ciò che pensa.- rispose Auron. -Quello è ciò che pensa?- -Si, sono stato qua dentro abbastanza da rendermene conto.- -Hai scoperto qualcosa?- -Ho una vaga idea di molte cose.- -Ad esempio?- -Non so, sai, forse per ora è meglio tenerle per me. Magari puoi convincere lui a parlartene.- replicò con uno strano sorriso. Dopo un istante rapidissimo di stupore Elayra si affrettò a ribattere: -Ne ho ancora di strada da fare per farmi raccontare qualcosa da lui.- -La domanda è: perché vuoi sapere certe cose?- -Mah, curiosità? Chi può dirlo. È una sensazione come istintiva. Sono pur sempre una donna no?- -Fatto sta che ci aspettano tempi davvero bui.- -Cosa vuoi dire?- -Non è mentalmente pronto a controllare i suoi poteri. Non riesce a sprigionarli se non quando è totalmente fuori di se. Il suo è un enorme blocco psicologico. La mente di un guerriero è la sua parte più importante. E non sono nemmeno sicuro che, se riesca ad imparare, riuscirà mai a utilizzare tutte le sue capacità al massimo.- -E cosa pensi di fare?- -Non c’è molto che io possa fare. Posso insultarlo, punzecchiarlo, rimproverarlo. La sfida purtroppo è solo sua. Il potere che ha è una grande maledizione, perché ti costringe ad abbracciare le tenebre.- -Intendi che…- -Che ha delle pesanti conseguenze anche nel carattere.- -Quindi se non fosse “depresso”…- continuò Elayra marcando l’ultima parola. -Questo discorso sta diventando inutile.- interruppe Auron bruscamente. La ragazza non replicò rimanendo in silenzio. -Usciamo di qui, che ne dici? Non ci sono motivi per rimanere.- riprese l’uomo. -No, non ve ne sono. Ma adesso cosa facciamo?- -Intanto riceverà un piccolo addestramento di base. Movimenti, rapidità di esecuzione, qualcosa leggermente più avanzato di ciò che già conosce.- -Usciamo di qui.- sentenziò Elayra. -Ah, ce l’avete fatta ad uscire!- esclamò una voce familiare. Elayra ed Auron si voltarono di scatto. -Non siete contenti di vedermi? Lo sapete che non amo molto la vita sociale, eppure sono comunque qui. La cosa non vi fa piacere?- disse Havioth con un sorriso a trentadue denti. -Non mi piace quando compari dal nulla.- borbottò Auron. -Diciamo che mi piace essere al centro dell’attenzione, comparire sulla scena inaspettato. Insomma mi piace giocare!- replicò con lo stesso sorriso. -Che ci fai qui?- -Avete dovuto violare la mente del ragazzo per conoscerne i segreti? Mossa proprio da te Auron.- -Ma come osi? Mossa da me?- iniziò ad irritarsi. -Si, si, non avevamo altra scelta, era importante che sapessi, bla, bla, bla.- Elayra s’intromise cercando di calmare le acque. -Cosa ci fai qui, Havioth? Non ti mostri in pubblico senza motivo.- -Già, mia cara, proprio vero. Non ricordo che festa sia oggi!- scherzò. Nessuno rise alla battuta. Havioth carezzò Michail ancora svenuto a terra. -Gli hai dato proprio un bel colpo. Ne avrà per un pezzo.- -Cosa ci fai qui?- disse con tono molto irritato Auron, scandendo bene ogni parola. -Ho riflettuto.- esordì. Tutti aspettavano che proseguisse. -Non m’avrebbero mai chiamato “il saggio” se non lo facessi, no?- Fece ancora una pausa, muovendosi come nervosamente, ma senza distogliere lo sguardo da Michail. -Beh, sono qui ad offrire le poche cose che posso.- -Cosa hai da offrire e perché?- incalzò Auron ancora con tono irritato. -Beh, informazioni, consigli…di certo non ho bisogno di scavare nella mente delle persone. La mia lunga vita mi ha offerto notizie di ogni tipo.- -Non mi fido di te, Havioth.- -E perché? Pensi che sia in malafede? Alla fine cos’hai da perdere? Puoi sempre acciaccarmi benissimo se dovessi fare qualcosa che non t’aggrada.- continuò a sorridere. Ancora nessuna risposta. -Tu sai il fatto tuo nel corpo a corpo, ma non sai nulla di come si lanciano incantesimi offensivi a lungo raggio. E sai benissimo che Michail usa entrambe queste caratteristiche. Andresti a metterti in un campo che non conosci, Il mio aiuto è purtroppo fondamentale, no? Già hai un intera gamma di caratteristiche che t’era proprio del tutto sconosciuta fino a poco fa…- -E tu che ne sai dei suoi poteri?- -Ehi, io sono “il saggio”.- sorrise bonariamente. -Accettiamo.- s’intromise Elayra. -Non mi fido di lui.- protestò Auron. -Non mi sembra che abbiamo molta scelta. E poi possiamo sempre tenerlo d’occhio. Dici che ha intenzioni cattive?- -Cattivo io?- chiese innocentemente Havioth facendo una smorfia idiota, nel tentativo di sembrare offeso. -Ti tengo d’occhio.- si limitò a rispondere Auron voltandosi dall’altra parte, in modo da dare le spalle ad entrambi. -Mia cara, fortuna che ci sei tu a dare un po’ di giudizio qui. Siete troppo seriosi, questa cosa dovrà cambiare, con me.- -Ma Michail non si riprende?- cambiò discorso Elayra. -Auron forse ha un po’ esagerato.- Si sentirono dei lamenti. -Eccolo.-
  2. Beh..ho cambiato proprio quasi tutto. Aspetto il vostro giudizio sulla nuova impostazione e sul cambio di trama CAPITOLO 2 Aprì gli occhi. Non ricordava niente, se non che era svenuta. Si riprese quasi subito e pianse. Le immagini erano tornate potenti nella sua mente. Vide lotte furiose, sangue, risate malefiche. Urla di dolore risuonarono nelle sue orecchie. Portò istintivamente le mani alle orecchie cercando di fermare quel rumore. Si stava occupando di un malato, non riusciva a ricordare chi. Si, era il re, Morvan. Gli stava adagiando una pezza bagnata sulla fronte. Non si era ancora ripreso. E d’improvviso quello schianto. Le urla, i colpi. Un primo cadavere che entrava violentemente all’interno del rifugio. Morto in un ghigno di dolore, l’armatura squarciata con violenza, il sangue che lo ricopriva dappertutto. Subito tutti i paladini all’interno della casa si erano precipitati fuori, urlandosi a vicenda di proteggere il re. E lei che invece rimaneva immobile, con la pezza ancora in mano, tremante. Non riusciva ad identificare i ruggiti, ma non erano umani. Nel cuore era come se li avesse già sentiti. Poi aveva capito, il terrore s’era impadronito di lei, che continuava a rimanere immobile. Jraaks, ne era certa, il ruggito era di quelle bestie spaventose. Ricordi le affollarono la mente, il respiro sembrò fermarsi nel petto. Il fragore della porta abbattuta la riportò alla realtà. Un uomo di mezz’età, che indossava una veste fregiata d’oro entrò trionfante da essa. Notò le mani sporche di sangue. Dietro di lui innumerevoli Jraaks assassini presidiavano l’ingresso del piccolo rifugio. Non riusciva a ricordare bene altro. Sforzandosi era capace di ricordare solo le immagini sfuocarsi, l’istante dell’impatto col terreno, il principio di un impulso di dolore, poi nulla. Lucretya si guardò attorno. Era distesa a terra, adagiata su un fianco, che le doleva. Cambiò posizione, alzandosi seduta. Non riusciva ancora a focalizzare perfettamente l’ambiente. Intanto si era accertata di essere viva. Il terreno freddo, scuro e polveroso lo testimoniava. Finalmente i suoi occhi si abituarono all’illuminazione del luogo. Focalizzò delle sbarre davanti a lei, sopra di lei, dietro di lei. Era in una gabbia. Il freddo ferro parzialmente arrugginito la circondava. Istintivamente si alzò stringendo con forza la sua prigione, cercando di scuoterla. Aveva comunque molto spazio per muoversi, ma si sentiva fortemente a disagio. Qualcosa dentro di lei le stava intimando di cominciare ad urlare con tutte le sue forze. Non riusciva a capire cosa la trattenesse dal farlo. Fuori dalla gabbia stava una piccola stanza. I muri erano ricoperti in molti punti da muschi e ragnatele che sembravano esserci da molto tempo. La luce veniva dalla fioca fiamma di due torce opposte a dove lei si trovava. L’unica uscita era una porta di metallo in quella stessa parete. Non c’erano finestre, grate o altri sbocchi sull’esterno. Respirava un’aria pesantemente calda ed umida, non era in grado di stabilire a che profondità si trovasse ma era quasi certa di essere sotto terra. Si fece prendere dal panico e scosse ancora le sbarre con forza, senza smuoverle di un centimetro. Solo in quel momento notò una piccola ciotola posta per terra. Conteneva una strana sostanza marroncina, molto viscida a vedersi. E non emanava un buonissimo profumo. Era probabilmente il suo rancio. Insieme alla ciotola una piccola brocca per l’acqua. E fu quest’ultima che bevve avidamente, assetata come si sentiva. Scansò invece la pietanza nell’angolo più lontano della gabbia. Poi tornò alle sbarre in direzione della porta metallica nella parete in fondo. Anche l’apertura della sua prigione di ferro si trovava rivolta verso quella parete, chiusa sicuramente da un pesante lucchetto scheggiato ed arrugginito. Inspiegabilmente iniziò a figurarsi altri prigionieri come lei nel disperato tentativo di scassinarlo. Quei graffi non potevano significare altro che disperazione di fronte a qualcosa di terribile ed inevitabile. Sfinita di tutto quello stare in piedi raccolse al petto le ginocchia sedendosi a terra. E si racchiuse in se stessa. Cercava di non piangere, di farsi forza. Non riuscì comunque ad impedire ad una sua lacrima di cadere a terra. La mia buona stella, che non ho mai visto tanto spesso, mi ha ora abbandonato. Cosa è successo, dove sono? Non riesco a ricordare niente. Stavo curando Morvan. Devo essere svenuta, potevo evitarlo, se magari avessi usato la pezza bagnata. Mio dio! Morvan! Andrev! Sklaera! Mio dio sarà successo loro qualcosa? Non oso immaginare. L’immagine degli Jraaks assetati di sangue le invase la mente. Rivide l’artiglio letale che uccise Michail al suo posto, il sangue correre rosso e ancora vivo. Non voglio credere che li abbiano catturati. Non voglio pensarci. Non voglio convincermi che magari a quest’ora siano morti. E in breve tempo la stessa sorte toccherebbe a me. Chissà che razza di modi usano qui per uccidere la povera gente innocente. No, non voglio, non voglio! Alzandosi riafferrò energicamente le sbarre, come se la sua forza potesse aumentare dal nulla. Dovette risedersi di nuovo, ancora intrappolata. In pochi attimi fu di nuovo in piedi vagando circolarmente per lo spazio che aveva a disposizione. Stava cercando di riflettere, di pensare a qualcosa, ad un piano per fuggire. Rifletti, Lucretya. Una soluzione c’è sempre, come mi hanno insegnato all’orfanotrofio. Non sarei una guaritrice se fossi stupida. Bene, calma. Per prima cosa devo uscire di qui. Una volta fatto quel passo, sarei comunque più vicina alla meta. Ah, se sapessi combattere! Non potrei difendermi da eventuali guardie. Dovrò giocare d’astuzia, nascondermi col favore delle ombre e colpire senza preavviso i miei nemici. Ma ne posso essere capace? Continuava a camminare nervosamente. Non si udiva alcun rumore diverso dai suoi passi. Forse un ritmico gocciolare da qualche parte, o il crepitio della fiamma delle torce. Ma la ragazza non avvertiva altro che il suo passo pesante e dubbioso. Sentiva anche leggermente freddo. Portò le braccia istintivamente al petto come per proteggersi. Sentiva anche il bisogno di parlare con qualcuno. Era consapevole di non poter urlare: avrebbe attirato l’attenzione, e magari accelerato la sua fine. No, doveva rimanere lucidamente calma, in modo da poter prendersi tutto il tempo necessario a studiare un piano. Ma non riusciva a trovarne alcuno che potesse funzionare efficacemente. Si fece prendere dal panico e dal terrore, accasciandosi inerme a terra, su un fianco. Pianse amaramente per la paura, la disperazione e la preoccupazione per i suoi affetti più cari. Era tutto finito. Non era riuscita ad evitare la morte. Avrebbe dovuto attenderla coraggiosamente, invece l’angoscia si era impossessata totalmente di lei. Chiuse gli occhi per frenare le lacrime e i singhiozzi, che comunque cercava di emettere a bassa voce. Quando li riaprì si accorse di non essere sola. C’era qualcos’altro che respirava insieme a lei nell’ambiente. Istintivamente raggiunse quasi strisciando l’angolo più lontano della gabbia. -Non devi avere paura.- disse una voce dolce. Si girò. Era stato l’uomo di mezz’età a parlare, quello che aveva visto entrare nel rifugio di Morvan. Era affiancato da due spaventosi Jraaks, entrambi armati di una corazza dorata, immobili. -Stai tremando. Devi essere spaventata.- continuò a dire quella voce. Lucretya non rispose. Era terrorizzata dagli Jraaks. L’uomo si guardò intorno. Prima i suoi guardiani, poi lei. E aggiunse con un sorriso indicando i due esseri mostruosi al suo fianco: -Ah, capisco. Sono loro a spaventarti vero?- Fece un rapidissimo cenno ed entrambi, avviatisi verso la porta, uscirono. -Ora siamo soli, di cosa devi avere paura?- riprese a dire. Lucretya continuava a rimanere nell’angolo lontano della gabbia. Si sentiva leggermente più tranquilla. Era come se il tono di voce usato da quell’uomo implicasse che non voleva farle del male. Osservò il viso e gli occhi di lui. Molte rughe solcavano la fronte, gli occhi erano spenti e gelidi. In fondo c’era uno spaventoso riflesso di potere che impressionò la ragazza. Qualcosa però le ispirava fiducia. -Non voglio farti del male. Qual è il tuo nome?- -Lucretya.- Aveva risposto balbettando e a voce bassissima, come fosse un sussurro. Perché l’aveva fatto? Aveva visto quell’uomo guidare gli Jraaks dentro il rifugio di Morvan. Era il male, non avrebbe dovuto nemmeno guardarlo negli occhi. E invece si era trovata a rispondere. Quella sensazione di fiducia, si accorse, stava crescendo ogni secondo di più. Era come se una parte nascosta di lei le intimasse di fidarsi di lui. Una parte che voleva emergere, che voleva il suo spazio. Che voleva emergere. -Lucretya? Bene. Io sono Volneros, Lucretya.- Ci fu una breve pausa di silenzio. -Credo che ci siano molte tue domande che meritino una risposta, non credi? Beh, io posso rispondere a molto, anche se non a tutto. Immagino che tu mi creda il cattivo della situazione, no? Si, sono io quello che hai visto entrare nel rifugio di Morvan, così come sono io quello che guidava quegli Jraaks che sembrano spaventarti parecchio.- Lucretya ascoltava affascinata, come se le parole di quell’individuo avessero qualcosa di ipnotico. Lasciò andare i muscoli che aveva conservato in tensione fino a quel momento, rilassandosi leggermente. -Facile scaricare le colpe in questo modo vero? Qualcuno ha provato a chiedersi perché lo faccio? Perché, mia cara ragazza, sono io quello sicuramente dalla parte del torto? Solo perché qualcuno mi ha chiamato traditore, questo basta, ai tuoi occhi, perché io lo sia?- Il ragionamento, pensò la ragazza, non faceva una piega. Effettivamente si, aveva giudicato quell’uomo a priori. Perché non ascoltare anche la sua campana? -È sbagliato- proseguì Volneros -desiderare un mondo migliore, più bello, più giusto? È giusto condannare chi desidera questo per l’umanità?- Qui il discorso iniziava a non funzionare più. Lucretya sapeva benissimo che il genere umano era stato praticamente tutto sterminato dagli Jraaks guidati da lui. Come poteva uno così desiderare il bene del genere umano? -L’umanità che tu conosci è inesorabilmente corrotta. Non c’era modo di redimerla, si poteva solo sterminare, per evitare che le poche persone rimaste savie venissero corrotte.- Volneros iniziò a camminare in preda all’euforia delle sue parole. -Pensa ad una giustizia assoluta, ad un mondo privo di malvagità, violenza, ingiustizia. Immagina un mondo privo di odio, invidia, tristezza. È sbagliato volere un mondo così? Il mio è un sogno, ma sento di avere le forze di realizzarlo. I miei poteri superano quelli degli dei che conosci. Quegli oziosi sono chiamati dei solamente perché conoscono il segreto dell’immortalità!- Alzò lo sguardo al cielo puntando in alto il dito come se volesse accusarli. -I miei poteri vanno oltre. Io posso creare la vita, io posso ricreare l’umanità! Perché non poter avere il mondo che sogniamo e le persone adatte ad abitarlo?- La ragazza non poteva ammettere di non essere affascinata dai discorsi di Volneros. Se davvero voleva un’umanità giusta perché biasimarlo? Ricordò come stava mettendo in atto il suo piano, ricordò lo sguardo e il sorriso di Michail morente. No. Pur constatando la bontà dello scopo, il modo era inaccettabile. Prese coraggio. -Non accetterò mai quello che hai fatto ai miei amici e al mio popolo!- urlò con disprezzo. Volneros fissò lo sguardo su di lei. Sembrava lievemente sorpreso dell’ardire della ragazza. Uno strano sorriso comunque gli apparve stampato in faccia. Un sorriso sinistro, come se avesse parlato sino a quel momento per spingere la ragazza. -Bene, vedo che non ti manca il coraggio mia cara. È bello sentirti parlare, anche se il tono, devo ammetterlo, non era certo dei migliori.- Per un momento la ragazza quasi si pentì di aver aperto bocca. Ma il ricordo di tanti eventi passati le avevano davvero dato un grande coraggio. -Sei solo uno spregevole mostro assassino!- urlò con ancor più disprezzo. Poi distolse lo sguardo ignorandolo palesemente. -Anche tu quindi mi disprezzi, giudichi solo l’azione e non il fine di essa? Mi deludi, mia cara ragazza!- provò a difendersi alzando la voce Volneros. I suoi occhi andavano riempiendosi di rabbia. Lucretya non rispose, girandosi dall’altra parte. Chiuse gli occhi. Non poteva negare nemmeno a se stessa di avere tanta paura. Voleva piangere ed urlare, ma l’orgoglio glielo impediva. Sapeva che Volneros stava per darle una lezione. Era stata sciocca a farlo irritare, probabilmente non aveva intenzione di farle del male. Già stava immaginando una fiamma sprigionarsi dalla sua mano, e avvolgerla nel fuoco più rovente. Oppure l’avrebbe congelata. O chissà cos’altro. Volneros in effetti si stava preparando a colpire. Sprigionò una piccola fiamma che appallottolò in mano. E poi mirò verso la ragazza. -Imparerai a non essere arrogante con me, ragazza.- disse asciutto. -Salve, Lucretya.- Era come se si stesse vedendo davanti lo specchio. Non perfettamente almeno. In quel ghigno malefico del suo viso c’era qualcosa di diverso, di estraneo da lei. -Chi sei tu?- chiese. -Come chi sono? Non mi vedi? Anzi, non ti vedi? Io sono te!- rispose compiaciuto il suo doppio. -Tu non sei me, tu hai qualcosa di…di diverso.- replicò Lucretya fissando ed esaminando la strana figura che aveva davanti a se. -Eppure io sono te. Non vedi l’aspetto? Siamo identiche.- -Non è l’aspetto a renderci uguali. Chi sei?- chiese ancora. -Semplicemente te.- si limitò a replicare. -Tu non sei me!- quasi gridò Lucretya. Paura ed ossessione. Dov’era finita? Chi era quella misteriosa presenza davanti a lei? Fece un tentativo di rimanere calma. Provò a chiudere gli occhi per un interminabile istante, sperando che si trovasse in un sogno da cui poter fuggire. Gridò silenziosamente nel tentativo di svegliarsi. Ma quando riaprì gli occhi dovette constatare di non trovarsi in una temporanea visione sottile della sua mente. Tutt’altro. Ogni cosa sembrava essere reale. Cosa poi? Oltre alla misteriosa figura non c’era altro. Il buio più vuoto, totale ed assoluto. -Ti sei finalmente convinta di non trovarti in un sogno?- civettò l’altra Lucretya. Quella immaginaria. O no? -Dove siamo?- tentò di chiedere nuovamente, con voce molto più timida e silenziosa. Un sussurro che non mancò di arrivare al destinatario. Un sussurro di paura, insicurezza, vuoto. -Sicura di non saperlo?- rispose con sfrontatezza. Il buio iniziò piano piano ad illuminarsi. La ragazza poté mettere a fuoco una spiaggia. Il blu del mare si perdeva oltre l’orizzonte, il vento spazzava via la sabbia e costringeva onde rumorose ad infrangersi caparbiamente sul bagnasciuga. L’immagine, o qualunque cosa fosse, allargò le braccia guardando verso il cielo. -Non ti ricorda niente?- urlò per superare il soffio del vento. Lucretya rimase muta, visibilmente scioccata dal cambio di paesaggio. -Il tuo viaggio ha avuto inizio qui, ricordi? Io benissimo.- Passeggiò altezzosa avvicinandosi a Lucretya. Poi le prese entrambe le mani, stringendole forte. -Ricordi cosa successe qui, su questa spiaggia?- Ricordava benissimo. Aveva cercato di rimuovere quelle immagini, di ripartire cambiando vita. E aveva dovuto scontrarsi con l’impossibilità di poter fuggire dal passato. Quelle immagini l’avevano perseguitata ogni giorno, ogni notte. -Basta! Basta!- piagnucolò divincolandosi dalla presa dell’altra, chiudendo gli occhi, cadendo sulle ginocchia e mettendosi la testa tra le mani. -Sei ancora sconvolta vero? Non puoi fuggire dal passato, vero?- Non rispose. Borbottava qualcosa di incomprensibile. -Guardami, Lucretya. Io sono quello che tu avresti potuto essere. Io sono te, nata quel giorno dentro il tuo inconscio. Io rappresento le tue possibilità mancate.- Soffiò il vento, spazzando fortemente l’ennesima onda che s’infranse sulla sabbia bagnata ora anche dalle lacrime della ragazza. -Alza lo sguardo, mia cara. Tu puoi annullare tutto questo.- Lucretya obbedì, come se non fosse del tutto padrona di sé. I suoi occhi erano arrossati di pianto. -Io sono la tua rabbia verso il mondo, sono il tuo desiderio più nascosto, sono il tuo potere più grande. Ricordi il dolore di quel giorno? Ricordi? Dentro di te hai creato il modo di annullarlo. Dimentica il passato, uniamo le forze, e vendichiamoci del torto che ci hanno fatto!- Smise di piangere. Ora fissava quegli occhi fieri e sicuri, che dentro di sé aveva sempre voluto. -Come? Come?- piagnucolò. -Lascia che siano la tua rabbia e il tuo dolore a guidarti e a darti la forza. Io non posso farlo da sola, ho bisogno di te. Ho bisogno che tu creda in te stessa.- Cosa intendeva dire? -Affronta il passato che hai sempre fuggito! Trai da lì il tuo immenso potere, che ti permetta di schiacciare chiunque si frapponga sulla tua strada. Insieme!- Affrontare un passato dal quale si è sempre fuggiti. Possibile? Davvero esiste il modo di porre un freno, o addirittura di cancellare le paure umane? Trarne la forza per schiacciare i nemici. Abbracciare la rabbia e il dolore invece di scapparne. La ragazza si sentì di nuovo afferrare le mani. Si rialzò. Una mano dolce le asciugò l’ultima lacrima che resisteva ostinata. Labbra soffici le sfiorarono delicatamente gli occhi. E quelle labbra poi si aprirono in un sorriso sicuro, di fiducia. -Vuoi finalmente dare una svolta alla tua vita?- chiesero quelle labbra sicure. Era il momento di dare una risposta. Non si fidava ancora ciecamente di quella fierezza. Sembrava tutto troppo bello. Quale il prezzo? Eppure poteva, dall’altra parte, essere un’occasione unica. L’occasione di lasciarsi davvero alle spalle il passato. -Io…lo voglio.- Pronunciò queste parole come se fosse un contratto. Come se avesse firmato col sangue. Quel sorriso si allargò ancora, divenendo sempre più luminoso. Avvertì una sensazione di lieve torpore. Di colpo tutte le sue pene erano sparite. Si sentiva come se si stesse addormentando. Il cuore finalmente leggero e sereno. Chiuse gli occhi, felice. -Imparerai a non essere arrogante con me, ragazza.- sentenziò asciutto Volneros. Cos’era quella sensazione? Non aveva più paura. Non era più una fragile ragazza imprigionata. Di colpo si sentì soffocata dalle sbarre che l’avvolgevano e infastidita dal tono di quella voce. Si alzò dolcemente in piedi. Sotto lo sguardo indagatore del suo avversario sfiorò delicatamente con la mano destra il freddo acciaio della sua prigione, come se non esistesse altro. Volneros era confuso e sbalordito dalla nuova e repentina tranquillità della ragazza. Il suo sguardo aveva qualcosa di diverso, una luce di sicurezza scintillava in fondo ai suoi occhi. Cos’era accaduto? Tuttavia non fiatò, come per non interrompere quella cerimonia che gli stava accadendo davanti. La dolce mano di Lucretya stava sfiorando ogni sbarra. Quell’esile figura tranquilla improvvisamente si fermò. Tremolò un istante. -Che ci faccio rinchiusa qui dentro?- urlò con una rabbia impressionante che fece sobbalzare anche Volneros. Tutto l’ambiente sembrò tremare al grido della ragazza. Una sottile fiamma correva intorno il suo corpo. Con una mano infuocata strinse una sbarra che si liquefece in pochissimi istanti. E così accadde per quella affianco e quella affianco ancora. Aveva una via d’uscita. La fiamma si estinse piano piano. E delicatamente Lucretya passò per l’apertura che si era creata da sola. Appoggiò il piede nudo sul freddo pavimento, poi l’altro. Fece due passi per allontanarsi da quella gabbia. Sorrise. E la sua ormai vecchia prigione esplose in un inferno di fiamme. Fortunatamente i riflessi avevano salvato Volneros dalla violenta esplosione. Saltò indietro evitando il colpo e rotolando a terra. Poi si rialzò fulmineo. Non si aspettava questa particolare piega degli eventi. Tuttavia, nonostante lo stupore, riprese in pochi istanti il proprio autocontrollo. Sorrise dolcemente rivolgendosi alla ragazza fuori dalla sua prigione: -Vedo che sei anche in grado di destreggiarti molto bene con la magia.- Per tutta risposta emise una smorfia. -Il tuo tono di voce mi irrita.- intimò. Aprì il palmo in direzione del mago. Al centro iniziò a comparire una piccola sfera infuocata. Questa s’ingrandiva velocemente, fino a superare le stesse dimensioni della mano. Da quella piccola sfera partì un flusso impressionante di fuoco, che ruggì raggiungendo velocemente Volneros, inesorabilmente avvolto dalle fiamme. -Anche tu sai usare la magia, noto.- disse acidamente vedendo che Volneros aveva creato uno scudo contro il fuoco. -Cerchi lo scontro, cara?- rispose a tono. -Anche fosse?- -Non vedrei il motivo di sprecare tanto potere. Perché non unire invece le forze?- -Unire le forze a te? E cosa ci guadagno?- -Non conosco bene le tue potenzialità, ma- e qui fece una lievissima pausa -credo sarebbe vantaggioso ad entrambi. Un flusso di fiamma di quel genere sono ben in pochi, in questo momento, a saperlo sfruttare.- -Osservazione intelligente. Ma se io rifiutassi?- -In tal caso mi vedrei costretto a sopprimere un altro potenziale avversario.- -Scelgo dunque la seconda opzione. Ma non credere che sarà facile.- sorrise sicura di se. Volneros, con un sorriso beffardo molto simile batté le mani. In un fioco bagliore sparirono la muffa e le ragnatele. L’aria non era più pesante, umida e irrespirabile. -Dove mi hai portato, mago?- -In una dimensione parallela. Non volevo combinare danni nella mia fortezza. Il mio sesto senso dice che ce ne saranno parecchi. Di danni intendo. Come vedi i miei poteri arrivano anche a questo. Ma non è tutto! Sta a guardare.- Dicendo questo sprigionò una fiamma dalle mani, che modellò facendola diventare una spada. E spada divenne, con tanto di lama ed elsa. Quando veniva agitata emetteva fiamme. -Chi ha detto che i maghi non sanno usare la spada?- -In effetti nessuno.- rispose senza scomporsi Lucretya. -Voglio rendere la sfida più interessante.- dicendo questo Volneros accumulò energia magica nella mano rimasta libera, e la scatenò creando un vorticoso muro di fiamme attorno ai due. -Questo io lo chiamo combattere in modo intelligente. Creare un muro di quelle dimensioni richiede parecchio sforzo, è vero, ma, avendo io in mano una spada ed essendo in grado di proteggermi con barriere dalle tue magie…beh, c’è bisogno che continui?- Roteò la spada puntandola verso Lucretya. -Fa la tua contromossa, vediamo che sai fare.- La stava sfidando. -Raccolgo la provocazione ti spiace?- rispose. Gesticolò platealmente con entrambe le mani. Poi con un gesto improvviso dalla mano destra partì una strana concentrazione azzurra che dirottò verso le fiamme magiche, spegnendole. -Cono di freddo, bene, una mossa astuta.- Lei continuò a sorridere sprezzante, e non fece altro aspettando la contromossa dell’avversario. -Bene, credo tocchi a me.- Roteò la spada nell’aria, direzionando il taglio verso la ragazza. L’arma emise una fascia di fiamme che avanzò velocissima verso Lucretya. Poi cambiò posizione usando la stessa tecnica. La ragazza evitò agilmente entrambi i fasci. -Tutto qui?- chiese. -Abbi pazienza mia cara. Io aspetterei a giudicare la mia mossa. Non ti senti un po’ fredda?- Lucretya provò a muoversi ma scoprì di avere i piedi immersi in un blocco di ghiaccio fino a sotto il ginocchio. E non fece in tempo a sollevare lo sguardo che Volneros aveva già mandato un altro fendente di fuoco nella sua direzione. La giovane protese le mani verso il fascio di fiamme. Quelle si illuminarono e crearono un alone di luce bianca circolare centrato sul palmo della mano, grande abbastanza da assorbire l’effetto magico del colpo senza subire danni. Evitato il colpo scongelò la parte bloccata nel ghiaccio con una fiamma magica. Poi applaudì. -Un degno avversario. Ma ora tocca a me.- Protese il palmo in direzione di Volneros, da cui partì una scarica elettrica violentissima che colpì il mago in pieno senza che avesse possibilità di difesa. Volneros avvertiva il dolore in ogni cellula del suo corpo. Gridò impazzito. La potenza della scarica era impressionante. Non aveva più il controllo di nessuna parte del corpo. La sua sofferenza aumentava d’intensità ogni istante. “Beh, a quanto pare non ho altra scelta” pensò senza scomporsi. Lucretya continuava ad indirizzare elettricità senza sosta. -Basta cara, non vedi che non funziona più?- Le grida erano cessate. Aveva parlato una voce perfettamente calma e sicura di se. Il fascio di elettricità s’interruppe. Volneros era completamente avvolto da fiamme rosseggianti, come se avesse preso fuoco. Tuttavia non sembrava soffrire il bruciore, anzi. Qualcosa era cambiato in lui. Il suo sguardo era molto più minaccioso. -Questa, come vedi, è un aura. Sai cos’è? Beh, sicuramente conosci i quattro elementi della magia arcana, no? Fuoco, vento, acqua (in tutti i suoi stati) ed elettricità. Quando combatto normalmente posso convertire la mia energia magica in tutti questi elementi, e l’intensità e le possibilità di modellare la magia variano a seconda delle energie che spendo. Quando invece uso la mia aura le cose cambiano: posso controllare un solo elemento, in questo caso, come vedi, il fuoco. Ma qual è il vantaggio di usare un solo elemento quando combinandoli tutti e quattro ho molte più possibilità d’attacco a disposizione? Semplice. Quando sono immerso nell’aura la mia energia magica viene consumata solamente per mantenerla. E se devo attaccare sfrutto l’attinenza dell’ambiente col mio elemento, Sai cosa significa questo? Che controllo il fuoco attraverso l’ossigeno dell’aria!- Gridando l’ultima frase slanciò le mani in avanti. Lucretya in poco tempo si trovò immersa in una sfera di fuoco che l’aveva completamente attorniata. La ragazza tentò di utilizzare il cono di freddo come aveva fatto in precedenza, ma non ebbe effetto. Volneros comparve all’interno della sfera. -Io sono fiamma, come vedi. E hai anche notato, penso, che l’incantesimo è molto molto più potente. Non volevo utilizzare questo potere, solo che purtroppo mi ci hai costretto. E non sono molti quelli che vi sono riusciti. Nemmeno Morvan. Beh, preparati a finire carbonizzata.- La sfera si andò restringendo attorno a Lucretya. Lentamente. Ormai le fiamme potevano sfiorare le punte dei capelli. La ragazza non perse la calma. -Sei indubbiamente molto potente.- disse. -Ciò mi lusinga alquanto. Ho lavorato parecchio per diventarlo.- -Tuttavia questo duello non è ancora concluso.- sentenziò la giovane. Lucretya improvvisamente divenne più pallida. -Non è possibile!- gridò Volneros assistendo alla scena. Una strana sostanza blu circondava il corpo della ragazza. Lucretya iniziò a soffiare sulle fiamme che la circondavano, spegnendole. Volneros si vide costretto ad indietreggiare. -Non sei l’unico a saper usare l’aura, mio caro.- -Non me l’aspettavo, è vero.- -Eppure non sembri così stupito come vorrei che fossi.- -Lasciando da parte il fatto che è incredibile questo tuo potere, no. Non credo che tu cerchi la mia sorpresa quando la mia paura, ho ragione?- -Si, forse hai ragione.- -Beh, perché avere paura? No, nei miei occhi non c’è paura. Nei miei occhi c’è ambizione, c’è la voglia di sfida, c’è la sicurezza della vittoria.- -Sei davvero così sicuro di vincere?- -Si.- -Staremo a vedere. Vediamo come te la cavi contro di questo!- Lucretya concentrò tutta l’energia magica in un potente raggio ghiacciato che scagliò a tutta potenza contro l’avversario. Volneros per tutta risposta concentrò il proprio potere in un raggio di fiamme che contrastò efficacemente il ghiaccio, riuscendo a bloccarlo. I due raggi erano uno contro l’altro, in un terribile boato. -Allora, tutto qui quello che sai fare?- schernì Volneros. Le fiamme avanzarono di qualche metro sui ghiacci. Lucretya sembrava un po’ in difficoltà. -Sta a vedere!- La ragazza riuscì a risollevarsi riconquistando terreno e riportando la situazione in parità. -Allora? Soddisfatto?- -Temo, ragazza mia, che siamo esattamente alla pari.- disse Volneros con un tono molto strano, a metà tra il pensieroso, il sarcastico e il serioso. -Cosa hai in mente?- -Vedrai. Conosci il potere dell’aura, ma forse non sai che ci si può spingere molto oltre.- -Cosa vai farneticando?- -Cosa accadrebbe se il tuo corpo diventasse energia magica pura?- -Energia magica pura?- Le fiamme presero violentemente il sopravvento investendo la povera Lucretya. La ragazza cadde a terra e perse i sensi. Il pavimento era freddo. -Su svegliati ragazza, ho un piano interessante per te.- sussurrò Volneros. Il mago si avvicinò alla fanciulla a terra fuori dalla sua gabbia. “È davvero molto bella. Una compagna perfetta.” Pensò. Si abbassò su di lei. “Un viso davvero notevole, così delicato.” La baciò per un istante teneramente sulle labbra. -Alzati, mia cara.- Lucretya si risvegliò. -Ora si collabora. Metterai il tuo potere al mio servizio.- -Si, maestro.- -Eccellente. Ti mostrerò le tue stanze e ti darò un vestiario adeguato alla compagna del futuro iniziatore di una nuova era.- Volneros si rimise in piedi e si avviò verso la porta. -Lucretya- disse sull’uscio. -Si maestro?- Ci fu qualche istante di silenzio. -Nulla. Seguimi ora.- La ragazza lo seguì in silenzio.
  3. Probabilmente ritoccherò qualcosina..non sono soddisfatto riposterò comunque
  4. Complimenti a tutti quelli che stanno tenendo viva questa discussione è bello sapere che scrivere è un passatempo di molti Vi ho fatto aspettare, un po'! Ecco il secondo capitolo della seconda parte! CAPITOLO 2 Aprì gli occhi. Non ricordava niente, se non che era svenuta. Si riprese quasi subito e pianse. Le immagini erano tornate potenti nella sua mente. Vide lotte furiose, sangue, risate malefiche. Urla di dolore risuonarono nelle sue orecchie. Portò istintivamente le mani alle orecchie cercando di fermare quel rumore. Si stava occupando di un malato, non riusciva a ricordare chi. Si, era il re, Morvan. Gli stava adagiando una pezza bagnata sulla fronte. Non si era ancora ripreso. E d’improvviso quello schianto. Le urla, i colpi. Un primo cadavere che entrava violentemente all’interno del rifugio. Morto in un ghigno di dolore, l’armatura squarciata con violenza, il sangue che lo ricopriva dappertutto. Subito tutti i paladini all’interno della casa si erano precipitati fuori, urlandosi a vicenda di proteggere il re. E lei che invece rimaneva immobile, con la pezza ancora in mano, tremante. Non riusciva ad identificare i ruggiti, ma non erano umani. Nel cuore era come se li avesse già sentiti. Poi aveva capito, il terrore s’era impadronito di lei, che continuava a rimanere immobile. Jraaks, ne era certa, il ruggito era di quelle bestie spaventose. Ricordi le affollarono la mente, il respiro sembrò fermarsi nel petto. Il fragore della porta abbattuta la riportò alla realtà. Un uomo di mezz’età, che indossava una veste fregiata d’oro entrò trionfante da essa. Notò le mani sporche di sangue. Dietro di lui innumerevoli Jraaks assassini presidiavano l’ingresso del piccolo rifugio. Non riusciva a ricordare bene altro. Sforzandosi era capace di ricordare solo le immagini sfuocarsi, l’istante dell’impatto col terreno, il principio di un impulso di dolore, poi nulla. Lucretya si guardò attorno. Era distesa a terra, adagiata su un fianco, che le doleva. Cambiò posizione, alzandosi seduta. Non riusciva ancora a focalizzare perfettamente l’ambiente. Intanto si era accertata di essere viva. Il terreno freddo, scuro e polveroso lo testimoniava. Finalmente i suoi occhi si abituarono all’illuminazione del luogo. Focalizzò delle sbarre davanti a lei, sopra di lei, dietro di lei. Era in una gabbia. Il freddo ferro parzialmente arrugginito la circondava. Istintivamente si alzò stringendo con forza la sua prigione, cercando di scuoterla. Aveva comunque molto spazio per muoversi, ma si sentiva fortemente a disagio. Qualcosa dentro di lei le stava intimando di cominciare ad urlare con tutte le sue forze. Non riusciva a capire cosa la trattenesse dal farlo. Fuori dalla gabbia stava una piccola stanza. I muri erano ricoperti in molti punti da muschi e ragnatele che sembravano esserci da molto tempo. La luce veniva dalla fioca fiamma di due torce opposte a dove lei si trovava. L’unica uscita era una porta di metallo in quella stessa parete. Non c’erano finestre, grate o altri sbocchi sull’esterno. Respirava un’aria pesantemente calda ed umida, non era in grado di stabilire a che profondità si trovasse ma era quasi certa di essere sotto terra. Si fece prendere dal panico e scosse ancora le sbarre con forza, senza smuoverle di un centimetro. Solo in quel momento notò una piccola ciotola posta per terra. Conteneva una strana sostanza marroncina, molto viscida a vedersi. E non emanava un buonissimo profumo. Era probabilmente il suo rancio. Insieme alla ciotola una piccola brocca per l’acqua. E fu quest’ultima che bevve avidamente, assetata come si sentiva. Scansò invece la pietanza nell’angolo più lontano della gabbia. Poi tornò alle sbarre in direzione della porta metallica nella parete in fondo. Anche l’apertura della sua prigione di ferro si trovava rivolta verso quella parete, chiusa sicuramente da un pesante lucchetto scheggiato ed arrugginito. Inspiegabilmente iniziò a figurarsi altri prigionieri come lei nel disperato tentativo di scassinarlo. Quei graffi non potevano significare altro che disperazione di fronte a qualcosa di terribile ed inevitabile. Sfinita di tutto quello stare in piedi raccolse al petto le ginocchia sedendosi a terra. E si racchiuse in se stessa. Cercava di non piangere, di farsi forza. Non riuscì comunque ad impedire ad una sua lacrima di cadere a terra. La mia buona stella, che non ho mai visto tanto spesso, mi ha ora abbandonato. Cosa è successo, dove sono? Non riesco a ricordare niente. Stavo curando Morvan. Devo essere svenuta, potevo evitarlo, se magari avessi usato la pezza bagnata. Mio dio! Morvan! Andrev! Sklaera! Mio dio sarà successo loro qualcosa? Non oso immaginare. L’immagine degli Jraaks assetati di sangue le invase la mente. Rivide l’artiglio letale che uccise Michail al suo posto, il sangue correre rosso e ancora vivo. Non voglio credere che li abbiano catturati. Non voglio pensarci. Non voglio convincermi che magari a quest’ora siano morti. E in breve tempo la stessa sorte toccherebbe a me. Chissà che razza di modi usano qui per uccidere la povera gente innocente. No, non voglio, non voglio! Alzandosi riafferrò energicamente le sbarre, come se la sua forza potesse aumentare dal nulla. Dovette risedersi di nuovo, ancora intrappolata. In pochi attimi fu di nuovo in piedi vagando circolarmente per lo spazio che aveva a disposizione. Stava cercando di riflettere, di pensare a qualcosa, ad un piano per fuggire. Rifletti, Lucretya. Una soluzione c’è sempre, come mi hanno insegnato all’orfanotrofio. Non sarei una guaritrice se fossi stupida. Bene, calma. Per prima cosa devo uscire di qui. Una volta fatto quel passo, sarei comunque più vicina alla meta. Ah, se sapessi combattere! Non potrei difendermi da eventuali guardie. Dovrò giocare d’astuzia, nascondermi col favore delle ombre e colpire senza preavviso i miei nemici. Ma ne posso essere capace? Continuava a camminare nervosamente. Non si udiva alcun rumore diverso dai suoi passi. Forse un ritmico gocciolare da qualche parte, o il crepitio della fiamma delle torce. Ma la ragazza non avvertiva altro che il suo passo pesante e dubbioso. Sentiva anche leggermente freddo. Portò le braccia istintivamente al petto come per proteggersi. Sentiva anche il bisogno di parlare con qualcuno. Era consapevole di non poter urlare: avrebbe attirato l’attenzione, e magari accelerato la sua fine. No, doveva rimanere lucidamente calma, in modo da poter prendersi tutto il tempo necessario a studiare un piano. Ma non riusciva a trovarne alcuno che potesse funzionare efficacemente. Si fece prendere dal panico e dal terrore, accasciandosi inerme a terra, su un fianco. Pianse amaramente per la paura, la disperazione e la preoccupazione per i suoi affetti più cari. Era tutto finito. Non era riuscita ad evitare la morte. Avrebbe dovuto attenderla coraggiosamente, invece l’angoscia si era impossessata totalmente di lei. Chiuse gli occhi per frenare le lacrime e i singhiozzi, che comunque cercava di emettere a bassa voce. Quando li riaprì si accorse di non essere sola. C’era qualcos’altro che respirava insieme a lei nell’ambiente. Istintivamente raggiunse quasi strisciando l’angolo più lontano della gabbia. -Non devi avere paura.- disse una voce dolce. Si girò. Era stato l’uomo di mezz’età a parlare, quello che aveva visto entrare nel rifugio di Morvan. Era affiancato da due spaventosi Jraaks, entrambi armati di una corazza dorata, immobili. -Stai tremando. Devi essere spaventata.- continuò a dire quella voce. Lucretya non rispose. Era terrorizzata dagli Jraaks. L’uomo si guardò intorno. Prima i suoi guardiani, poi lei. E aggiunse con un sorriso indicando i due esseri mostruosi al suo fianco: -Ah, capisco. Sono loro a spaventarti vero?- Fece un rapidissimo cenno ed entrambi, avviatisi verso la porta, uscirono. -Ora siamo soli, di cosa devi avere paura?- riprese a dire. Lucretya continuava a rimanere nell’angolo lontano della gabbia. Si sentiva leggermente più tranquilla. Era come se il tono di voce usato da quell’uomo implicasse che non voleva farle del male. Osservò il viso e gli occhi di lui. Molte rughe solcavano la fronte, gli occhi erano spenti e gelidi. In fondo c’era uno spaventoso riflesso di potere che impressionò la ragazza. Qualcosa però le ispirava fiducia. -Non voglio farti del male. Qual è il tuo nome?- -Lucretya.- Aveva risposto balbettando e a voce bassissima, come fosse un sussurro. Perché l’aveva fatto? Aveva visto quell’uomo guidare gli Jraaks dentro il rifugio di Morvan. Era il male, non avrebbe dovuto nemmeno guardarlo negli occhi. E invece si era trovata a rispondere. Quella sensazione di fiducia, si accorse, stava crescendo ogni secondo di più. Era come se una parte nascosta di lei le intimasse di fidarsi di lui. Una parte che voleva emergere, che voleva il suo spazio. Che voleva emergere. -Lucretya? Bene. Io sono Volneros, Lucretya.- Ci fu una breve pausa di silenzio. -Credo che ci siano molte tue domande che meritino una risposta, non credi? Beh, io posso rispondere a molto, anche se non a tutto. Immagino che tu mi creda il cattivo della situazione, no? Si, sono io quello che hai visto entrare nel rifugio di Morvan, così come sono io quello che guidava quegli Jraaks che sembrano spaventarti parecchio.- Lucretya ascoltava affascinata, come se le parole di quell’individuo avessero qualcosa di ipnotico. Lasciò andare i muscoli che aveva conservato in tensione fino a quel momento, rilassandosi leggermente. -Facile scaricare le colpe in questo modo vero? Qualcuno ha provato a chiedersi perché lo faccio? Perché, mia cara ragazza, sono io quello sicuramente dalla parte del torto? Solo perché qualcuno mi ha chiamato traditore, questo basta, ai tuoi occhi, perché io lo sia?- Il ragionamento, pensò la ragazza, non faceva una piega. Effettivamente si, aveva giudicato quell’uomo a priori. Perché non ascoltare anche la sua campana? -È sbagliato- proseguì Volneros -desiderare un mondo migliore, più bello, più giusto? È giusto condannare chi desidera questo per l’umanità?- Qui il discorso iniziava a non funzionare più. Lucretya sapeva benissimo che il genere umano era stato praticamente tutto sterminato dagli Jraaks guidati da lui. Come poteva uno così desiderare il bene del genere umano? -L’umanità che tu conosci è inesorabilmente corrotta. Non c’era modo di redimerla, si poteva solo sterminare, per evitare che le poche persone rimaste savie venissero corrotte.- Volneros iniziò a camminare in preda all’euforia delle sue parole. -Pensa ad una giustizia assoluta, ad un mondo privo di malvagità, violenza, ingiustizia. Immagina un mondo privo di odio, invidia, tristezza. È sbagliato volere un mondo così? Il mio è un sogno, ma sento di avere le forze di realizzarlo. I miei poteri superano quelli degli dei che conosci. Quegli oziosi sono chiamati dei solamente perché conoscono il segreto dell’immortalità!- Alzò lo sguardo al cielo puntando in alto il dito come se volesse accusarli. -I miei poteri vanno oltre. Io posso creare la vita, io posso ricreare l’umanità! Perché non poter avere il mondo che sogniamo e le persone adatte ad abitarlo?- La ragazza non poteva ammettere di non essere affascinata dai discorsi di Volneros. Se davvero voleva un’umanità giusta perché biasimarlo? Ricordò come stava mettendo in atto il suo piano, ricordò lo sguardo e il sorriso di Michail morente. No. Pur constatando la bontà dello scopo, il modo era inaccettabile. Prese coraggio. -Non accetterò mai quello che hai fatto ai miei amici e al mio popolo!- urlò con disprezzo. Volneros fissò lo sguardo su di lei. Sembrava lievemente sorpreso dell’ardire della ragazza. Uno strano sorriso comunque gli apparve stampato in faccia. Un sorriso sinistro, come se avesse parlato sino a quel momento per spingere la ragazza. -Bene, vedo che non ti manca il coraggio mia cara. È bello sentirti parlare, anche se il tono, devo ammetterlo, non era certo dei migliori.- Per un momento la ragazza quasi si pentì di aver aperto bocca. Ma il ricordo di tanti eventi passati le avevano davvero dato un grande coraggio. -Sei solo uno spregevole mostro assassino!- urlò con ancor più disprezzo. Poi distolse lo sguardo ignorandolo palesemente. -Anche tu quindi mi disprezzi, giudichi solo l’azione e non il fine di essa? Mi deludi, mia cara ragazza!- provò a difendersi alzando la voce Volneros. I suoi occhi andavano riempiendosi di rabbia. Lucretya non rispose, girandosi dall’altra parte. -Io ho il potere di renderti grande! Non conosci il potere che racchiudi in te!- Ma Lucretya continuava a non rispondere -Ah no, non mi lascerò sfuggire questa occasione!- tuonò Volneros. Il suo corpo venne circondato da un alone verdastro. Volneros concentrò poi tutta l’energia sulle mani. Da esse partì un raggio anch’esso di una strana tonalità di verde molto spento, che colpì in pieno Lucretya girata di spalle. Il mago sorrise in maniera diabolica. Lucretya, riprenditi Lucretya. Dov’era? Davanti a lei c’era una sua immagine. Non riusciva a distinguere nulla attorno a se. -Sono venuta a dirti addio Lucretya.- -Chi sei?- -Io sono te, Lucretya.- -Cosa?- -Si, io sono te. I tuoi ricordi, le tue emozioni, tutto.- -Non capisco. Perché mi dici addio?- -Non ti appartengo più.- -Cosa?- L’immagine svanì lentamente. -Verrà un giorno…aspettalo.- Sparita. Le mani di Volneros smisero di brillare. -Il mio potere è smisurato, ed il tuo può diventare anche più grande.- Lucretya si voltò. Volneros sorrise ancora. -Qual è la tua missione, Lucretya? Quale il tuo scopo?- -Il mondo perfetto. E voglio il potere di realizzarlo.- -E ti sarà concesso, mia cara.- Il mago aprì la gabbia facendo uscire la ragazza. -Mostratemi la via, maestro.- -Speravo che un giorno sarei stato chiamato così.- -Cosa ricordi?- -Nulla se non che devo obbedire e fare di tutto per servirti.- -Eccellente. E…Michail?- Ci fu un secondo di pausa. -È morto. È stato giusto che morisse. Era un debole.- -Andrev, Sklaera? Morvan?- -Ostacoli alla creazione del nuovo mondo.- -E questo mondo arriverà presto mia cara, molto presto!- disse Volneros sfregandosi le mani.
  5. Ecco il primo capitolo della seconda parte!! CAPITOLO 1 -Maledizione. Auron sei in grado di muoverti?- -Si, sono un po’ dolorante ma posso farcela.- -Vieni qui a darmi una mano.- Havioth si alzò goffamente e camminò verso Michail. Constatò di non essere messo molto male. -Elayra si è svegliata?- -No ma lei sta bene. Sono più preoccupato per Michail. Perdeva molto sangue.- Auron si avvicinò lentamente zoppicando un po’. Con un braccio si copriva l’altro ferito. Era indolenzito, debole, e sembrava vederci anche annebbiato. Tuttavia non diede a vedere niente di tutto questo. Raggiunse Havioth che si era fiondato su Michail. Il saggio sembrava in buone condizioni. Aveva qualche ammaccatura qua e là, ma non sembrava niente di grave, in quanto si muoveva senza mostrare particolari problemi. La veste che indossava era impolverata e sporca anche di terra e sangue, ma non sembrava farci caso. Al contrario Auron scosse la sua tunica rossa cercando di rimuovere la polvere. Nulla poté contro le macchie di sangue, che ancora gli gocciolava da qualche ferita. -Incredibile.- esclamò sbalordito Havioth chino sul ragazzo. Lo stava scrutando meticolosamente, cercando di non farsi sfuggire nessun dettaglio. Anche Auron si chinò. -Cosa è incredibile?- Tirò una lieve brezza di vento. Elayra, stesa a terra poco oltre, gettò un lamento. Entrambi si girarono nella sua direzione, per un breve istante. -Guarda. Il suo fisico è in condizioni perfette.- Auron dovette constatare che aveva ragione. Non c’era alcun segno delle ferite che invece aveva riportato. Il sangue non scorreva più. -Dev’essere stato il suo speciale potere. Non ho visto mai niente di simile. Comunque ha rischiato troppo. La magia avrebbe potuto ucciderlo, soprattutto a quel livello. Hai visto che differenza? Non sembrava nemmeno cosciente!- -Era la Forma-Ombra.- -Poteva essere quello che vuoi, ma la magia gli ha sicuramente succhiato la vita per esprimersi a quel livello.- -No. In un caso particolare non accadrebbe così. E tu sai in quale.- -Vuoi dire che?- -Precisamente. Non vedo altre spiegazioni. Non avrebbe mai potuto diventare così potente senza morire.- -Ma come ha fatto allora?- -Non te lo saprei dire. Rabbia, dolore…sono tante le cose che portano a perdere il controllo. Hai visto anche tu cosa è in grado di fare. Pensa se fosse in grado di controllare quel suo potere.- -Non sappiamo come renderlo in grado di farlo. Rimane il problema dell’addestramento. Nessuno di noi due conosce a fondo il suo potere.- In quel momento Elayra aprì gli occhi e si alzò con molta fatica. -Ti sei ripresa.- disse Auron, troncando la precedente discussione. La dea portò le mani alla fronte. -Quel mostro era troppo forte persino per me. Dov’è ora?- -Se n’è andato.- -Come? Chi l’ha scacciato? E Michail?- domandò apprensiva. -Il ragazzo se l’è cavata bene. Ha dato una prova impressionante dei suoi eventuali poteri.- -Eventuali? Ma ora come sta?- Havioth posò la mano sul petto del ragazzo. -Sembra solo svenuto. Respira ancora. Non so dire quando, come e se si riprenderà.- -C’è anche la possibilità che non si riprenda? Lasciate fare a me. Ci penso io.- Elayra si alzò e si chinò anch’essa su Michail. -Non forzare Elayra. Sai benissimo che usare il tuo potere ora non può che danneggiarti di più!- -Sono una dea diamine! Havioth smetti di farmi la predica!- -Non sei una dea. Sei solo immortale. Come me.- Havioth la irritò molto. Odiava particolarmente il sentirsi rinfacciare queste cose. Dovette constatare però che aveva ragione. Non era così potente da essere chiamata dea. Ed era ben meno potente di Morte e Vita. Una vera e propria palla al piede, nient’altro. Ma voleva rendersi utile: poteva convertire la sua energia in cure per Michail. Dovette ammettere però che di cure fisiche il ragazzo non aveva bisogno, in quanto era perfettamente a posto. Non aveva avuto visione diretta delle “meraviglie” che sembrava aver compiuto mentre lei era svenuta, tuttavia non occorreva un esperto per capire che effetti, negativi, ce n’erano stati. Michail respirava, e questo significava che era ancora vivo. Ma temeva che il non corretto ed impetuoso uso della magia l’avesse costretto in uno stato di morte apparente, di sonno eterno. Il rischio c’era, ed era molto alto. Passò qualche istante senza che nessuno parlasse. -Portiamolo alla reggia di Fato, qui non abbiamo altro da fare. Là ci prenderemo cura di lui come si deve.- sentenziò Auron. -Io non posso seguirvi là, devo tornare nel mio mondo, come sapete.- Auron non riuscì a nascondere un gesto d’irritazione, ma capì le ragioni del saggio. -Mi devi spiegare che sei venuto a fare, Havioth.- -Non te l’avevo detto? Volevo dare un’occhiata al ragazzo se un giorno dovrò metterlo alla prova.- -Non può essere solo questo.- -Purtroppo ti dovrai accontentare.- concluse stampandosi in faccia un sorrisetto beffardo. Poi sparì. L’uomo sbuffò. -Andiamo. Pensi di farcela Elayra? Puoi appoggiarti anche alla mia energia per il teletrasporto.- -Ce la dovrei fare. Andiamo alla reggia allora?- -Non vedo altri posti dove andare.- -E per l’addestramento come faremo?- -Qualcosa ci dobbiamo inventare. Non scordarti che ora Michail dovrebbe essere cosciente dei suoi poteri. Sarà egli stesso ad aiutarsi da solo. Andiamo.- Lentamente Michail aprì gli occhi. Si trovava in un ambiente chiuso, notò. L’illuminazione era scarsa, ma gli aveva permesso di mettere a fuoco abbastanza per capire che si trovava in una piccola stanza dal soffitto non troppo alto. Girò la testa di lato. Si trovava disteso su un soffice letto. Una piccola candela ardeva sopra un cassettone di legno appostato vicino al suo letto. Una volta che gli occhi misero bene a fuoco le immagini si alzò seduto sul letto. Gli scappò una smorfia di dolore. Sentiva di avere tutti i muscoli indolenziti. Impiegò non poco tempo e fatica per alzarsi seduto. Nella stanza non c’era altro. Solo una porta di legno, gli sembrò, chiusa. Non udiva alcun rumore se non il suo respiro, regolare e leggero. Cercò di alzarsi dal letto, ma si sentiva ancora troppo debole. Decise quindi di non muoversi, e prese a guardare il soffitto. Era ancora vivo, dunque. Fuori era notte. C’era una piccola finestra nella stanza, aperta. Passava un filo d’aria, piuttosto fredda. Cercò di sporsi un po’ per vedere fuori senza doversi alzare. Riuscì a cogliere solo che era una notte nuvolosa, senza stelle. Non era riuscito nemmeno a percepire lontanamente il chiarore della luna. Tornò a guardare il soffitto. La porta della stanza si aprì con un lieve cigolio. Vide un’ombra sporsi leggermente e guardare dentro. Poi vide entrare Elayra sorridendo. -Finalmente ti sei svegliato!- disse sorridendo dolcemente. Avanzò lentamente e a piccoli passi verso il letto. Improvvisamente ricordò tutti gli ultimi eventi che aveva vissuto. Una folla enorme di domande gli invase la mente. -Dove siamo? Cosa è successo? Quanto tempo sono rimasto svenuto?- Elayra sorrise senza rispondere. Si sedette sul letto, sollevando leggermente la veste scura che indossava. -Siamo tornati nella reggia di Fato. Hai dormito per due giorni interi, e ti confesso che ci hai fatto preoccupare. Ma ora stai bene, sono sollevata!- -Vi ho fatti preoccupare? Sono un estraneo dopotutto. Ah si, sono anche quello che dovrebbe salvare il mondo.- prese a dire con un tono di voce molto basso ed irritato. Elayra ingoiò la cosa e fece finta di non essersi accorta di niente. -Hai combattuto bene contro Elvyn.- disse. -Talmente bene da aver rischiato di morire.- -Sei stato comunque tu a salvarci Michail.- Il ragazzo si voltò e prese a guardare Elayra. I suoi occhi non mentivano, Michail intuì che non lo stava prendendo in giro, o rincuorando dicendo il falso. Eppure non riusciva a ricordare nulla di ciò che aveva fatto. -Ora dovresti essere conscio dei tuoi poteri.- Michail si concentrò. Era vero? Ora sapeva usare la magia? Scrutò nella sua mente alla ricerca di queste informazioni. Percepì un’enorme quantità di immagini, movimenti, attacchi. Conosceva il loro costo in energia, conosceva il modo di metterli in pratica. Si stupì, ed ebbe paura. Elayra notò l’agitazione del ragazzo e pose subito rimedio. -Riposa ancora, domattina ne riparleremo. Anche Auron è contento che stai bene.- Dicendo questo si alzò, e uscì dalla stanza richiudendo lievemente la porta. Michail avrebbe voluto trattenerla ancora. Non voleva stare solo, ma non aveva parlato, ancora piuttosto sconvolto da tutti i cambiamenti repentini che aveva subito. Si era reso conto di avere dei grandissimi mezzi a disposizione, eppure aveva paura di usarli. E su questi pensieri cupi, chiuse gli occhi. Si stupì del fatto che aveva ancora sonno. Eppure si addormentò ancora. Sognò di trovarsi al centro di un enorme deserto, Ovunque si girasse vedeva dune, alcune più grandi, altre più piccole, più alte, più basse, più schiacciate. Il sole a mezzogiorno era luminosissimo, e i raggi riscaldavano terribilmente l’ambiente. Sentiva caldo, cercava di refrigerarsi col movimento delle braccia, ma senza riuscirci. Immaginò di iniziare a camminare, prendendo una direzione a caso. Fissava lo sguardo sulle orme che lasciava dietro di se. Era vestito di stracci e i piedi procedevano con difficoltà sulla sabbia, fine e rovente. Improvvisamente aveva notato qualcosa fuoriuscire dalla sabbia. Raggiunse in fretta l’anomalia, constatando che era un oggetto sepolto. Scavando un po’ riuscì a tirare fuori dalla sabbia un grande cubo color legno. Non riuscì a capire da quanto tempo fosse sepolto. Provò a colpirlo con un pugno. Emise un rumore sordo. Doveva contenere qualcosa all’interno. Provò a colpirlo ripetutamente e con forza. Non riuscì a cambiare nulla. Lo osservò a lungo cercando un qualcosa che potesse aprirlo, ma non trovò assolutamente nulla. Si decise a riseppellirlo nella sabbia, e a continuare il suo cammino. Dal nulla sorse un’altissima montagna, che svettava alta, sopra le nuvole. Non riusciva a scorgerne la cima, un po’ perché le nuvole la nascondevano, un po’ perché il luminosissimo sole a mezzogiorno impediva di guardare bene in alto. Si accorse che un’immensa scalinata, composta da gradini di pietra, se ne andava, tortuosamente, lungo il monte, sempre più in alto. La vedeva girare attorno alla montagna, sempre uguale, fino alle nuvole. Il suo sguardo rimase fisso sulla linea delle nuvole. Aspettava nella calma della desolazione. Si alzò una folata di vento che sollevò tanta sabbia. I suoi capelli, castani chiari fino alle spalle, volarono leggeri nell’aria, liberi. Una lacrima gli solcò la guancia. Il sole sembrò spostarsi lungo la linea della salita verso il monte. Amareggiato voltò le spalle, prendendo una direzione a caso. Si stupì della forma circolare della lacrima, caduta a terra. È freddo. Giaccio ancora sul letto. Quando aprì gli occhi, agitato, guardando fuori dalla finestra si rese conto che era ancora notte. L’alba non era lontana. Si poteva intravedere il chiarore del sole cominciare ad affacciarsi. Tirava comunque un fortissimo vento che faceva entrare nella stanza, attraverso la finestra aperta, aria gelida. Si mise seduto. Sentiva il bisogno di camminare, di muoversi. Era stufo di quel letto e di quelle mura che, sebbene avesse visto per poco tempo, gli erano ormai odiose. Sfregò i piedi nudi sotto la pesante coperta di lana che lo copriva. Richiuse ancora una volta gli occhi, e, come per magia, sentì di nuovo il sonno invaderlo e vincerlo. Quando riaprì nuovamente gli occhi era ormai l’alba. Il sole era appena sorto. Non c’era più il vento di prima. Il cielo sembrava essere sereno, salve qualche nuvola rosata. Non si era ancora ben svegliato quando Elayra, seguita da un Auron dallo sguardo corrucciato, entrò nella stanza, piuttosto allegramente. -Buongiorno!- disse sorridendo con dolcezza. -Ciao Michail.- disse secco Auron appostandosi vicino al capezzale del giovane. -Fato ti vuole vedere. Dobbiamo andare subito da lui. Vestiti! Spero tu non abbia sentito freddo questa notte.- Michail si accorse di essere nudo. Arrossì. Elayra lasciò sul letto una tunica arancione. Michail sorrise guardando il colore acceso. Gli piaceva. Era un ibrido tra il rosso e giallo. Niente di definito, un intermezzo tra due assiomi del colore. Elayra uscì dalla stanza per consentire a Michail di vestirsi. Auron invece rimase all’interno. Michail si sentiva ancora turbato per il sogno che aveva fatto. Com’era strano, a livello di ambientazione e di trama. Non riusciva affatto ad immaginarne un’interpretazione. Cosa significava quella visione notturna? Si vestì. Non disse una parola ad Auron, che lo scrutava. -Va tutto bene? Sembri turbato.- se ne uscì infine l’uomo, corrugando la fronte. Il ragazzo non sapeva cosa rispondere. Dentro di lui una parte voleva raccontare il sogno ad Auron, l’altra gli intimava di tacere. -Allora?- insistette lui. Michail lo guardò in volto. Auron non si mosse, sostenendo lo sguardo del ragazzo senza particolare affanno. In quel momento era appoggiato ad una parete, completamente immobile ed in attesa. -Ho fatto brutti sogni.- cercò di tirar corto il ragazzo. Auron però non sembrava aver intenzione di cedere. Socchiuse gli occhi, sembrando ancor più penetrante, -Racconta.- intimò con voce profonda mettendo a disagio Michail, sempre più confuso. Il ragazzo aveva indossato la veste. -Fato ci aspetta.- cercò di concludere. Non si sentiva pronto per raccontare quello che aveva visto. Si sentì stupido, in quanto il sogno non sembrava nascondere niente di importante. Eppure c’era qualcosa che gli metteva paura. Un senso nascosto che si nascondeva al di là della sua comprensione. E aveva paura di scoprirlo condividendo il sogno con Auron, che, anche se non aveva mai avuto prova di ciò, considerava saggio. Era certo che Auron avesse la soluzione al suo quesito. Non era però sicuro di volerla scoprire. -Non ne voglio parlare.- Ribadì uscendo dalla stanza. Auron lo seguì taciturno. Si fermò sulla soglia della stanza. Il corridoio dov’era uscito proseguiva a destra e a sinistra. Ma la fine di entrambe le direzioni era un muro di cemento. Auron sorrise. -Dammi la mano.- ordinò. Il ragazzo obbedì. Entrambi divennero luminosi per un istante, per poi sparire, e ritrovarsi in un ampio atrio. Quell’ambiente Michail lo conosceva fin troppo bene. Non era passato molto tempo da quando vi era giunto, nudo e ancora non cosciente di essere sospeso in una dimensione a cavallo della vita e della morte. Notò soltanto in quel momento quanto fosse lussuoso. Le colonne, ogni cosa risplendeva d’oro. Fato, che riconobbe in quel momento nelle vestigia di un uomo di mezz’età, dal fisico possente e riccamente vestito, sedeva quasi trepidante su un trono, elevato su tre gradini, posizionato al centro della parete di fondo della stanza. Di fianco al trono c’erano altri tre seggi più piccoli, posti sul gradino successivo del podio. Elayra occupava uno di quei seggi. Gli altri due erano misteriosamente vuoti. Michail ricordò che oltre ad Elayra c’erano anche altre due dee, Morte e Vita, che aveva incontrato, in quell’ormai lontano giorno, durante il ritorno da Flamm. -Michail, avvicinati.- disse Fato. Il tono di voce blando ma autorevole allo stesso tempo colpì Michail, che si ritrovò ad obbedire senza volerlo davvero o saperne il perché. Michail avanzò. C’era un seggio anche per lui, al centro, in modo che si potesse guardare in viso con Fato, naturalmente ai piedi del podio. Fato sorrise. Nonostante la mezz’età, il suo viso non tradiva i segni del tempo. -Non pensavo che la tua mente potesse arrivare a concepire immagini tanto simboliche da essere oscure persino a te stesso.- Michail si pietrificò. Elayra sembrava confusa, Auron aveva raggiunto il suo scopo, e sorrideva attento alle parole del dio. -Il deserto rappresenta come tu vedi la vita. Ricordi le dune, più alte o più basse? La tua visione della vita è costernata dalle dune, che rappresentano le difficoltà, più o meno gravi.- Qui Fato fece una pausa. Nessuno parlò. -Ti ho voluto qui, in quanto è il proseguo a spaventarmi. Il sogno è lo specchio della tua anima. Comunica in immagini ciò che il tuo animo pensa davvero. Nessuno può leggerti nella mente. Possiamo vederne le immagini, ma non possiamo conoscere come tu interpreti un fatto. Leggendoti il sogno, e leggendolo con la dovuta precisione, questo è possibile.- Il ragazzo arrossì e iniziò a fremere sul suo seggio. Distolse lo sguardo da Fato, fissando un punto a caso lontano. -Ricordi di aver trovato uno strano cubo sotterrato sotto la sabbia? Esso rappresenta quel qualcosa che ti tiene attaccato alla vita. Non ho bisogno di spiegare cosa significhi il tuo averlo trovato sotterrato dalla sabbia, né di spiegare il fatto che non sei riuscito ad aprirlo, sempre che fosse possibile farlo.- Altra pausa. Altro silenzio dei presenti. Lo sguardo di Elayra si era intristito. Auron era impassibile, mentre Michail continuava a nascondersi come poteva. Il viso di Fato non lasciava trasparire alcuna sensazione o emozione. -Poi, proseguendo nel tuo cammino, ti sei trovato davanti alla più alta montagna che tu avessi mai visto. Così alta che la cima era nascosta dalle nuvole vero? Nessun cinguettio di uccelli, nessuna vegetazione a renderla piacevole. Solo un enorme ammasso di roccia scura e muschiata. Una gradinata che, tortuosamente, la percorre sino in cima ti si para davanti. E il tuo viso che si rattrista, il tuo sguardo malinconico verso l’alto. Poi ti giri, andandotene. La montagna rappresenta il tuo futuro, ciò che tu puoi diventare. Il monte è così alto che tu sei ben consapevole delle tue capacità. Ma non sali, non credi né in te stesso né in ciò che sai fare. Avevi paura di sentirti dire questo, Michail?- Fato aspettava una risposta e osservava il ragazzo. Michail ovviamente non avrebbe mai saputo dare un’interpretazione così puntuale del sogno, ma si comportava esattamente come se sapesse ciò che la sua visione significava. Chiuse gli occhi, abbassando la testa. -Io…- cercò di iniziare Michail. Il dio si alzò dal trono, si avvicinò al ragazzo e gli mise una mano sulla spalla. -Non volevo turbarti, ragazzo. Voglio semplicemente capire perché non ti fidi di te stesso. Eppure la razza umana è così potente. Non riesco a capacitarmi di tale pessimismo. Una volta ero umano anche io, come te, prima di scoprire il segreto dell’immortalità. E respiravo un’aria molto diversa. Un’aria di potenza, di predominio. Vederti mi fa pensare che tutto questo sia finito. Io conosco il tuo cuore, ma, pur essendo un dio, non riesco a capire cosa possa averti distrutto fino a questo punto. È davvero questa l’umanità che rischia di scomparire? Sei tu, Michail, esempio della tua gente?- -No. Almeno credo.- sussurrò Michail. Fato tuttavia riuscì a sentire. -Continua.- intimò con voce ferma. Il ragazzo rimase silenzioso per qualche istante. Quando rispose, lo fece con voce molto flebile, come se si vergognasse di farsi sentire. -Ho paura. Nella mia vita ho sempre fallito, qualsiasi cosa io avessi intenzione di fare. Non sono un eroe, non posso nemmeno diventarlo.- concluse. Fato non staccò la mano dalla spalla. Il suo tono si fece duro. -Cosa pensi sia un eroe?- chiese. -Un modello, un idolo.- -Sbagliato. Ho vissuto non sai quanti mila anni. Eroe è chi riesce a vincere le proprie paure. Eroe è chi si fida dei propri mezzi. Un eroe, perché diventi tale, parte come un fallito.- Michail rimase stupito di queste parole. -Nemmeno noi dei siamo perfetti. Pensi che io, Fato, non sia stato, molti anni fa, un ragazzo proprio come te? Io ero un uomo, io sono, un uomo, prima di essere un dio. E come ce l’ho fatta io, così ci riuscirai anche tu. Ma ti pongo una domanda. A prescindere da come andrà a finire, cosa che persino io ignoro.Tu vuoi davvero diventare un eroe?- Michail ripensò ai tanti eroi dei suoi racconti, alle tante avventure che la fantasia gli aveva proposto nel corso del tempo. La sua mente si affollò di immagini, pensieri, sensazioni. Chiuse gli occhi cercando di ascoltarle tutte. -Io spero con tutto il cuore,- disse -che non vi sbagliate sul mio conto.- -Lo speriamo tutti. È la tua risposta?- -Si.- disse senza troppa convinzione. Fato annuì. -Auron ed Elayra cercheranno di guidare il tuo addestramento. Ti sono diventati molto più familiari di quanto lo sia io. Per di più non so nulla più di loro sui tuoi nuovi poteri.- Diede le spalle a Michail, dirigendosi verso il trono. -Dimentica il sogno, lasciatelo alle spalle. È la sola cosa che ti chiedo. Nulla potrà mai fermare un uomo che crede fermamente in se stesso.- Dicendo questo l’esile figura sparì nel nulla. -Ci siamo.- disse asciutto Auron. Elayra si avvicinò timorosamente a Michail. -Devo farvi qualche domanda, prima.- disse senza girarsi. Anche Auron raggiunse Elayra. -So quanti interrogativi ti affollano la mente, e ho imparato a conoscere la tua curiosità. Ci sono molte cose che non ti è concesso sapere, almeno per ora, ma alle altre risponderemo come meglio potremo.- disse dolcemente la ragazza. -Perché non posso sapere tutto?- -Perché non sei un dio. Non chiedermi come si diventa immortali, Michail. Io sono custode dei miei segreti.- -Capisco.- Fece una breve pausa. Si alzò e guardò entrambi i suoi nuovi maestri negli occhi. -Cosa devo affrontare? Cosa è la prova? Devo sapere per cosa mi sto addestrando.- Fu Auron a rispondere. -Tu non ti stai addestrando per la prova. La tua missione la conosci, la prova è un tramite. In cosa consista non è dato saperlo nemmeno a noi. Hai incontrato Havioth, no? Sai anche che fa parte del gruppo dei leggendari sette saggi. Ogni saggio regge una delle dimensioni che sono tra questa, il regno degli dei, e il regno dei mortali. Il regno degli dei è l’ultima zona prima del regno dei morti, da dove nessuno spirito può tornare. Ogni saggio ti assegnerà una prova, Michail, che tu dovrai superare per passare al piano successivo. Una volta superate tutte le prove, potrai tornare tra i vivi.- -Sono il primo che tenta?- -No. Innumerevoli anime prima di te hanno tentato e fallito. Non c’è niente che ci fa pensare che ce la farai sicuramente, anzi.- -È così dunque…Tanto sono già morto una volta, no? Come ho fatto ad arrivare sin qui?- -Questo è l’unico motivo che ci da una speranza, Michail. Non lo sappiamo come sei giunto fin qui. La nostra dimensione è inaccessibile persino ai sette saggi. Solo noi dei possiamo passare da una dimensione all‘altra, usando i nostri poteri. Quello che tu osservi, che ti sembra reale, non lo è. Questo luogo è incomprensibile alla normale mente umana. Sono i nostri poteri ad aver dato lui un aspetto che la tua mente potesse decodificare. Noi siamo liberi di creare e distruggere qualsiasi cosa qui. Il nostro unico limite è la dimensione umana, dove i nostri poteri sono ridotti. Ma questo non ti interessa- prese la parola Elayra. -Quindi Elvyn, il deserto…- -Sono luoghi di altre dimensioni, dove regnano i sette saggi. Non hanno alcun controllo sulla fisica, come invece lo abbiamo noi. In realtà sostengono che tutte queste dimensioni, compresa quella dei vivi e quella dei morti, non siano altro che posti molto lontani di uno stesso spazio.- Silenzio. -Non riesco a capire ciò che dici.- -Non c’è bisogno che tu lo faccia.- replicò la dea. -Sei cosciente dei tuoi poteri?- s’intromise Auron. -No, non credo. Nella mia mente vivono milioni di immagini a cui non riesco a dare un senso.- -È normale, all’inizio. È stato così anche per me.- -Dove siamo diretti?- -Da nessuna parte, Michail.- -In che senso?- -Dobbiamo prima cercare di capire i tuoi poteri, ed insegnarti ad amministrarli. Ricordi cosa succede se si usa la magia in modo sbagliato?- -Si muore.- -Esattamente.- Il viso di Auron era rimasto serio. Elayra cercava di abbozzare un sorriso. Voleva mettere il ragazzo a proprio agio, ma non sapeva come fare. Ancora una volta la sua mente non arrivava a comprendere. Si era vantata di poter capire uno spazio inarrivabile al cervello umano, quando proprio quest’ultimo, dedusse, è il più grande dei misteri. Anche dove si trovava era un mistero: per quanto i suoi poteri le permettevano di modificare qualsiasi cosa a piacimento, la natura del mondo rimaneva assolutamente oscura. Non aveva ricordi del suo passato di donna, nella dimensione dei vivi. Forse, come sostenevano, era solo molto più lontano. Si chiese perché affollasse la mente con tutte quelle domande inutili. Il sorriso che fece risultò fasullo, e Michail se ne accorse, guardandola. -Beh, sono pronto. Non so però a che cosa.- concluse Michail, alzandosi e avvicinandosi a loro. Elayra si sentì di nuovo piccola. Non poteva dare una risposta nemmeno a questo. Ignorava totalmente il da farsi. Dov’era il suo essere dea? In cosa consisteva il suo potere, se non poteva capire? Nascose questi ultimi pensieri. Guardò Auron, che se ne stava pensieroso. -È una sfida enorme.- sentenziò ancora senza alcun tono di voce. Ancora una pausa di silenzio. Poi l’uomo guardò fisso negli occhi di Michail. -Sei tu quello che deve darci delle risposte, Michail, ora che la tua mente conosce la magia che scorre dentro di te. Ti senti pronto a provare?- -Si.- rispose. I tre sparirono con un lampo. La sala del trono si dissolse nell’infinità del nulla. Rimaneva solamente un enorme vuoto scuro.
  6. Eccovi la breve introduzione alla seconda parte della storia -Dove sono?- Ricordo di aver pronunciato queste parole per prime. Aperti gli occhi non vedevo nulla sopra di me. L’azzurro del cielo dov’era? Non potevo credere fosse quel grigiore. Mi alzai in piedi. Aspettai di sentirmi baciare dalla brezza del vento. Niente. Aspettai di respirare la freschezza dell’aria, rimanendone ancora deluso. Intorno a me si stagliava una landa piatta e desolata. Non avevo mai visto nulla di simile. Non c’era policromia, tutto era grigio e scuro. Non c’era una luce, non c’era alcuno specchio d’acqua scintillante. Non potevo sentire alcun rumore. -Dove sono?- urlai con tutta la voce che mi era rimasta in corpo. Ebbi come l’impressione di non udire nemmeno quella. Volevo far sapere a tutti che ero lì, che ero solo, che non sopportavo quell’inquietante desolazione. -Ti sei smarrito.- disse una voce dolce, alle mie spalle, venuta dal nulla. I suoi piedi nudi sfiorarono dolcemente la sabbia. Il suo colorito era vivo e vivace, contrastando con tutto ciò che la circondava. Sorrideva avanzando verso di me. -Sono morto? Sono morto di nuovo, del tutto?- Non rispose a quella domanda. Continuò a guardarmi con quegli occhi che mi penetravano nel profondo. Ebbi come un sussulto, tremai e caddi in ginocchio a terra. Improvvisamente mi ricordai cosa fosse il dolore. -Ho fallito, Helen?- -Non ti ho detto questo.- rispose lei asciutta. Com’era bella. Non potevo evitare di pensarlo. Non potevo evitare quel fiume di ricordi che mi stava invadendo la mente, di nuovo. -Dove siamo?- chiesi quasi piangente. -Questo è il mondo che vedi, Michail. Questo è il tuo cuore. Io abito qui.- -Non posso averti lasciato un posto così squallido e lugubre.- -Eppure l’hai fatto. Hai lasciato che la tua paura spadroneggiasse. Io non sono così forte da contrastarla. Anzi, spesso ho come avuto la sensazione di averla solo aumentata. Rialzati Michail. Hai vinto, perché rimani in questa tenebra?- Avevo vinto davvero? Non ricordo nulla. Solo l’oscurità che mi velava gli occhi, poi una strana energia che mi veniva su dalle viscere. Ma nient’altro. Si, il dolce viso di Elayra a terra. Quello lo ricordo bene. Era a terra per proteggere me. Come Havioth, come Auron. -Questa tenebra…allora è casa mia.- -No, se tu non vuoi. -Io non so cosa voglio.- -Hai già dimenticato la promessa?- -No, ho dimenticato l’entusiasmo che mi spingeva a mantenerla.- Helen sparì, e in quel momento fui lasciato davvero solo. Avevo scacciato l’unica persona che ancora mi dava fiducia. Mi sembrò che l’oscurità si facesse più pesante ed opprimente. Non riuscivo a sostenere quel peso. Mi stava schiacciando. Tutto sparì. Le rocce, la sabbia. Rimase solo la loro ombra nera come la notte. Helen dove sei? Andavo cercando dappertutto un qualsiasi segno di lei. Avevo bisogno di vederla, di viverla. Ma attorno a me non c’era altro che buio. -Esci, Michail! E combatti!- Era la sua voce, dal nulla, da quel buio che l’aveva generata.
  7. Incurante della morte dei commenti pubblico il nuovo capitolo che chiude la prima parte del romanzo buona lettura CAPITOLO 18 -Non avrei mai pensato che sarei tornato qui. Né che lo avrei fatto dopo così poco tempo!- disse Andrev rivolto a Sklaera. Erano di nuovo davanti l’ingresso della caverna dalla quale erano scappati. Non si curavano di non fare rumore, istintivamente si sentivano quasi sicuri che non avrebbero avuto problemi, almeno all’ingresso. In realtà non sarebbe stato poi così assurdo un’imboscata già lì dove si trovavano. L’ingresso, un tunnel che scendeva in profondità nella roccia, era completamente buio all’interno. Inoltre la montagna offriva molti luoghi a loro nascosti, dove nemici potevano appostarsi senza essere visti. -Non ho comunque mai visto un’arma tanto strana.- disse Andrev rivolto a Merenwen. La ragazza lo fissò un po’ irritata. Nonostante l’appunto di Andrev non fosse una critica, un po’ se l’era presa. Sklaera notò il disappunto di Merenwen e cercò di pacificare. -Beh, è vero che non è un’arma molto comune, ma deve essere davvero letale…- Merenwen cercò di ignorare le critiche. Era parecchio sensibile agli appunti sulla sua spada. Lei stessa si rendeva conto di non usare una spada come le altre. Eppure era fiera di ciò, in quanto aveva progettato di persona la sua arma. Non era nemmeno stato facile entrare a far parte delle guardie personali del re. Proprio il suo essere figlia di Morvan aveva reso difficile la realizzazione del suo sogno: diventare una guerriera affermata nonostante il suo essere donna. Non poteva sopportare chi pensava che esistessero compiti esclusivi degli uomini e delle donne. Per smentire tutti aveva fortemente voluto far parte del corpo di guardie personali del re, allenandosi duramente anche più di molti altri soldati. E ci era riuscita. Tutti i paladini del sovrano erano ben consci delle abilità della ragazza. Merenwen carezzò la sua spada. Aveva progettato una lama circolare, che reggeva con entrambe le mani sul lato interno. L’idea le era venuta ripensando al cerchio di legno con cui aveva sempre giocato da bambina. Il cerchio era un attrezzo snello ed agile, e aveva pensato di portare alla sua arma tali pregi. Diminuendo lo spessore della lama rispetto ad una normale spada poteva maneggiarla molto agilmente, risultando ugualmente letale. Per evitare di ferirsi indossava degli speciali guanti metallici, ottenuti con una lega di oro ed argento, potenziati poi con un incantesimo. Ma comunque aveva dotato la spada di un’elsa metallica sul lato interno dove reggeva l’arma. La leggerezza dell’arma le permetteva di combattere reggendola con una sola mano, rendendo i colpi più rapidi, o con due mani, il che rendeva i fendenti, al contrario, più potenti. Ripensò a quanto allenamento aveva dovuto affrontare per padroneggiare la sua creazione con vera maestria. No, non poteva sopportare che il primo contadino venuto dalle campagne la criticasse. -Si vede che vieni dalla campagna.- rispose sprezzante. Andrev non replicò. Non era nella posizione di farlo. Nonostante avesse ricevuto una nuova spada con cui difendere se stesso e Sklaera, la loro incolumità prescindeva da Merenwen. Inoltre era pur sempre la figlia del re. Offenderla non sarebbe stata una mossa intelligente. Potevano offrire protezione a lui e Sklaera, se la missione avesse avuto buon esito. E affrontare gli Jraaks poteva rivelarsi più agevole. -Ripetetemi un’altra volta perché siamo qui…- piagnucolò Sklaera aggrappandosi al braccio del marito. -Sklaera…non saresti dovuta venire…- la rimproverò Andrev. Merenwen fece un’espressione di consenso verso le parole del ragazzo. Dopotutto Sklaera non aveva alcuna capacità combattiva, e sarebbe stata solo d’impiccio. La sua insistenza l’aveva molto infastidita. Sarebbe stata una perdita di tempo prezioso. Da una parte comprendeva la decisione di Andrev di farla partecipare, era comunque la moglie e non poteva lasciarla sola in un luogo pieno di sconosciuti. -Entriamo allora?- disse stizzita. -Ma siamo davvero sicuri che l’ingrediente possa trovarsi qui?- cercò di chiedere Sklaera. -Lucretya dice che questo strano fungo cresce negli ambienti umidi, cavernosi e in profondità. Questa è una caverna, ci sta…- -Queste sono le uniche grotte scavate su questa montagna. Non abbiamo il tempo di controllare l’intera catena Hijal per cercarne altre. Se il fungo non si trova qui, è davvero finita. E non m’interessa se questa grotta è piena di Turb. Se necessario li farò fuori tutti.- Aveva pronunciato queste parole alternando tristezza e rabbia. -Il fungo di cui sto parlando cresce solo in caverne profonde ed umide. È l’unico reagente vero di cui ho bisogno per preparare la cura.- disse Lucretya. -Quali caverne ci sono nei dintorni?- domandò Andrev rivolto a Vaosk. -Solo quelle da dove siete venuti. Non ne conosciamo altre nei monti Hijal. So che è duro, ma devo chiedervi di tornare lì.- -Bene, che aspettiamo a partire?- -Purtroppo verrà la sola Merenwen con te. Non possiamo lasciare il re indifeso, e abbiamo bisogno di tutte le guardie disponibili qui. Se gli Jraaks, o peggio Volneros, dovessero venire a sapere che Morvan si nasconde qui…non voglio nemmeno pensarci. No, è più prudente che vada tu. Non sembri completamente a digiuno di scherma, so che sei capace di difenderti con una buona arma. E comunque potrai contare su Merenwen. È una ragazza certo, ma ti assicuro che è molto più abile di tanti di noi. Non fallirete.- -Avrò bisogno di una spada.- Vaosk si diresse verso una pesante cassettiera di legno. Da uno dei cassetti estrasse una bella spada lunga lucente. -Questa andrà più che bene.- affermò. Andrev la prese in mano e provò a maneggiarla, rimanendone soddisfatto. -Bada bene.- iniziò Vaosk facendosi molto serio. Andrev smise di agitare la spada e lo guardò. -Merenwen è la figlia del re. Devi fidarti di lei e del suo giudizio, certo, ma devi impedire che sragioni. Farebbe qualsiasi cosa per salvare suo padre. È anche l’unica erede, e penso che tu capisca cosa vuol dire. La missione è molto rischiosa: avrei preferito mandare chiunque, ma ha una testa più dura della pietra. Ti prego, tienila d’occhio e cerca di evitare che faccia cose stupide.- -Lo farò.- Merenwen aveva appena finito di prepararsi per la partenza. Controllò che avesse preso tutto. -Io sono pronta.- concluse. -Bene. Non sono certo felice di rientrare lì dentro, ma se davvero non c’è alternativa…- -Sono pronta anche io!- Sklaera si posizionò di fianco al marito. -Non mi dirai che verrà anche lei?- Quest’ultima battuta Merenwen l’aveva pronunciata con tono duro. Andrev la guardò esitando. -Beh, io…- -Ci sarà d’impiccio! Non sa combattere, dovremo preoccuparci di proteggerla. Non se ne parla!- Andrev dovette constatare che Merenwen aveva purtroppo ragione. Era rischioso portare Sklaera con loro. Ma non poteva nemmeno lasciarla lì con tutti quegli sconosciuti. Vero che c’era Lucretya, ma sarebbe stata talmente occupata dalle cure da dare al re che non avrebbe avuto tempo da dedicare all’amica. -No, verrà con noi.- decise infine. -Sei pazzo se credi che la farò venire!- alzò la voce la ragazza. Sklaera strinse ancora più forte Andrev e si rannicchiò quasi dietro il marito. Andrev guardò Merenwen sforzandosi di fare uno sguardo supplichevole. La figlia del re osservò i due ragazzi irritata, ma alla fine fu costretta a cedere. -E sia, ma non la voglio tra i piedi!- concluse. -Puoi spiegarmi cosa sono i Turb?- chiese Andrev facendo un passo avanti verso l’ingresso della caverna. -Ma come, hai rischiato di essere ammazzato da loro e non sai cosa sono?- replicò piccata Merenwen. -Quelli sono i Turb? Non sono esseri umani come tutti noi?- -Lo sono e non lo sono. Sono “umani decaduti”, se mi passi l’espressione. Ma perché devo parlartene!? È così necessario?- -Beh sono curioso di conoscere da chi sarò ammazzato.- -Sono degli umani che non hanno accettato la monarchia, riducendosi a vivere come selvaggi in grotte, caverne, zone desertiche. Parliamo di molti millenni. Non sono uniti, anzi, si odiano aspramente tra i vari gruppi. Non sono molto pericolosi, sono piuttosto primitivi e molti di loro non conoscono la magia. Ogni cellula parla una propria lingua e quella che noi usiamo comunemente. Ah si, amano dipingersi il corpo con schifezze. Non credo ti serva sapere altro, anche perché ti ho detto tutto quello che so…- -Bene, è sufficiente. Entriamo.- -Frena, impiastro, dove vai? Pensi che possiamo entrare così, in pompa magna in modo che ci sente chiunque?- In effetti non sarebbe stata una mossa molto saggia. Merenwen chiuse gli occhi. Attorno a lei comparve una grande sfera scintillante e semitrasparente. -Venitemi vicino, forza. Questa sfera annulla il peso di tutti i corpi che entrano qui dentro. Possiamo camminare senza che sentano i nostri passi. È importante però che stiamo in silenzio, cercando di respirare il meno possibile.- I due ragazzi si meravigliarono molto delle capacità di Merenwen e della sua sfera. Passato il momento iniziale di stupore, obbedirono alla svelta ed entrarono anch’essi nell’area coperta dall’incantesimo. -Bene, da adesso in avanti se dovete parlare, fatelo a bassissima voce. Il mio udito è buono, vi sentirei ugualmente.- Detto questo si decisero ad entrare. Si addentrarono pochi passi, per poi fermarsi, così da permettere alla vista di abituarsi all’oscurità. Non potevano rischiare di fare passi falsi, ed essere così catturati. Quando si ritennero soddisfatti, proseguirono fino al fondo del tunnel che Andrev e Sklaera conoscevano molto bene. Erano appena giunti alla voragine. La carrucola che fungeva da ascensore non c’era, ma col meccanismo sarebbe stato facile scendere. Infatti le leve e le funi che sostenevano il macchinario si trovavano solo, come Andrev ricordava bene, nel punto più alto. Le mani gli ricordarono, con un lieve prurito, la fatica fatta per salire. Riflettendoci gli risultò difficile credere che non ci fossero altri modi per sollevare la piattaforma anche dai piani più bassi. Praticamente tutti i Turb erano costretti ad arrampicarsi ogni volta? Andrev fece per avvicinarsi al sistema di leve, ma qualcosa lo trattenne. Voltandosi scorse il volto di Merenwen che gli faceva cenni chiari con la testa: non voleva assolutamente che Andrev si avvicinasse alla piattaforma. Il ragazzo non intuì il motivo. La guerriera gesticolò con le mani, cercando di far capire qualcosa ai due sposi che guardavano senza comprendere. Alla fine Merenwen, con espressione del volto abbastanza seccata, e con grande stupore di tutti, si gettò nel vuoto. Andrev corse al bordo della voragine e rimase di stucco nel vedere che Merenwen stava cadendo dolcemente. Mentre cadeva continuava a gesticolare freneticamente, intimando e ordinando di buttarsi anche loro e di seguirla. Non fu facile, ma Andrev e Sklaera non avevano altra possibilità, ed eseguirono in maniera sollecita l’ordine. E tirarono entrambi un sospiro di sollievo nel constatare che fortunatamente stavano planando dolcemente anche loro. Toccarono il suolo dolcemente, senza fare il minimo rumore. Merenwen chiamò a se Andrev e gli sussurrò all’orecchio con un filo di voce: -Ricordati che siamo leggerissimi, come piume che cadono.- Senza rispondere Andrev annuì e capì: utilizzando il complesso sistema di funi avrebbero sicuramente richiamato l’attenzione di qualcuno. Erano scesi al primo livello, dove si trovava il tunnel che scendeva più in basso, fino a tornare in quelle che erano probabilmente le prigioni. Non sembravano esserci più tracce degli scontri avvenuti solo poche ore prima. Istintivamente Andrev tastò la sua cintura fino a trovare l’elsa della spada, e la strinse forte. Merenwen sembrava conoscere il luogo. Imboccò un tunnel che Andrev non aveva notato. La galleria era piccola e completamente buia. L’umidità era insopportabile, e contribuiva fortemente ad aumentare la già rilevante sensazione di claustrofobia. Sklaera cercò e strinse la mano di Andrev. Stavano scendendo in profondità, muovendosi senza alcuna fonte luminosa. Quando stavano iniziando a pensare che il tunnel non avesse più fine, finalmente videro l’uscita. Cercando di essere quanto più circospetti possibile si sporsero leggermente per osservare il nuovo ambiente in cui erano giunti. Il tunnel usciva su un grande atrio illuminato da torce e cavernoso. Il posto era molto affollato: i Turb, maschi e femmine, girando per il luogo nudi, com’erano consueti, sembravano svolgere una vita normale. Notarono bancarelle che vendevano pesce, verdure e frutta, altre che vendevano armi, a dire il vero piuttosto rudimentali. Videro anche dei grossi fori praticati nella roccia, riuscendo a scorgere, all’interno di alcuni, della mobilia. Probabilmente quelle erano case. Molti Turb giravano armati di spada, vagando qua e la senza meta. Nudi come tutti gli altri, erano contraddistinti da strani segni rossi sulla loro pelle. Andrev ricordò che anche i loro carcerieri, e tutte le guardie che aveva affrontato, avevano quei tatuaggi. Merenwen lo strattonò e lo trascinò indietro nel tunnel. -In fondo all’enorme atrio c’è un condotto che scende ancora e conduce ai loro orti. Il fungo deve trovarsi lì.- bisbigliò. -Orti? Qui sotto?- rispose il ragazzo sull’orecchio di lei. -Si. Prima di partire con i nostri poteri abbiamo “ispezionato” il posto. Non ti interessa sapere come. Lì in fondo c’è un giacimento d’acqua. Come riescano a coltivare non mi riguarda.- -E come attraversiamo l’atrio senza essere notati?- -Questo è un vero problema. Non ho nessuna capacità magica per passare inosservati.- -Un diversivo?- -Non attirerebbe mai tutti. Quante sono le guardie?- Andrev si affacciò di nuovo. -Almeno una ventina. Ma potrebbero arrivarne altre.- -Non credo abbiamo alternative dunque.- -Che hai in mente?- -L’unico piano possibile. Affrontarle tutte.- -Sei fuori Merenwen non sappiamo quante ne siano!- -Hai altre idee?- Andrev non sapeva assolutamente cosa ribattere. Era stato mandato per evitare che Merenwen commettesse pazzie, ed ora era invece costretto ad assecondarla. La qual cosa lo irritò non poco. -Io combatto, voi prenderete il fungo. Ricordate vero qual è?- -Si, lo so io. Non voglio essere un peso per la missione.- s’intromise Sklaera. -Non fare comunque niente di stupido.- sentenziò Merenwen. Dopo averlo detto, gettò un grido acutissimo e si lanciò velocemente nell’atrio. Prese in mano la sua stranissima arma e iniziò ad agitarla forsennatamente. Subito le guardie e l’attenzione generale si focalizzò su quella minaccia. Tutti i popolani, correndo, rientrarono impauriti nelle buche che poi erano le loro dimore. Tutti gli armati estrassero la propria spada corta e si prepararono a fronteggiare Merenwen. Lei avanzò fino al centro della stanza e poi strinse l’elsa circolare della sua spada con entrambe le mani, ovviamente poste ad altezza diversa. Sklaera ed Andrev non poterono vedere il sorriso beffardo che le si stampò in viso. Andrev colse il momento propizio. Prese Sklaera per mano e iniziò ad avanzare schiacciandosi alle pareti dell’antro roccioso, in modo da dare nell’occhio il meno possibile. Merenwen agitò la sua spada, e in una spettacolare piroetta segò di netto tre guardie. Reggendo poi la spada con una sola mano la ruotò contro una quarta, una quinta ed una sesta, muovendosi esattamente come fosse una danzatrice. Andrev doveva comunque proseguire, anche se incantato dalle prodezze della giovane e finalmente convinto delle sue doti. Finalmente scorse il fondo dell’atrio con gli occhi, notando una porta metallica in posizione piuttosto centrale. Quando il ragazzo aveva raggiunto l’obbiettivo ormai non rimaneva alcuna guardia viva. Il sangue stillava copiosamente da quei corpi mutilati, sui cui volti erano stampate terribili espressioni di dolore e angoscia. -Più facile del previsto.- disse Merenwen ad alta voce, con tono un po’ superbo. Estrasse un piccolo panno di lino dalla cintura e prese a rimuovere il sangue dalla lama della sua arma, rimanendo in piedi dove si trovava. La porta in fondo all’enorme antro si spalancò di botto. Altre tre guardie stavano correndo verso la ragazza, ancora intenta a pulire l’arma. Quando si accorse della cosa, con una grande naturalezza riprese l’arma in mano e si rimise in posizione di guardia, aspettando con aria di sufficienza i suoi nuovi avversari. Andrev si chiese se l’avessero notato. Di sicuro avevano lasciato la porta aperta, e ancora più sicuramente non erano invisibili a nessuno. Forse non si curavano di loro, reputandoli una minaccia nulla rispetto a Merenwen, occupandosene poi dopo aver battuto la ragazza. Ma la porta era aperta. Andrev strinse la mano di Sklaera ed accelerò il passo. Sklaera colse lo sguardo di Merenwen che li incitava a proseguire e rapidamente, e lei stessa richiamò l’attenzione del marito che si era fermato ad osservare lo scontro. Riportato sulla terra, Andrev fece un cenno d’intesa alla moglie, ed accelerò ancora. In pochi istanti raggiunse la porta metallica, che dava sull’ennesima rampa di scale verso il basso. La roccia che si parò loro davanti era davvero particolare. Brillava, illuminata dalla luce delle torce appese alle pareti, di una bellissima luce celeste. Entrambi i ragazzi non avevano mai visto nulla di simile, e fu inevitabile fermarsi un istante a contemplare quello spettacolo. Notarono la parete formata da questo particolare materiale, che notarono essere anche trasparente, come vetro. Non era quindi roccia vera e propria. Ma non riuscivano a spiegarsi il motivo del riflesso celeste. Tuttavia ricordarono lo scopo della loro missione, ed iniziarono la discesa, molto tortuosa. Merenwen si era già sbarazzata anche dei nuovi nemici, che giacevano a terra, privi di vita, in una pozza di sangue. Sbuffò, riponendo l’arma al suo posto. La missione stava andando troppo bene, troppo facilmente. Una ruga di preoccupazione le comparve sulla fronte. Nonostante l’ormai prossimo successo non riusciva a togliersi dalla testa una brutta sensazione che aveva iniziato a balenarle nel cervello. Non riusciva nemmeno ad identificarla bene: erano troppe le variabili che potevano variare, e si arrabbiò con se stessa per non essere in grado di poterle controllare tutte. Si slanciò in avanti, principiando una corsa, per raggiungere Sklaera ed Andrev. Un colpo improvviso da dietro la scaraventò nella polvere. Emise un gemito cadendo, assorbì l’impatto in silenzio. Non andava più tutto così bene. Un improvviso pessimismo la invase, temette. La missione era compromessa? Rischiava di non riuscire a salvare il padre? Sarebbe stata derisa e disprezzata per il suo fallimento, lei che aveva messo in gioco la sua vita per essere rispettata ed accettata. Tutte queste domande le balenavano in testa. Si rialzò piuttosto goffamente e lentamente. Alzatasi in piedi prese in mano la sua arma, per poi voltarsi e guardare in volto il suo avversario. Non sembrava avere niente di diverso dalle altre guardie Turb che aveva affrontato. Notò subito con una certa sorpresa che non era armato. Indossava solamente due guanti scuri alle mani, probabilmente di metallo. Per il resto era nudo come tutti gli altri. Fu scossa dallo sguardo di ghiaccio di quegli occhi chiari che la penetravano. Ebbe paura, le sue mani tremarono leggermente nel reggere la sua arma. Rimase al suo posto, come in attesa. Il colpo che aveva ricevuto era stato piuttosto violento. Il punto le dolse. Istintivamente stava per portarci la mano, ma poi si impose di non staccarla dalla spada. Non poteva rischiare di rimanere senza difese. Provò a studiare l’avversario. Evidentemente combatteva a mani nude, tirando calci e pugni. Notò che anche le caviglie erano coperte da due piastre scure come quelle delle mani. Con uno scatto impressionante, slanciandosi in avanti, raggiunse la ragazza che fortunatamente riuscì a parare l’impressionante pugno con la lama della spada. Il rimbombo del colpo fu terribile. Nel viso del Turb si poteva notare grande cattiveria e grandissima determinazione. Di sicuro era molto più pericoloso di tutti gli altri. Dopo aver sferrato il pugno, ancora piantato contro la lama della spada, si staccò con un movimento improvviso e tirò due calci, con entrambe le gambe. Merenwen schivò il primo e parò il secondo. La ragazza si decise a reagire. Staccò una mano dall’elsa e fece roteare vorticosamente la lama, colpendo punti diversi del corpo dell’avversario con grande velocità. Tuttavia i colpi, pur essendo molto rapidi, non erano potenti, e avevano ferito solo leggermente la pelle scura del Turb, che ora era solcata da graffi qua e la. Un ghigno malefico si stampò sulla faccia dell’uomo. Il suo corpo s’illuminò di un bagliore chiaro. -Magia!- gridò stupita Merenwen, e cercò di concentrarsi per poterlo contrastare. Il Turb saltò in avanti, riuscendo a raggiungere una buona altezza, e preparò il pugno con cui cercò di colpire la testa della sua avversaria. Il colpo venne schivato all’ultimo istante, ma la sua potenza era tale che perforò il terreno, lasciando una serie di crepe. Nel tentativo di schivare la ragazza era ora a terra, priva di difese, contrariamente al suo avversario che era in piedi e pronto a sferrare un nuovo attacco. Andrev aveva avvertito chiaramente i rumori della lotta. Si era fermato sulla scala che stava scendendo, guardandosi indietro timoroso. -Dobbiamo tornare indietro?- domandò quasi a se stesso. -Credo se la possa cavare, è molto forte.- -Lo è, ma ho un brutto presentimento Sklaera.- -Dobbiamo concentrarci. Prendiamo velocemente il fungo e poi torneremo di corsa ad aiutarla. Anche se, credimi, possiamo fare davvero poco per aiutare una guerriera del suo livello.- Sua moglie aveva ragione, com’era spesso accaduto. Sorrise e riprese a correre giù per le scale, con Sklaera al seguito, che ancora teneva per mano. Merenwen ricevette un brutto pugno allo zigomo destro, per poi subire un potentissimo calcio al ventre, che purtroppo l’armatura non attutì del tutto. Si piegò in avanti boccheggiando, l’arma gli cadde dalle mani. “Devo farmi forza, devo resistere!” pensò cercando di farsi coraggio. Il Turb prese l’arma della ragazza raccogliendola da terra. Provò a rotearla, ma, non avendola mai adoperata, gli sfuggì dalle mani, cadendo vicino la ragazza, che prontamente la raccolse. Merenwen fece un respiro profondo. Brillò anch’essa di un’aura chiara. Sfiorò con la mano la lama della spada, che prese a brillare anch’essa. Poi urlando a gran voce assalì il suo avversario. Il primo colpo finì sulla piastra di metallo che il Turb aveva sulla mano sinistra. Un colpo potente e ben piazzato che frantumò il guanto. Roteando gli inflisse un potente calcio all’addome, per poi mozzargli con un urlo assordante la testa nel momento in cui s’era piegato in due dal dolore. Vide la testa rotolare in terra, tra la polvere, completamente insanguinata. Il corpo agitarsi nel vuoto cadere pesantemente a terra. Aveva vinto, ancora. Le gambe le cedettero. Crollò a terra, respirando affannosamente. Aveva vinto. Finalmente giunsero alla fine della discesa. Si apriva davanti a loro un antro gemello a quello che avevano lasciato sopra, ma molto più particolare. Le pareti erano formate dallo stesso cristallo azzurro, e riflettevano dei piccoli orticelli coltivati a verdure. Non sembrava esserci anima viva. -Non ci sono altre porte, e, a giudicare da quanto siamo scesi, dovremmo essere nel punto più basso di queste gallerie.- osservò Sklaera. Andrev si guardò intorno. -Non mi piace. Possibile che non ci sia nessuno in giro?- Sklaera rifletté alcuni istanti. -In effetti è strano. Che sia una trappola?- -Difficile da credere. Come facevano a sapere che saremmo scesi qui sotto? Come fanno a sapere cosa cerchiamo? Vedi quel fungo in giro?- Sklaera socchiuse leggermente gli occhi aguzzando la vista. In mezzo a tutto quel celeste non sarebbe stato difficile individuare un fungo completamente rosso. Tuttavia non riuscì a scorgere nulla del genere. -Non vedo niente…- si lamentò. -Dobbiamo guardare in giro, sperare che non ci sia nessuno e sperare che quel maledetto fungo sia davvero qui.- concluse Andrev. Presero poi ad avanzare cautamente. Avvertivano chiaramente il rumore dei loro passi sul terreno ghiaioso. Il silenzio era tombale ed angosciante. Proseguivano addossati alle pareti, passo dopo passo. Percorsero la metà dell’antro senza trovare niente, scoraggiandosi. -Trovato!- annunciò ad un certo punto Sklaera, cogliendo da terra qualcosa. Andrev sorrise di gioia nel vedere che stringeva tra le mani proprio un fungo rosso. Ce l’avevano fatta! La ragazza l’aveva strappato da un piccolo ciuffo d’erba che lo nascondeva parzialmente. Ciuffo che cresceva intorno la fossa di un palo di una staccionata. Andrev notò come queste sembrassero separare tutto lo spazio in aree geometriche. Ma non avevano tempo per questo. Non in quel momento. Nonostante la singolarità e la curiosità della cosa, non potevano fermarsi, dare un’occhiata divertita e commentare, come erano sempre stati soliti fare di fronte a tutte le singolarità del mondo. Ricordarono per un piccolo, ma interminabile istante Michail, ancora una volta. La tristezza strinse forte i loro cuori. Tornarono indietro correndo velocemente per paura di essere scoperti o comunque attaccati. Sklaera, camminando velocemente, ebbe cura di riporre il fungo in un panno, per poi nasconderselo in petto. Raggiunsero in pochi passi la scala. -Tutto troppo semplice. Non mi piace.- immaginò Andrev iniziando la salita. E, nonostante non rispose niente, Sklaera non poteva che essere d’accordo col proprio marito. Non voleva che l’angoscia le riprendesse il cuore. Non poteva filare tutto liscio? Qualcosa doveva andare storto per forza? Perché avrebbe dovuto? In quel momento desiderò fortemente la capacità di prevedere il futuro. Voleva liberarsi da quell’ansia opprimente che la tormentava, che traspirava da ogni particella nascosta nell’aria. Voleva liberarsi del peso della sofferenza che si portava dietro. Si rese poi conto che voleva dimenticarsi anche di Michail. Finalmente videro la fine della lunga serie di scale. Attraversarono a perdifiato la porta metallica. -Merenwen ci siamo l’abbiamo preso!- gridarono con gioia, prima di vedere che Merenwen giaceva a terra in una pozza di sangue. Accorsero immediatamente in soccorso della ragazza. Tirarono un sospiro di sollievo vedendo che non sembrava ferita in alcuna parte del corpo. Doveva essere semplicemente svenuta. Andrev cercò di sollevarla ma era troppo pesante per lui a causa dell’armatura. Cercò quindi di darle qualche colpetto nella speranza di farla rinvenire. Fortunatamente dopo qualche tentativo aprì timidamente gli occhi. Occhi però spenti. -Dove…dove sono?- disse con un filo di voce portando un braccio alla fronte. Vedendo Sklaera ed Andrev ebbe come un sussulto. Respinse tutti gli aiuti esterni e faticosamente si alzò in piedi. Raccolse pigramente la spada da terra e la ripose. -Andiamo.- disse avviandosi verso l’uscita, senza proferire altra parola. I tre ragazzi furono davvero contenti di poter respirare di nuovo l’aria fresca del mondo all’aperto. Si erano lasciati alle spalle quegli antri cavernosi, quel tanfo di umidità chiusa che speravano di non dover annusare mai più. Addio Turb. Assaporavano già la guarigione del re, frutto del successo della loro missione. S’incamminarono sulla via del ritorno. Nessuno di loro si chiese quanto tempo fosse passato. Non importava, era tutto finito. Ruggiti. Grida e lamenti, distruzione, esplosione. Il gruppo di ragazzi arrestò il proprio cammino, come fossero pietrificati. Merenwen sentì gelare il sangue nelle vene e avvertì distintamente il tremore delle proprie gambe. Erano ruggiti. Inconfondibili, li conosceva troppo bene. Non voleva crederci. Frugò disperatamente nella sua mente alla ricerca di altre soluzioni possibili o di almeno una che fosse tanto credibile da mettere a tacere i battiti del cuore che stavano velocemente accelerando. Poi senza rendersene conto iniziò a correre, velocemente come una pazza. Non avvertì il grido di Andrev e Sklaera, che partirono poi a loro volta. Correndo veloce come il vento cercò tastoni la spada, la sfiorò, quasi carezzandola; come un conforto la strinse forte prendendola in mano, preparandosi a ruotarla contro nemici terribili. Pianse. Mentre correva versò lacrime amare. Arrivarono in vista del rifugio del re. Nessuno dei tre disse una parola. Andrev e Sklaera si scambiarono solo una lieve occhiata. Il ragazzo strinse forte l’elsa della spada, per poi sguainarla timorosamente. Gli spettri del passato erano tornati a reclamare ciò che non riuscirono a strappare via un anno prima. Decine di Jraaks avevano circondato il piccolo rifugio. Molti paladini del re giacevano morti, accatastati da parte ancora grondanti sangue. Andrev dovette distogliere lo sguardo dalla terribile espressione del viso di Vaosk, contratto in una smorfia di dolore, rabbia e terrore, un cranio come gli altri, nel mucchio, i capelli sporchi di polvere. -Volneros!- gridò e pianse Merenwen. Il terribile mago stava ritto poco distante la porta della piccola costruzione. Due Jraaks tenevano Morvan ben stretto alle braccia. Il re era cosciente. Volneros si girò verso i nuovi venuti, senza mostrare particolare sorpresa. -Mi chiedevo dove fossi.- disse asciutto, continuando a mantenersi distaccato. -Merenwen.- gracchiò Morvan sollevando la testa. Si poteva vedere la vita che lo stava abbandonando. Gli Jraaks non fecero alcuna mossa. Guardavano ora i nuovi venuti, ora Volneros, aspettando ordini, anche mostrando una certa impazienza. -Di certo vorrai ringraziare chi ci ha gentilmente condotti qui…- continuò Volneros presentando un paladino del re ancora vivo che se ne stava tranquillo, in disparte a fissare la scena. Sentendosi chiamato in causa, Endurin fece un lieve passo in avanti, un cenno di saluto, per poi tornarsene allegramente al suo posto. La rabbia di Merenwen esplose. Fu Andrev a fermarla. -Non fare pazzie! Sono troppi e troppo potenti! Ti prego ragiona!- supplicò cercando di bloccarla. La povera ragazza cadde in ginocchio scoppiando in un pianto amaro. Recava ancora in mano la fida spada, che stava lavando con le sue lacrime. Il suo corpo brillò ancora di giallo. Si alzò in piedi singhiozzando e sforzandosi di fermare il tremore che le traviava l’estremità delle braccia e delle gambe. Avrebbe combattuto, non aveva alcun dubbio su questo. Fino alla morte. Ormai la sua vita non contava più. Tutto era perduto, tutto. Non voleva ripensare a tutti gli sforzi compiuti invano. Stava per slanciarsi. -Figlia mia.- disse Morvan alzando la testa con un sorriso. La ragazza si bloccò. -Le nostre strade si dividono qui.- proseguì. -Vediamo che perla ci donerà il nostro re!- sbeffeggiò Volneros. Gli Jraaks ruggirono come se stessero ridendo. -Volevo solo dirti che sono sempre stato orgoglioso di avere te come figlia.- Ci fu un piccolo momento di pausa. -E che sono il padre più felice del mondo.- Il respiro del re si faceva mano a mano molto più affannoso. -Voglio che tu faccia la cosa giusta, Merenwen. Non gettare la tua vita al vento.- Merenwen lasciò cadere la spada e si coprì la bocca con le mani. -Hai ancora tante cose da fare. Buoni ragazzi, non ho dimenticato la promessa. Il mio debito con voi è finito. Prendetevi cura della mia piccola Merenwen.- Detto questo il corpo del re iniziò a splendere di una luce chiara e folgorante. Merenwen capì. Per un istante si domandò quale fosse la cosa giusta da fare. Non riusciva a fermare le lacrime. La luce continuava ad aumentare d’intensità. Raccolse la spada e, volgendosi indietro, afferrò le mani di Sklaera ed Andrev. Prese a correre. Gettò un ultimo sguardo indietro. La luce aveva avvolto il corpo di Morvan totalmente. Vide lo sgomento e l’angoscia di Volneros incapace di agire. Quello sarebbe stato il suo addio. Andrev non capiva, ma si lasciava trascinare. Saltarono, iniziando a rotolare lungo il pendio, in quel punto abbastanza dolce, del monte. Ci fu un’enorme esplosione. Il fragoroso boato assordò i loro timpani. La montagna tremò, scossa fin dalle fondamenta. Si sollevò una gigantesca nuvola di polvere. Un fortissimo vento li raggiunse. Così trapassò Morvan, re degli uomini. Arrivò il nuovo tramonto.Il nuovo raggio di sole che avrebbe salutato l’ingresso della nuova notte. La prima stella della sera prese a brillare nella volta celeste. Spirava una brezza leggera. L’orizzonte si perdeva nell’infinito. Nessuno parlava. Andrev gettò uno sguardo verso Merenwen, in disparte. Seduta mirava il sole andarsene per l’ennesima volta. E scese la notte, la nuova notte, illuminata dalle stelle del cielo.
  8. CAPITOLO 17 -Dannazione!- urlò Auron rabbiosamente, slanciandosi verso Michail a terra. Elayra chiuse per un istante gli occhi, distogliendo lo sguardo. Havioth rimase fermo ed immobile. -Cosa credevate di fare?- disse una voce sprezzante. Auron strinse Michail, cercando di scuoterlo. -Michail! Michail!- gridò. Il ragazzo non dava segni di vita. Perdeva sangue. -Elayra! Aiutami!- continuò a gridare Auron. La dea ebbe un attimo di esitazione. -Ah, credete che vi lasci fare? Mi avete attaccato, ora ne subirete le conseguenze!- continuò la voce. Havioth si mise in posizione di guardia. -Va’, Elayra, lo trattengo io! Qualcosa sono ancora in grado di farla.- Dicendo questo il suo corpo iniziò a brillare di una luce giallo molto chiaro. Elayra annuì e si precipitò in direzione di Michail. -Eh no!- Elvyn alzò il braccio destro. La terra tremò. Elayra fu costretta a fermarsi per non perdere l’equilibrio. -Io sono invincibile!- annunciò. Il corpo atletico sembrò dissolversi in una nube nera. -È incorporeo! Come ci riesce? Non sapevo che i non morti fossero capaci di cose simili!- disse tra i denti Havioth. Il saggio analizzò la situazione. Comprese che da solo non poteva fare nulla da solo. -Auron, lascia Michail ad Elayra, dobbiamo combattere insieme o ci sopraffarà!- Auron capì che purtroppo Havioth aveva ragione. Sollevò Michail di peso e con un rapidissimo scatto lo depose a piedi di Elayra. Poi prese in mano il possente spadone che teneva dietro la schiena, ponendosi in posizione di guardia. Anche il suo corpo iniziò a brillare di una luce chiara. Havioth socchiuse gli occhi e si concentrò con tutte le energie di cui disponeva. Nelle sue mani comparve una lama luminosa. La strinse forte con la mano e si riposizionò di guardia. Elayra si chinò sul corpo di Michail. Continuava a perdere pesantemente sangue. Forse aveva anche smesso di respirare. -Michail!- chiamò la dea posandogli le mani sul petto. Havioth ed Auron si slanciarono da direzioni opposte verso Elvyn. Entrambi però mancarono il bersaglio, in quanto era davvero incorporeo. Elvyn rise, prima di diventare completamente invisibile. -Dov’è?- chiese concitato Auron. Non fece in tempo a guardarsi intorno che subì un forte colpo all’addome, che lo scaraventò via. Cadde e strisciò violentemente a terra. Havioth alzò ancora di più la guardia. Si sentiva troppo teso. Doveva concentrarsi per percepire lo spostamento d’aria, in modo da capire la direzione dell’attacco. Chiuse gli occhi, concludendo che la vista distoglieva la sua concentrazione. Tuttavia, nonostante tutto, non riuscì a percepire nulla. Arrivò un forte colpo all’addome anche per lui, e volò via allo stesso modo. Elayra, continuando nel tentativo di rianimare Michail, lanciò un gridolino vedendo Auron ed Havioth essere scaraventati lì a quel modo. Elvyn ricomparve dietro di lei. -Bene, bene. Elayra, quanto tempo!- La dea non aveva il coraggio di guardarsi indietro. Non voleva vedere quella mostruosità con le sembianze di un essere umano. Le carni cadenti, la pelle di un colore tendente quasi al violastro, le profonde rughe che solcavano il viso di quell’essere. -Sei spaventata?- Elayra avvertì la presenza di quel mostro più vicina. Guardò prima Auron poi Havioth, che si stavano rialzando molto doloranti. Non sarebbero mai riusciti ad arrivare in tempo, avrebbe dovuto difendersi da sola. Concentrò tutte le sue energie e si preparò ad affrontare il combattimento. Dove sono? Chi sono? Ricordo. Si, tutto inutile. Sento ancora il sudore colare dalla mia fronte, la contrazione dei muscoli, tutta la fatica che ho fatto. Si, sono proprio un grande eroe. All’inizio non riuscivo nemmeno a tenere in mano una spada, anche se poi è andata meglio. È stata una pazzia farmi combattere. Non ero pronto. Dove sono ora? Non ricordo. Mi sembra di esser stato ferito. Mi sento sempre più debole, le forze abbandonarmi. Auron, perché? Havioth, la goccia. Io. Io non sono nulla. Non sono cosciente. Se lo fossi starei piangendo come un bimbo. Oltre a non riuscire in niente di ciò che faccio, sono molto bravo a piangermi addosso. Eppure, una volta appreso come tirare di spada, come muovermi in battaglia, sotto la severa guida di Auron, m’ero sentito così forte. La realtà, se questa è davvero la realtà, mi ha ricondotto coi piedi per terra. Salto di più, sono veloce, so tirare di spada. Ma nessuna di queste abilità è bastata contro quel mostro. Michail riuscì ad aprire leggermente gli occhi. Elayra giaceva a terra, sporca di sangue e polvere. Elvyn, gobbo e cadente come lo ricordava, era a pochi passi da lei e la guardava. Cercò con gli occhi Havioth ed Auron, ma non riuscì a vederli. Finalmente li vide, debolissimi, respirare a fatica nel tentativo di avvicinare Elvyn. Il loro sguardo era terrorizzato, impotente. Avevano commesso un grave errore. -Tieni la spada come se fosse una penna. La tua postura è troppo morbida, devi essere più rigido, altrimenti non feriresti nemmeno una donna!- Eppure gli sembrava di reggerla bene la spada. -Troppo lento!- -Troppo prevedibile!- -Combatti come una femminuccia!- In più occasioni mi sono chiesto se ne valesse realmente la pena. Mai una parola d’apprezzamento. Mai. Nonostante i miei enormi sforzi, i miei anche enormi progressi, e il poco tempo, tutto sommato, che ho impiegato. Elayra. Sempre e solo lei ad applaudirmi, incoraggiarmi, consolarmi. E Havioth, lo stesso, ma in maniera troppo, davvero troppo, slegata dalla realtà. Ma io in realtà cosa sono, e cosa sono diventato? Sento la vita andarsene dalle mie membra, di nuovo. È così freddo il mondo attorno a me, proprio come quella volta. I miei occhi non vedono, le mie orecchie non sentono. Ho il solo controllo della mia mente. Non posso continuare a mentire a me stesso. Sono stato sconfitto dalla vita, in passato. E ora anche la morte si è presa la sua rivincita. Proprio quando l’avevo evitata, sbeffeggiandola, è tornata a riprendersi ciò che era sempre stato suo. Non voleva né poteva lasciarmi fuggire. Sono stato uno sciocco, un grande sciocco, a credere di poter fare qualcosa per migliorare questo mondo. Cosa sono io di fronte all’immensità del bene e alla più vasta immensità del male? Il solo desiderio di voler cambiare le cose è da stupidi. Una goccia non può cambiare il flusso dell’Oceano. Può venirne solo schiacciata. Nel mio cuore c’è un’enorme voragine che non può essere colmata, e che ogni avvenimento della mia vita, e anche della mia non vita, o non morte, ha contribuito ad aumentare. E così l’eroe che doveva fare mirabolanti prodigi e salvare il mondo, se ne va in silenzio. Dopotutto cosa mi aspettavo? Sono un totale fallimento. Ho sempre cercato di nasconderlo. Ho sempre evitato di ammetterlo, lamentandomi della vita, e del suo essere ingiusta con me. Sono io a non valere questa vita. Ed allora è giusto che me ne vada in silenzio. -E tu saresti una dea?- continuò sbeffeggiante Elvyn. Il mostro sferrò un potente calcio al costato di Elayra. La sua graziosa figura strisciò pesantemente sul terreno roccioso. I sassi appuntiti aprirono qualche piccola ferita lungo tutto il corpo, graffiandole la pelle. -Cosa volete eh? Le mie armi? La mia armatura? La mia vita?- Dicendo questo prese la sua bella spada lunga. L’elsa nera risplendeva di un chiarore sinistro. Elvyn fissò per un istante la gemma rossa incastonata nell’elsa nera. Sorrise compiaciuto. Saggiò il filo della lama con la punta delle dita. Vibrò un colpo in aria, incurante di tutto il resto, come per riabituarsi a qualcosa che non si fa da molto tempo. Puntò poi la lama contro Elayra. -La mia vecchia lama. Non la uso da molto tempo. La sua sete di sangue deve essere placata.- Auron ed Havioth si prepararono al peggio. Erano entrambi doloranti a terra, pesantemente feriti e senza più energie per combattere. Non volevano assistere al loro fallimento. Avevano sottovalutato i poteri di Elvyn, e stavano pagando. Elayra sarebbe stata la prima. Con l’ultimo barlume di forze la ragazza pose lo sguardo su Michail. Quasi per miracolo anche il ragazzo aprì gli occhi, forse per l’ultima volta. I loro sguardi s’incrociarono. L’ultimo barlume delle mie forze. Elayra. La morte si sta prendendo anche te. -Auron, è finita.- disse Havioth, con tono di resa. Auron non replicò. Rimase a terra, immobile, la mente vuota. Helen. -Michail, non stai mantenendo la promessa.- Helen, io sono un fallimento. -Lo sei. Se muori qui, ora, lo sarai davvero. Non ho altro da dirti. La promessa, Michail. Non dimenticarla mai. Mai.- Energia. La terra tremò e ci fu un forte rombo. Si sollevò una fitta nube di polvere che riempì l’aria, oscurando quasi la luce e limitando fortemente la visibilità. Elvyn si coprì il volto con la mano libera dalla spada, socchiudendo i piccolo occhietti neri privi di iride. Havioth fu costretto a socchiudere gli occhi, anche se non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Auron sollevò debolmente la testa. La fronte, ferita, perdeva sangue. Elayra non si mosse. La nube di polvere la investì senza che facesse una piega. Le ferite sanguinavano lente ed inesorabili. Anche il corpo di una dea perdeva sangue. Una fortissima folata di vento spazzò via la nube di polvere, rendendo di nuovo la visuale ottimale. Il soffio impetuoso risuonò nel piccolo ambiente sassoso e cavernoso. La luce delle torce, lieve, per un attimo fu sul punto di spegnersi. L’aria era carica di elettricità. Elvyn non aveva inizialmente notato che il giovane Michail si era rialzato. Il suo corpo era circondato da una strana aura nera, che mandava una terribile energia. Tutti i suoi tratti fisiognomici si erano scuriti, dagli occhi, al colore dei capelli, alle vesti, diventate anch’esse nere come la pece. Solo la carnagione era la stessa pelle chiara di sempre. -Tu eri gravemente ferito!- urlò Elvyn stupito. Le ferite di Michail si erano completamente rimarginate. -Io conosco quell’aura!- continuò Elvyn perplesso. -L’ombra.- balbettò dolorosamente Havioth. Auron fissava la scena attonito. Era la prima volta che vedeva manifestarsi i poteri della magia dell’ombra. Era curioso di vederne le potenzialità. E in cuor suo sperava che fossero sufficienti contro quel mostro, anche se si rese conto di essere molto diffidente. Vide Elayra a terra. Non gli restava che sperare. -Magia dell’Ombra o no, non riuscirai a sconfiggermi. Finirai come poco fa, disteso nella polvere!- Detto questo Elvyn si scagliò furiosamente contro Michail, puntandolo con la punta della spada, che brillò di nero. Il ragazzo, senza scomporsi, sollevò il braccio destro, aprendo nel mentre il palmo della mano. Una macchia nera comparve dal nulla sospesa a mezz’aria, e prese la forma di uno scudo piccolo e rotondo. La spada di Elvyn batté violentemente, ma non riuscì, si può dire, nemmeno a scalfire quello stranissimo incantesimo. Il mostro indietreggiò di qualche passo e concentrò tutte le sue forze nel braccio che reggeva la spada. A sua volta l’arma brillò come non aveva probabilmente mai fatto. Mai oscurità fu più luminosa. Il colpo fu davvero tremendo. L’impatto generò una folata di vento che sollevò di nuovo un’enorme nube di polvere, battendo violentemente col terreno. Ma nemmeno questa volta l’incantesimo venne scalfito. Elvyn notò che sul volto di Michail era comparso un ghigno. L’espressione mutò, diventando cattiva. Capì che il ragazzo non aveva alcun controllo delle proprie azioni, come preso e dominato da una rabbia cieca. Michail abbassò il braccio. Lo scudo a mezz’aria scomparve. Prendendo Elvyn in contropiede si avvicinò ad una velocità spaventosa e gli assestò un potente pugno all’addome, che lo fece volare via per molti metri strisciando a terra. Lasciò il braccio teso, senza mettere in riposo i muscoli, guardando fisso verso l’avversario con occhi di ghiaccio. Questi non impiegò molto tempo a rialzarsi. E lo fece ridendo, con l’espressione di un maniaco. Inarcò le sopracciglia e scoppiò a ridere. Per poi sparire nel nulla. Ricomparve dietro Michail. Che però fu lesto a girarsi e a parare il fendente che Elvyn gli mosse contro. Lo parò col braccio destro, che non sembrò avvertire il colpo. Il ragazzo fece un piccolo salto all’indietro, poi con un movimento quasi rotatorio del braccio provocò un flusso d’aria. La spada di Auron si sollevò da terra e finì nella sua mano destra, come attratta da una calamita. In maniera fulminea Michail tagliò in due il corpo di Elvyn usando con grande maestria la spada di Auron. Ma quel mostro riuscì a ricomporsi, come se fosse una cosa naturale. Lo squarcio si ricucì e il corpo tornò come se non gli fosse accaduto nulla. Tuttavia si percepì, leggerissimo, il respiro di Elvyn che s’era fatto un po’ affannato. Nonostante tutto Michail non sembrò scomporsi. Lanciò via la spada, che tornò nei pressi del legittimo proprietario. L’aura nera che lo avvolse sembrò per un istante aumentare d’intensità. E ci fu un’esplosione. Il corpo di Elvyn finì in mille pezzi. Senza scomporsi Michail si avvicinò ad Elayra. -Tu, umano!- gridò Elvyn, ricompostosi, con voce demoniaca. Il ragazzo si girò, raggelando ancora di più lo sguardo. -Ci rivedremo!- concluse, sparendo come le stelle dietro una coltre di nubi. Passò qualche istante di assoluta fissità. Nessuno fiatò, o si mosse. L’aura attorno a Michail scomparve lentamente. Il ragazzo crollò a terra di fianco ad Elayra. Non aveva più ferite e sembrava respirare regolarmente. Probabilmente era solo svenuto. -Auron.- disse Havioth. Auron si voltò verso il saggio. -Credo d’aver visto, per la prima volta nella mia vita, un miracolo.-
  9. CAPITOLO 16 -Signore, Glory è tornata.- L’ambiente era buio, illuminato dalla fioca luce di poche candele poste agli angoli. Il re Morvan era sdraiato sul suo letto. Respirava a fatica. Provò a issarsi seduto, ma, privo di forze, fu costretto a cedere. Maledisse con tutto il disprezzo di cui era capace la sua situazione. Voleva quasi piangere, ma riuscì a contenersi. Non sapeva se i suoi uomini stavano assistendo al triste spettacolo e non voleva dare una cattiva immagine. Anche se malato, rimaneva comunque il re. Doveva continuare a mostrarsi forte. Il più forte. Se avesse perso la fiducia di tutti mostrando debolezza, allora avrebbero vinto Volneros e gli Jraaks. Era ben consapevole di essere l’unico in grado di affrontare il potente mago. Non doveva morire. E gli servivano uomini di cui fidarsi ciecamente. L’illuminazione della stanza scese ancora. Dalle finestre, rigorosamente chiuse, filtravano piccoli raggi di luce, che ora erano spariti. Morvan si chiese che ora fosse. Non immaginava che il sole era appena tramontato. Sospirò profondamente. -Signore. Sono qui davanti la porta.- Una guardia si era avvicinata al letto senza che il re se ne fosse accorto. Temette di essersi persino addormentato in quei pochi istanti. Gli occhi di Morvan, girandosi verso l’uomo, o meglio il ragazzo, visti i lineamenti giovani, catturarono il fioco riflesso della lucente armatura alla luce delle candele. La vista gli si offuscò un poco. -Quanti sono?- riuscì a chiedere debolmente. -Glory ne ha condotti qui tre. Un ragazzo e due ragazze.- -Abbiamo visto venire catturato un villaggio intero.- -La dea non ci ha dato spiegazioni.- -Probabilmente è arrivata tardi. O si è divertita troppo, non riuscendo a salvarli tutti. Maledizione. Shan. Sei Shan vero? Temo di vederci di nuovo male…- -Sono io signore.- La vista del re faceva commuovere. Shan non riuscì a trattenere una lacrima. Era tanto affezionato a Morvan. Era una sorta di secondo padre per lui, dopo che il suo era stato ucciso dagli attacchi Jraaks nell’assedio di Restor, caduta dopo lo scontro con Volneros. Il padre, guardia personale del re anch’egli, era morto nel tentativo di proteggerlo. Ricordava tutto con esattezza. Terminato il duello, il re Morvan si era accasciato al suolo privo di sensi, nonostante non sembrasse in condizioni critiche. E rivide suo padre proteggere il re con la propria vita dagli Jraaks che volevano approfittarne. Rammentò la rabbia, il dolore, e il sangue. “Proteggi Morvan con la vita, così come ho fatto io”. Queste erano state le ultime parole. E avrebbe mantenuto la promessa. Col tempo le condizioni del re non erano mai migliorate. Nonostante le conoscenze mediche profonde del suo personale corpo di guardia, il re continuava a peggiorare. Ed era terribile vederlo morire lentamente senza poter fare nulla per impedirlo. Non si riusciva a capire cosa avesse. E come se non bastasse, Glory non voleva collaborare e aiutarli a salvare Morvan. Stizzito maledisse in cuor suo la dea, così infantile e crudele. Poi quel villaggio. Presi com’erano dalle cure da somministrare al re, vane peraltro, non se ne erano curati, lasciando che venissero catturati. Poi la venuta di Glory. La sua offerta di fare qualcosa… Shan singhiozzò in silenzio, cercando di non farsi sentire dal re. Provava profonda rabbia e delusione nei suoi confronti e verso tutte le guardie. Il re sarebbe presto probabilmente morto, ed erano stati talmente ciechi da lasciar morire un intero villaggio tranne tre sopravvissuti. Maledisse ancora Glory, che nonostante fosse una dea, ne aveva salvati solo tre. -Ragazzo.- sussurrò quasi Morvan. Shan interruppe il flusso di pensieri. -Non è colpa di Glory. Lo sai bene. Percepisco la tua rabbia e il tuo dolore.- Shan non rispose, abbassando il capo. Poi però venne vinto dalla stizza. -Si è rifiutata di aiutarci, e quando ci aiuta…- non terminò la frase, ma era evidente che tre sopravvissuti, al pari di un intero villaggio, fossero davvero pochi. -Sai bene che gli dei non possono interferire coi mortali.- -Ma…- -Non abbiamo il diritto né il potere di giudicare ciò che fa. Ricordati sempre che è Morte prima che Glory. Anche io devo inchinarmi al suo potere.- Il re sembrava voler dire altro, ma si era fermato, respirando affannosamente e provando a girarsi con tutto il corpo verso Shan che, amorevolmente, lo aiutò una volta comprese le sue intenzioni. -Ragazzo, guardami negli occhi.- Shan obbedì. -Ti prometto che guarirò, e che Volneros pagherà un conto salato per il male che ha fatto a te e a tutti noi.- Shan scoppiò in lacrime. Cercò di nascondersi, poi, senza aver ricevuto alcun permesso, se ne andò lasciando Morvan da solo. Anche il re venne preso, di nuovo, da un irrefrenabile desiderio di pianto. E stavolta lasciò scorrere copiosamente le lacrime, singhiozzando anch’egli a bassa voce. In poco tempo però si impose di calmarsi e riassunse il controllo. Era un uomo. Ed era ancora il re. Vaosk aprì piuttosto seccamente la porta e si avvicinò a Morvan. -Signore, cosa devo fare ora? Aspetto ordini.- Il re non rispose, lasciando trascorrere qualche istante. -Fateli entrare, voglio scusarmi personalmente con loro.- -Ma signore…- -Ho anche io, come voi, la responsabilità di ciò che è successo. Anzi, la colpa è, da principio, mia. Esegui Vaosk. Devo scusarmi come loro re, e come vostro comandante.- Vaosk annuì ed uscì dalla stanza, che luccicò al passare della sua armatura. La veste protettiva emetteva rumori metallici ad ogni passo. Per un secondo filtrò un po’ di luce, ma veramente poca, dalla porta che Vaosk aveva aperto, poi la stanza sprofondò nel buio. Morvan chiuse gli occhi, e si concentrò. Chissà chi avrebbe trovato davanti. Immaginò il rancore e il risentimento, ed ebbe paura. Andrev si sedette a terra, e così fecero Sklaera ed Andrev. Erano giunti ad una piccola radura montagnosa, dove cresceva una rada erba. I nove individui che li avevano bloccati, avevano riposto le armi, e sembravano essersi rilassati. Adagiata sulla parete di roccia, in fondo, sorgeva un piccolo edificio monovano, non altissimo. Probabilmente, rifletté Andrev, Morvan si trovava lì dentro. E come conferma della sua ipotesi vide delle guardie, armate di tutto punto, entrare ed uscire ad intervalli di pochi minuti dalla piccola porticina d’ingresso. Queste sembrarono incuranti di loro. Erano nove, e tra di loro, notò il ragazzo, c’era una donna. Glory sembrava comportarsi come sempre, senza particolari riguardi o accorgimenti. Anzi, bacchettava senza ritegno quelle guardie, e loro obbedivano a tutto quello che diceva. Andrev si chiese in che rapporti fossero. -Che strana situazione.- disse a voce alta, attirando l’attenzione di Sklaera e Lucretya. Le ragazze si girarono verso di lui. Andrev controllò che le guardie fossero ad una distanza buona per non sentire i loro discorsi. E accertatosi, abbassò anche il tono di voce. Lucretya e Sklaera si avvicinarono. Nessuno sembrò notarlo, nemmeno Glory, che aveva preso a chiedere qualcosa di incomprensibile esasperando tutti quelli che poteva. Tutto continuava ad essere silenzioso. -Voglio dire,- proseguì Andrev -non è strano?- -Cosa è strano?- disse Sklaera con tono interrogativo. -Si comportano come se sappiano chi siamo.- -Che intendi?- -Glory ha parlato di superstiti, non l’avete sentita?- -Si, e allora?- -Come allora? Non capite? Superstiti! Sapevano che eravamo in pericolo!- -Cioè?- -Cioè potevano evitare quel massacro! Sono armati, sono le guardie del re, non possono non essere potenti! Il nostro villaggio è stato distrutto, e loro non hanno fatto nulla per impedirlo nonostante siamo tutti, tutto sommato, loro sudditi ancora!- Le ragazze non risposero. -E invece siamo vivi solo noi…- -Anche Glory avrebbe potuto evitare il massacro. Ci dev’essere poi una buona ragione per la quale non hanno potuto intervenire. Glory è una dea…- provò a replicare Sklaera. -Si, proprio un bell’aiuto…- sbottò Andrev. Sklaera e Lucretya dovettero convincersi della realtà delle parole di Andrev. Ma la discussione finì lì, perché una delle guardie del corpo scelto del re si stava avvicinando. Era l’unica guerriera di sesso femminile. Una ragazza. Mentre camminava i capelli sciolti, color castano chiaro quasi rame, si muovevano liberi al vento. Andrev notò il viso serio, sfondo di due occhi profondi che sembravano squadrarli. -Entrate.- La ragazza non disse altro, e si pose dritta in fronte ai ragazzi. Andrev capì che li avrebbe scortati sino all’interno. I tre si alzarono, si pulirono dalla polvere del terreno, e, seguendo la ragazza, si avviarono in direzione del piccolo edificio adagiato alla parete rocciosa. Ogni passo sembrava squadrato dalle altre guardie reali. La ragazza invece non si guardò mai indietro, procedendo spedita. Andrev si guardò attorno. Il sole era ormai tramontato, tuttavia filtrava ancora la luce rosastra a tratti color arancio. Si sollevò una leggera brezza che infreddolì le braccia nude del giovine, che si accorse solo in quel momento che la temperatura si era vistosamente abbassata. Ripensò all’umido inferno del sottosuolo che aveva appena lasciato. Si sentiva stanco, aveva bisogno di fermarsi e rifiatare. Ma non c’era tempo. Il re attendeva. Si sentiva emozionato e deluso allo stesso tempo. Non riusciva a togliersi dalla testa il pensiero che Morvan li avesse traditi. A parlare era tutto il dolore che aveva accumulato dall’attacco Jraak alla morte di Michail. Respinse tutto quello che sentiva. Sklaera era emozionata forse più di Andrev. Non riusciva ancora a credere a niente di tutto quello che le era capitato. Gli Jraak, la fuga, la cattura, la morte, il re. Sollevò gli occhi al cielo come per arrendersi di fronte all’assurdità del destino. Guardò per un istante in direzione di Andrev, e ne condivise quasi la stanchezza e l’irrequietezza. Il discorso che aveva appena fatto il ragazzo l’aveva turbata. Nella sua mente s’era insinuato il dubbio. Si, effettivamente forse quella strage poteva essere evitata. Guardò fissa il terreno. Lucretya non pensava a nulla. Si guardava attorno. Fissò per un istante gli ultimi bagliori di luce. Quanto le piaceva il tramonto, la sua penombra luminosa, i suoi colori. Si lasciò accarezzare dal vento, che le mosse anche i capelli corvini. Chiuse gli occhi, assaporando quel momento di calma. Ne aveva bisogno. Sentiva il suo cuore pulsare all’impazzata dopo le forti emozioni vissute fino a quel momento. Riaprì gli occhi. Chissà cosa la attendeva in futuro. Davanti a lei c’era il re. Aveva decisamente bisogno di tranquillità. Raggiunsero in poco tempo l’ingresso. C’era una piccola porta di legno, in cima ad un piedistallo di tre gradini, dello stesso materiale. La ragazza che li guidava li salì ad uno ad uno, senza voltarsi indietro. Bussò per tre volte alla porta, producendo un rumore sordo. Passò qualche istante. Nessuno fiatò, ma tutti stavano fissando la porta, immobili. Soprattutto i guerrieri, tutti rigidamente in piedi, con tutta la muscolatura in evidente tensione. Andrev notò che erano otto ad essere in armatura. Finalmente la porta si aprì, ma le aspettative dei ragazzi vennero un po’ deluse quando videro che la stanza era molto buia, e che non si vedeva nulla all’interno. La ragazza entrò con passo deciso, facendo un lieve quanto rapido cenno ai ragazzi di seguirla. Con forte titubanza obbedirono. Appena oltrepassata la porta, venne chiusa con molta forza. Si sentì un giro di chiave. Nei primi istanti nessuno di loro vedeva niente, salvo fioche lucine deboli ad ogni angolo. Fuori comunque il sole era tramontato, quindi non impiegarono molto tempo ad abituarsi alla penombra che regnava sovrana. L’ambiente era molto piccolo. Spiccava un tavolino, messo quasi in un angolo, con tre sedie di legno. A dominare comunque era un grande letto a due piazze, dove stava un vecchietto dalla carnagione molto pallida. I capelli, grigi, lunghi, gli ricadevano sino alle spalle. Si notò subito che respirava affannosamente. -Ah, sono loro.- disse quasi con un filo di voce -Sono tre ragazzi a quanto vedo. Venite, venite, avvicinatevi. Vieni anche tu, Merenwen, figlia mia.- La ragazza si avvicinò al capezzale di Morvan piantandosi in piedi, rigidamente alla sua destra. -Avvicinatevi.- disse asciutta, volgendo poi lo sguardo al padre. I lineamenti mostravano preoccupazione. I ragazzi fecero timidamente per avvicinarsi, poi si fermarono, timorosi. Morvan abbozzò un sorriso, tentando di farli sentire a loro agio, e capendo il loro imbarazzo. Tuttavia il suo volto malato non riuscì a rassicurare abbastanza Andrev, Sklaera e Lucretya, che impiegarono più di un minuto per raggiungere il letto dove era disteso, con passi timidi che testimoniavano tutta l’indecisione, l’imbarazzo e la paura che li caratterizzava. -Ditemi i vostri nomi.- continuò debolmente Morvan. Ha una brutta malattia. Pelle pallida e cadente, respiro affannato, suda freddo ed è scosso da brividi. Probabilmente ha anche la febbre alta, e, a giudicare dall’aspetto, anche da parecchi giorni. Ho già visto questi sintomi… Andrev si fece avanti, con coraggio. -Maestà, il mio nome è Andrev, e questa è Sklaera, mia moglie. L’altra ragazza è Lucretya, una nostra cara amica.- -Da dove giungete?- -Dalle campagne di Flamm.- Il ricordo di Flamm provocò un prolungato momento di silenzio, scandito dai respiri irregolari e affannati del re, che aveva chiuso anche gli occhi. -Flamm. Ricordo…E come siete arrivati fin qui, in questo posto sperduto e desolato sulle montagne?- -Siamo stati attaccati dagli Jraaks, e abbiamo errato senza più una casa né una terra da coltivare per oltre un anno. I nostri anziani, nel tentativo di ricostruire il villaggio e di vivere in pace, avevano deciso di portarci tutti nella terra degli Inail, al sicuro…e poi…- Andrev fece una pausa, abbassando il capo. Nessuno parlò. -Poi siamo arrivati qui, dove ci hanno catturato. A quanto pare siamo gli unici superstiti del villaggio. Glory ci ha portati qui…- terminò. -Capisco.- Il re fece una pausa. Merenwen aveva abbassato la testa, stringendo i pugni. Improvvisamente prese, e con passo deciso e rabbioso uscì dalla stanza. Morvan non fece una piega, mentre, al contrario, i tre ragazzi rimasero molto turbati. -Dovete perdonare mia figlia. Purtroppo non riesce a contenere la rabbia.- I tre fecero un timido cenno di assenso. -È molto turbata. Prima gli Jraaks, poi la mia malattia…è molto confusa e arrabbiata dal momento che, nonostante tutti i suoi sforzi, non può fare niente.- -Maestà…siete…- -Si, figlio mio. Sono molto malato. E, visto che ora siamo soli, devo essere sincero con voi. Non posso dire queste cose davanti a mia figlia. Non lo accetterebbe mai. Io sto cercando di essere forte, ma il mio cuore sa bene la verità. Io sto morendo. Non riesco a guarire da questa malattia, peggiorando ogni giorno che passa. Non voglio che la prendiate come una scusa. Sapevamo che il vostro villaggio era stato imprigionato. È per questo che siete qui. Vi devo chiedere perdono, perché i miei uomini hanno preferito rimanere qui a proteggere me, piuttosto che fare la cosa giusta, ossia proteggere voi. E non mi sarei mai perdonato di morire senza prendermi le mie responsabilità.- Andrev non riuscì a trattenere le lacrime. Le sue furono lacrime silenziose, che scesero inesorabili solcandogli la guancia. Sklaera e Lucretya piangevano allo stesso modo. Le loro erano lacrime per Michail, per tutta la sfortuna, per la fatica, il pericolo, il villaggio, il mondo che avevano perduto. Si, ora ricordo. Posso fare qualcosa anche io, sentirmi utile! -Maestà…non occorreva…- Le parole di Andrev gli rimasero in gola. Il re non sembrava dare segni di vita, giacendo sul letto, completamente immobile. Il silenzio faceva da padrone. -Mio dio, non respira!- gridò agitatissima Sklaera. Con una prontezza di riflessi incredibile Lucretya si fece avanti fiondandosi al capezzale del re. Afferrò violentemente il polso destro. -Non è ancora morto, Andrev aiutami a sdraiarlo presto!- Andrev obbedì senza fare domande, e sistemarono il re supino. Poi Lucretya iniziò a massaggiare pesantemente nella zona del cuore. Dopo qualche istante carico di tensione finalmente i polmoni del re ripresero a respirare. Tuttavia Morvan non riprese conoscenza. Le urla di Andrev avevano richiamato tutte le guardie all’interno del piccolo edificio. -Cos’è successo?- -Che avete fatto al re, andatevene, state lontani!- Merenwen fu la prima ad arrivare. Prese con forza Lucretya e la trascinò via dal capezzale del padre. Poi, vedendo che non si riprendeva, urlò con tutta la rabbia che aveva in corpo. -Che è successo?- continuò a gridare prendendo Lucretya per il vestito e sollevandola con violenza. -Lasciami, lasciami andare!- -Lasciala! Lasciala!- tentò di urlare Andrev. Sklaera, spaventatissima non parlava. -Io non ho fatto niente, dovresti ringraziarmi, aveva smesso di respirare!- piagnucolò Lucretya. Merenwen lasciò andare la ragazza che istintivamente prese a massaggiarsi il collo. Guardò tristemente verso il padre, che respirava anche se non apriva gli occhi. Una lacrima di rabbia iniziò a solcargli la guancia sinistra. -Io so cos’ha.- annunciò Lucretya. Tutti s’erano zittiti osservando la scena. E ora il silenzio sembrava ancora più religioso. -Tu…?- -Io sono una guaritrice. Conosco la malattia che affligge tuo padre.- Dicendo questo la ragazza abbassò la testa. Tutti tacevano aspettando che proseguisse. -È una malattia magica, in realtà in natura non esiste. Solo un mago può averlo contagiato.- -Volneros!- disse tra i denti Merenwen. -Io conosco un antidoto, però dobbiamo agire in fretta. Questa è l’ultima fase della malattia. Morvan è in una fase di “sonno”. È vivo ma non riprenderà conoscenza. Abbiamo poco tempo per preparare l’antidoto. Dobbiamo agire!- Lucretya aveva parlato come un capo. Andrev non l’aveva mai vista così determinata. Era sempre stata una ragazza tranquilla, ora invece reggeva l’autorità con una destrezza invidiabile. -Cosa dobbiamo fare?- chiese Merenwen. La speranza della guarigione aveva riacceso il volto e la voglia di fare della ragazza. Era lì, ansiosa, che aspettava ordini come un bambino. -Ho bisogno di alcune erbe per preparare un unguento. Poi ho bisogno della magia opposta a quella di Volneros, e in grande quantità. Insomma mi serve il più forte di voi.- -Mi chiamo Vaosk, sono il capitano delle guardie, sono ai tuoi ordini se davvero puoi salvare Morvan.- -Aspetta Vaosk! E se questa donna stesse mentendo?- A parlare era stata una guardia piuttosto bassa e anziana, dalla pelle cadente. Aveva pochi capelli radi, ancora scuri, e un bel paio di baffi. Avanzò verso il centro della stanza, in modo di mettersi in evidenza e in modo che tutti potessero ascoltarlo. -Questa donna potrebbe anche essere una ciarlatana! Magari sta cercando di uccidere il re perché non abbiamo fatto nulla per salvare il suo villaggio!- Questa frase suscitò qualche consenso tra le altre guardie. Merende e Vaosk guardavano senza tradire alcuna emozione. -Io non mi fido! Io voglio che il re guarisca, ma non lo lascerò certo alle cure della prima venuta! Lei cerca vendetta!- Sklaera guardò verso Lucretya, che però non si scompose. -Io ho detto la mia, pensate ciò che volete. Il re ha dieci giorni di tempo, all’alba del decimo giorno la malattia entrerà nella sua fase irreversibile, e morirà.- disse asciutta. -Sta solo cercando di farci paura! Non diamole retta! Non cediamo! Il nostro re può solo peggiorare! È una popolana, cosa vuole saperne di malattie? Non possiamo permettere che compia i suoi esperimenti sul corpo del nostro povero re!- L’uomo stava effettivamente ricevendo parecchi consensi. -E allora posso anche andarmene.- ribatté Lucretya con irritazione andando verso la porta. Andrev e Sklaera, dopo un attimo di titubanza, la seguirono. Fuori era scesa la notte. Erano passate almeno due ore da quando erano arrivati. C’era un bel cielo stellato. Sklaera guardava in alto rapita dall’immensità del cielo. Inaspettatamente si girò verso Lucretya. -Lucretya tu sei una guaritrice?- -Ho compiuto studi di medicina per l’orfanotrofio prima che venissi costretta a fuggire dagli Jraaks.- -E sei davvero sicura di sapere quale è la malattia che il re ha contratto?- -Si, la conosco anche troppo bene.- -Va tutto bene?- -Beh…mio padre morì a causa di quella malattia. Lavorava per un’organizzazione segreta, era un membro di spicco e sapeva usare anche molto bene la magia. Una sera tornando a casa si ammalò. Nessuno sapeva che malattia avesse. E morì senza che nessuno fosse riuscito a curarlo. Scoprii la malattia anni dopo, durante i miei studi. Non poteva che essere quella, stessi sintomi, coincideva proprio tutto. Ad oggi non so proprio chi avesse potuto contagiarlo. Ma avrei dovuto essere preparata a qualcosa del genere, col senno di poi s’intende. Dopotutto un’organizzazione segreta ha sempre molti nemici.- -Mi dispiace Lu.- disse affettuosamente Sklaera posandole la mano sulla spalla destra. Andrev aveva ascoltato tutto senza commentare. -Che facciamo ora? È notte e non abbiamo nessun posto dove andare. E niente mi impedisce di pensare che quegli strani uomini non ci stiano anche dando la caccia. E in più mi sto anche chiedendo dove sia finita Glory!- In effetti tutti realizzarono che da quando erano entrati nel rifugio del re non l’avevano più vista. -Comunque si è fatto anche troppo fresco per i mie gusti. Cerchiamoci un posto riparato.- Nessuno replicò, e tutti e tre s’incamminarono per scendere da lì. -Aspettate!- gridò una voce femminile alle loro spalle. I ragazzi si voltarono, e videro Merenwen e il guerriero chiamato Vaosk cercare di raggiungerli. Arrivarono in pochi istanti. Fu Merenwen a parlare. -Io vi voglio credere. Ma tu devi darmi la tua parola che puoi davvero salvare mio padre.- Andrev fu colpito dal tono della voce, fermo anche se lievemente tremolante. Notò la tensione sul bel viso della ragazza, e capì quanto tenesse alla guarigione del re. Spostò lo sguardo su Lucretya, anch’egli impaziente. -Vi prego, faremmo qualsiasi cosa per salvare il nostro re. È l’unico in grado di combattere Volneros!- aggiunse Vaosk. Lucretya ci pensò qualche istante sopra. -Non dovete farvi condizionare da quella malalingua di Endurin. È un po’ burbero, ma ha sempre avuto a cuore la sorte di Morvan. Da una parte ha anche ragione, non è bene affidare la vita del re alla prima venuta. Ma noi non sappiamo davvero cosa fare…sei disposta ad aiutarci? Siete disposti a servire il vostro re?- supplicò ancora Vaosk. Merenwen lo guardò, gelandolo per un attimo con lo sguardo, come se non avesse apprezzato per niente quel tono supplichevole. -Io vincerò quella malattia. Si, potete contare su di me.- annunciò Lucretya. Merenwen e Vaosk sorrisero alla prima buona notizia da tanto tempo. Sconfiggerò questa malattia. Per te, papà. -Bene, dobbiamo muoverci. Ho bisogno del vostro aiuto.-
  10. Nessun massacro, solo appunti.. Allora, la narrazione mi sembra molto "favolistica" all'inizio, descrivi maggiormente gli ambienti, da' una psicologia al protagonista. Secondo è la grammatica che palesemente non va. La punteggiatura in primis.
  11. Dicci prima il genere, la storia..così senza niente possiamo fare ben poco
  12. Ma qua non commenta più nessuno? Fatemi sapere come va! Comunque... CAPITOLO 15 -Come usciamo di qui? Allora?- Andrev era in piedi, con le braccia incrociate, davanti alla piattaforma. Sklaera e Lucretya gli erano affianco. Non si sentiva alcun rumore, tranne il soffio leggero della corrente che imperversava nella caverna. Ed era aria fredda, tanto che Andrev iniziava a soffrire un po’ il freddo. Poi si accorse di avere anche fame. E, guardando Sklaera e Lucretya, suppose che dovevano essere affamate anche loro. Quante ore era rimasto svenuto? Non riusciva a capirlo. Glory salì imperiosamente sulla piattaforma. Con aria stizzita guardò verso i tre ragazzi. -Non lo so, arrangiatevi! Io sono potente, non sono onnisciente! Oh, poveri, non sapete azionare questo coso? Mi dispiace, io volo! Per me il problema non si pone!- e rise con un po’ di cattiveria staccando i propri piedi da terra, e iniziando a svolazzare attorno ad Andrev. Poi salì verso l’alto, e sparì. Si poteva sentire ancora soffusa, la sua risata cattiva. -Maledetti dei! E noi che…- disse Andrev senza continuare la frase. Sklaera con grande spirito di iniziativa ispezionò bene la piattaforma. Guardò le corde poi verso il baratro, poi nei dintorni, cercando una leva o una manovella. Sembrava non esserci nulla di meccanico ad azionare la piattaforma che li avrebbe portati in alto. Sklaera osservò anche che le corde sembravano tese al massimo, come se si trovassero nel piano più basso raggiungibile con quel coso. -Se non si trova un modo di salire, temo che dovremo usare la corda e issarci tramite quella. Magari il meccanismo si trova in alto…- -Sembra assurdo e totalmente scomodo…- criticò Lucretya. -Forse Andrev ha ragione. Non vedo altre soluzioni, ed è l’unico ad avere le forze di arrampicarsi fin lassù…- -Potrei arrivare in cima e poi issarvi se possibile. Altrimenti tornerò da voi e cercheremo un’altra soluzione.- -Ma sei davvero capace e in grado di issarti con quella corda?- -A scuola facevamo esercizi del genere, certo, con corde molto più corte. È un anno che non ci provo più, ma a scuola riuscivo. E dopotutto non abbiamo molta scelta. Devo tentare.- -Non approvo. E se ci sono altre guardie? Sei disarmato, e con le altre hai avuto fortuna! Non è detto che ne avresti altrettanta…- azzardò Sklaera. E aveva ragione. Andrev non aveva pensato minimamente a questa eventualità. Ma si convinse fermamente che non aveva assolutamente altra scelta. Non potevano di certo rimanere lì per sempre. Dovevano fare un tentativo e sperare assolutamente in bene. Si, era deciso. -Non abbiamo altra scelta…-. Sklaera e Lucretya non poterono che ammettere che non avevano altre soluzioni al momento. Andrev afferrò la corda con entrambe le mani e tirò. Sembrava solida. -Sii prudente.- disse con apprensione Sklaera, rossa in viso e sul punto di scoppiare in lacrime. Lucretya non disse nulla. Si limitò ad un fugace cenno di assenso col capo, e salutò il ragazzo in maniera asciutta, incrociando, di nascosto, le dita dietro la schiena. Andrev distolse lo sguardo dalle ragazze e strinse con forza la corda. Gettò un’ultima occhiata, senza dire nulla, e poi iniziò ad issarsi. Sentì i muscoli contrarsi per lo sforzo. Issò anche le gambe, e iniziò a fare forza per salire. La corda oscillava pericolosamente, ma il ragazzo cercò di non badarci, concentrandosi solamente sulla salita e sulle proprie forze. Le mani stringevano la fune sempre più forte. Lentamente era salito di un buon paio di metri. Cedette alla tentazione e guardò verso il basso. La piattaforma era una fragile difesa contro un enorme baratro nero. Per un attimo fu preso dalle vertigini, e stava quasi per mollare la presa. Sklaera aveva le mani in volto ed ebbe un sussulto quando vide l’incertezza di Andrev. Tuttavia riuscì a mantenere la presa abbastanza forte da sorreggersi. Andrev guardò ancora in alto e tornò a proseguire. Salito di un altro metro iniziava a provare un po’ di fatica. Tuttavia vide un nuovo livello della roccia ad un piccolo sforzo da dove si trovava. Si fece forza di nuovo e salì fino ad arrivare ad altezza del nuovo piano. Purtroppo non aveva pensato a come raggiungerlo, in quanto senza piattaforma avrebbe dovuto saltare. Guardò ancora in alto e vide che la corda continuava ancora per due livelli, che tuttavia, ad occhio nudo, si stagliavano molto più in alto. Sicuramente non sarebbe riuscito a proseguire fino in cima senza riposare. La stanchezza aveva iniziato già a farsi sentire sui muscoli delle braccia. Doveva trovare una soluzione per riposarsi al nuovo livello, esplorarlo, e magari trovare una rampa di scale, decisamente più comoda. -Pensa Andrev, pensa…- si disse sussurrando. Poi ebbe un’idea, forse l’unica che poteva funzionare. Ma sarebbe stato davvero pericoloso. Iniziò a far oscillare la corda avanti e indietro. Purtroppo l’ampiezza dell’oscillazione aumentava davvero lentamente, probabilmente a causa del peso della piattaforma di legno più in basso. Sklaera e Lucretya videro la corda agitarsi. Capirono subito il problema e si sporsero cercando di guardare in alto. Sklaera trattenne il respiro e chiuse gli occhi, troppo fragile per vedere. Quando l’ampiezza fu sufficiente, Andrev si slanciò verso la terraferma. Atterrò rotolando pesantemente, ma sufficientemente al sicuro dalla caduta. Rimase fermo due secondi disteso a terra, riprese fiato e distese i muscoli delle braccia. -Andrev!- gridò Sklaera. -Sto bene.- rispose con la voce rotta dalla fatica. Poi si mise seduto e, lentamente, si alzò in piedi. Si guardò attorno. C’era un’entrata buia che sembrava proseguire. -Esploro questo piano! Ma mi occorre una torcia…- disse con voce abbastanza alta da farsi sentire. -Guardati attorno, magari ne trovi una!- risposero dal basso. Infatti Andrev trovò una torcia appesa sulla parete di roccia. Non l’aveva notata appena atterrato. Si avvicinò e la rimosse, tenendola nella mano destra. Illuminò verso la misteriosa entrata, che proseguiva in un tunnel. -Entro.- riferì. Lucretya e Sklaera videro una fioca luce spegnersi lentamente. Sklaera cercò timidamente la mano di Lucretya e la strinse forte, singhiozzando. Il tunnel sembrava scavato nella roccia. Dopo pochi passi girava un angolo, e poi sembrava salire. Non c’era assolutamente nessuna fonte di luce tranne la torcia che Andrev reggeva in mano. La pendenza del terreno, una volta girato l’angolo, era cambiata. Era in leggera salita. Fece qualche passo in avanti. Il tunnel era buio e silenzioso, fatta eccezione per la torcia e per il rumore dei suoi passi. Normalmente non avrebbe avuto problemi, ma la recente esperienza teneva allertati tutti i suoi sensi, in modo che anche il semplice suono dei suoi passi gli ispirava paura ed ansia. Proseguì ancora. Il tunnel sembrava restringersi in dimensioni. Provò una sensazione di claustrofobia, ma continuò ancora. Era assolutamente necessario andarsene di lì. E in contemporanea sperò di non combattere contro altre guardie. Era disarmato, inesperto ed impaurito. Si era salvato da morte certa ormai per ben due volte, e in entrambi i casi non sapeva esattamente come. Non sarebbe stato a lungo così fortunato. E non poteva lasciare Sklaera da sola. Il tunnel più avanti girava ancora un angolo, sempre in salita. Continuò. Improvvisamente udì delle urla disumane di dolore riecheggiare nel tunnel. Avvertì i chiari segni di una battaglia, con schianti, rumori di spade e lance, botti sordi. Si fermò col batticuore. Lo avevano scoperto? Stavano venendo a prenderlo? Iniziò a tremolare. Poi si impose di andare avanti, magari cercando di far meno rumore possibile. E così fece. Quando uscì dal tunnel, dopo esser salito per un altro paio di minuti, si trovò di nuovo sullo strapiombo. Riconobbe la corda. Si sporse sotto e si accorse di essere arrivato piuttosto in alto. Ma ora non c’erano altre strade e avrebbe dovuto proseguire arrampicandosi. Con un rumore sordo vide qualcosa precipitare da sopra. In qualche istante si sentì uno schianto, il rumore di ossa spezzate e delle urla dal basso. -Andrev starà bene?- chiese Sklaera a Lucretya senza lasciarle la mano. Avevano appena visto la fioca luce svanire. Andrev probabilmente stava entrando nel tunnel. La ragazza chiuse gli occhi, unì le mani, e pregò che andasse tutto bene. Era stanca di quel posto orribile dove si trovava. Non ne poteva più di respirare quell’aria consumata che odorava fortemente di muffa. Voleva trovare Andrev e scappare lontano da tutto. Voleva costruire una casa, farsi una famiglia felice in un qualche posto isolato, senza preoccuparsi di Jraaks o di folli che volevano ucciderli o peggio. Passò un altro minuto silenzioso. La luce non ricompariva. Non si sentivano rumori. -Starà bene?- domandò Sklaera. -Sicuramente.- la rassicurò Lucretya. Improvvisamente tutta la caverna riecheggiò di urla disumane, esplosioni e incrocio di quelle che sembravano lame. Le due ragazze impallidirono e vennero paralizzate dal terrore. Passò un minuto. -Cos’è successo?- tremolò Sklaera ormai in lacrime. Si strinse ancora più energicamente a Sklaera. -Io…io non lo so…- rispose Lucretya tremolante. Passò ancora qualche altro istante. Improvvisamente un enorme oggetto precipitò con terribile fracasso sulla piattaforma di legno. Le due ragazze urlarono. L’oggetto si schiantò facendo risuonare un terribile rumore come di assi di legno rotte. Sklaera e Lucretya stavano ansimando pesantemente. Sklaera svenne per lo shock, ricadendo all’indietro. Lucretya sulle prime non se ne accorse, ritornando in sé al rumore della ragazza caduta. Immediatamente si chinò su di lei cercando di farla rinvenire ma senza risultato. Sbuffò e poi si avvicinò alla piattaforma per capire cosa fosse successo. E con sommo orrore e disgusto si accorse che sulla piattaforma c’era un cadavere, ancora grondante di sangue e con tutte le ossa rotte. Ebbe un conato di vomito e si ritirò in fretta, tornando da Sklaera. -Tutte a me.- scoppiò improvvisamente a piangere, inginocchiata al capezzale della ragazza sua amica. Andrev si chiese cosa fosse stato a precipitare. Ma smise di curarsene dopo pochi istanti, tornando a concentrarsi. Doveva tornare a salire. E avrebbe dovuto anche saltare per prendere al volo la corda, o sarebbe precipitato anch’egli. Lasciò cadere la torcia a terra. Controllò l’illuminazione e risolse che era sufficiente. Prese la rincorsa focalizzando bene la corda. Qualcosa gli stava gocciolando da sopra, ma non se ne curò. Iniziò a correre. Accelerò l’andatura il secondo prima di spiccare il salto. Si chiese da dove stesse prendendo tanto coraggio, ma ormai era già in aria. Afferrò la corda. Le mani gli tremarono. Perse per un attimo la presa con una mano e scivolò in basso. Riuscì a fermarsi con l’altra e si stabilizzò. Buttò fuori tutta l’aria, essendosi accorto che aveva eseguito il tutto in apnea. Gli dolevano le mani, bruciate dalla frenata, ma si fece forza e con uno sforzo prese a salire ancora. Sentì di nuovo la contrazione delle braccia e delle gambe. Era ancora affaticato, ma ormai non aveva altro da fare se non salire. Avrebbe dovuto riposarsi ancora, ma tutti i rumori non lo avevano lasciato tranquillo. Salì ancora e ancora, fino a raggiungere un’altezza sufficiente. Poi oscillò la corda come in precedenza e si lasciò cadere. Ma non aveva calcolato sufficientemente bene la spinta. Riuscì miracolosamente ad aggrapparsi con le mani al bordo della roccia. Ma i muscoli delle braccia erano davvero provati. Come cercò di issarsi, le braccia cedettero. Sentì il vuoto e l’oscurità avvolgerlo, mentre prendeva velocità verso il basso. Era finita. Sarebbe precipitato. Immaginò una caduta infinita verso il basso. Immaginò il dolore di Sklaera. E poi immaginò l’oscurità più profonda. Durò un istante. Qualcosa aveva bloccato la caduta e lo teneva sospeso a mezz’aria. -Sei patetico.- Glory l’aveva afferrato all’ultimo secondo. Andrev tornò in se ed urlò come mai in vita sua spaventato. -Zitto, ora ti tiro su! Non pensavo fossi ancora così piagnone!- Con uno strattone la dea lo pose al sicuro sulla parete di roccia. Andrev rotolò per terra, rannicchiato e tremolante su qualcosa di umido. -Patetico, davvero patetico! Ti alzi o devo portarti in braccio fino all’uscita? No, perché non ho alcuna intenzione di farlo. Mi devi la vita, più di una vita anzi. Devo iniziare a segnarmi questi debitucci da qualche parte? Uffa, lo sapevo che dovevo costringere qualcuno a venire con me e tenere a mente tutte le mie cose! Sono solo una povera dea! Patetici umani! Volevi fare l‘eroe? Ma devo ammettere che è stato divertente vederti precipitare per un secondo.- -Perché…mi hai salvato?- ansimò Andrev giratosi verso la dea, ancora steso a terra. -Anche io ho un cuore! Io sono buona!- e scoppiò a ridere. Andrev non replicò. -Ovviamente sto scherzando.- e si fece seria. Continuò: -Ho promesso di tirare fuori da qui tutte le persone possibili. Purtroppo sono giunta troppo tardi e ho trovato solo voi, quindi devo portarvi interi almeno. Io mantengo sempre le mie promesse, sono proprio una brava dea!- e fece una faccia fiera. -Sklaera…- -Si, adesso le tiro su io. O vuoi pensarci tu? Guarda, non mi far fare tutto. Alzati e gira quella manovella lì sulla parete di roccia. Ah, aspetta, fammi urlare per avvertirle…- e Glory si avvicinò al baratro. -Ehi voi! Salite sulla piattaforma se volete uscire di qui!- -Non gridare così!- la ammonì Andrev -Potresti richiamare qualcuno!- -Chi?- replicò facendo una faccia furba. -Ma cosa…- Andrev era immerso in uno strano liquido viscoso. Era sangue. Si guardò attorno. C’erano almeno una decina di cadaveri straziati che ancora sanguinavano. -Dovevo pur fare qualcosa mentre facevi l’eroe…- si giustificò Glory. Lo spettacolo era davvero agghiacciante. Glory si sporse di nuovo. -Ehi! Veloci! Ma maledizione! Quella è pure svenuta! Che essere inutile. E ha anche un vestito orribile!- gridò Glory. -Chi è svenuta!?- gridò allarmato Andrev. -Quell’inutilità di tua moglie.- Andrev corse verso il bordo. -Lucretya!- chiamò con tutta la voce che poteva usare. -Siamo qui sotto! Stiamo bene, adesso saliamo sulla piattaforma, svelti, voglio uscire di qui! Sklaera è svenuta, ma sta bene, adesso la trascino sopra!- riprese piagnucolando la ragazza. Andrev si alzò e con un balzo raggiunse la manovella. Aspettò qualche istante per assicurarsi che le ragazze fossero salite. Poi iniziò a girare. Gli ci vollero tutte le energie rimastegli per tirare su la piattaforma, che arrivò cigolando. -Come si blocca questo aggeggio? Precipiteranno di nuovo! Non ce la faccio!- piagnucolò Andrev rivolto a Glory. La dea sbuffò. Guardò per un secondo il meccanismo. -Non sembra esserci niente per bloccarla.- Lucretya con spirito di iniziativa spinse sulla roccia Sklaera e poi balzò dalla piattaforma. Con grande sollievo Andrev lasciò la manovella, e la piattaforma precipitò a gran velocità. Per la forza si spezzò la corda, che rimase appesa mentre il legno si schiantò sul fondo della caverna con un botto fragorosissimo. Andrev si lasciò cadere a terra, sudato e stremato. Poi strisciò nervosamente verso Sklaera. -Patetico.- disse Glory scuotendo la testa in segno di disapprovazione. Dopo un po’ Sklaera rinvenne. Aprì lentamente gli occhi, e sorrise dolcemente quando mise a fuoco il volto di Andrev. -Stai bene?- disse lui con dolcezza. -Ah, è rinvenuta la signora? No perché abbiamo una certa fretta! Il sangue mi ha macchiato tutto il vestito! Ah, qualcuno pagherà per questo!- urlò collerica Glory. Si girò verso i ragazzi. -Vogliamo andare?- Il gruppetto annuì senza troppe riserve. Andrev aiutò Sklaera ad alzarsi. La dea, sospesa a mezz’aria, prese l’ingresso di un tunnel che andava in salita. Andrev Sklaera e Lucretya la seguirono cercando di passare incolumi tra i cadaveri orribilmente mutilati a terra. Camminarono un paio di minuti prima di sbucare in un grande vano circolare anch’esso scavato nella roccia. In molti punti crescevano muffe e funghi, e l’ambiente era illuminato da torce in circolo. Notarono subito che la loro non era l’unica galleria, ma che ce n’erano altre in tutte le direzioni. Una in particolare attirò la loro attenzione. Glory si avviò proprio per quella galleria. E finalmente uscirono alla luce del sole. Era il tramonto. Chissà quanto tempo era passato dall’ultima volta che ne avevano visto uno. Il sole tramontava dietro le montagne, di cui si vedevano le cime innevate. L’aria era piuttosto fredda, il terreno arido e spoglio. Si trovavano su una spianata rocciosa circondata dalle montagne. L’unica via era un sentiero roccioso che sembrava scendere. Respiravano a fatica, dovevano trovarsi abbastanza in alto. Fecero qualche passo in avanti per poi voltarsi. Era l’antro di una caverna quello da cui venivano. E non sembrava nemmeno naturale, ma la roccia era visibilmente stata scavata da uomini. L’ingresso era un enorme buco su una parete rocciosa verticale. -Siamo fuori!- gridò Lucretya felicemente slanciando le braccia nella direzione del sole. Sklaera abbracciò Andrev. -Bla bla bla, si, siete fuori. Ora, se non vi dispiace, possiamo muoverci? Perché lì dentro, ovviamente non lo sapete, ce ne sono almeno un altro centinaio! E se ci vedono, io non ho alcuna intenzione di macchiarmi il vestito!- Andrev notò che il lungo abito nero ricamato d’oro della dea era macchiato di sangue. E finalmente s’accorse che anche loro non erano messi bene. Erano sporchi di sangue, sudore e polvere. Ma non importava. Erano liberi! La dea iniziò a volare in direzione del sentiero. I ragazzi non si fecero pregare nel seguirla. La stradina rocciosa correva lungo la montagna. Non era un sentiero costruito, ma naturale, segnato dal passaggio degli animali. Attorno cresceva erba rada, di quelle adatte al pascolo, di un verde molto sbiadito. Ad un certo punto divenne montagna vera e propria. Glory continuò a girare attorno alla montagna, senza scendere in maniera rilevante in altezza. Poi, dopo cinque o dieci minuti, prese a salire. L’erba scomparve, lasciando spazio alla roccia vera e propria. Si trovavano di fronte ad un nuovo spiazzale roccioso. Ma notarono che vi era un piccolo sentiero scavato nella roccia che saliva zigzagando per la parete rocciosa, fino ad un altezza di una decina di metri più in alto. Glory si avvicinò alla stradina. -Dove stiamo andando?- trovò il coraggio di chiedere Andrev. -Non credo di doverti rispondere. Seguimi e basta.- replicò acidamente Glory iniziando a salire e aumentando il passo. Man mano che salivano poterono godere dello splendido tramonto e del paesaggio. Di fronte a loro, molti metri più in basso, si apriva una grande pianura, da dove venivano. Scorsero un fiume che non avevano notato camminando, piccolo e tranquillo. Una leggera foschia oscurava la visuale, ma non ci fecero caso. Rallentarono per vedere meglio, chiacchierando amabilmente. Glory era l’unica che quasi correva nel salire, incurante del tramonto, del paesaggio e del fatto che i ragazzi avevano visibilmente rallentato. Ma alla fine riuscirono a salire. Tutto sommato il sentiero era ben scavato e comodo. Come raggiunsero la sommità, trovarono Glory ferma. Un gruppo di nove individui incappucciati aveva sguainato la spada contro di lei. Uno di loro, distaccatosi dal gruppo, gridò: -Chi sei? Fatti riconoscere!- -Vaosk! Non farmi perdere altro tempo! Sei così fiscale, fai la stessa cosa ogni volta!- I ragazzi arrivarono in quel momento. -E loro chi sono?- rispose Vaosk. -I superstiti. Credo che Morvan li voglia vedere. È per questo che sono qui no?- Andrev rimase stupefatto. Morvan! Davvero il re Morvan?
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